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illustrazione di Marco Smacchia
illustrazione di Marco Smacchia

Survival Kit 2026: passioni magiche

di Altre Velocità

Quando abbiamo iniziato a scrivere i Survival Kit – il primo è del 2015 – usavamo questa espressione non in senso letterale e neppure in senso simbolico. Diciamo, senza montarci la testa, che era un correlativo oggettivo. Così uno spettacolo, un artista, un libro, un progetto, un’idea diventavano la forma precisa di un sentimento a cui, come acrobati dilettanti, ci aggrappavamo per passare da un anno all’altro. È accaduto che la realtà risucchiasse il simbolo e allora il kit diventava quello delle mascherine, del disinfettante, del green pass e poi addirittura un pacchetto di scorte alimentari proposto dall’Ue da utilizzare in caso di guerra. Oppure che certi entusiasmi ci portassero nel disordine di qualche piccola idea. È pure accaduto che il Survival Kit non sopravvivesse ai tempi maligni e di malafede che purtroppo dobbiamo attraversare. Ma adesso siamo ancora qui. E dopo i festeggiamenti dedicati ai vent’anni di Altre Velocità, guardiamo avanti. Il 2025 è stato un anno di ricorrenze, compleanni, anniversari. Un modo per ritrovarsi, guardare indietro e guardare dentro, mentre tutto cambia. Lo si è fatto assieme a tanti vecchi e nuovi amici. Il 2025 è stato però anche un anno molto triste, perché l’amico e maestro Goffredo Fofi ci ha lasciato; ma ci ha lasciato anche un’eredità enorme di idee, relazioni, metodi, energie… da custodire e da far crescere. Festeggiamo il tempo, come un correlativo oggettivo, quando tiene assieme chi c’è, chi non c’è più, chi ci sarà. L’augurio è quello di essere più radicali.

Rodolfo Sacchettini

Il Survival Kit di Altre Velocità segnala all’inizio dell’anno una decina di spettacoli/progetti/artisti/libri che nell’anno precedente ci hanno colpito per qualche motivo e che vogliamo portarci dietro, perché possono essere utili per orientarci, individuare nuove piste, vederci più chiaro.
Buon 2026!

Abracadabra di Collettivo Cinetico – foto di R. Segata courtesy Centrale Fies

Abracadabra di Collettivo Cinetico
di Petra Cosentino

È dal buio che proverei a immaginare questo umano tentativo di misurare il passaggio del tempo, che in un secondo catapulta il pensiero verso qualcosa che è nuovo e in parte pur sempre se stesso. In Abracadabra il pubblico si affida alla voce di Francesca Pennini e alle parole che guidano gli sguardi verso un vuoto solo apparente. Qualcosa sempre esiste, accade e muta nell’invisibile, nell’ignoto, fuori dal controllo dello sguardo cui erroneamente affidiamo un primato di riferimento sensoriale. Il lavoro si sviluppa nello scontro tra un esercizio di sparizione e la necessità del ritorno, attraversando storie e verità autobiografiche che prendono forma nelle parole e si trasformano attraverso i pieni e i vuoti dei corpi e degli spazi sulla scena del teatro. Il pubblico viene chiamato a fidarsi delle proprie presenze, dei suoni, delle voci, degli scambi di sguardi, a credere al tatto delle proprie schiene appoggiate alle sedute della sala, all’aria che riempie lo spazio tra le pareti – come agli atomi che compongono il reale. E a tutti quei pezzi invisibili che abbiamo attorno e che ci abitano, “tutti i pezzi che siamo”. In questo passaggio di tempo porterei quel vuoto che è vuoto solo apparente, lasciato da una sparizione e riempito di mistero e immaginazione: è nel buio che vive la magia, nei meccanismi che non riusciamo a vedere o comprendere; e nei racconti si tessono i possibili, tutte le verità insieme, che in fondo altro non sono che pezzi di invisibili, potenziali non-ancora. Un invito ad avere paura del buio e coraggio per attraversarlo.

Un happening di Jacopo Benassi a Ipercorpo 2025
di Francesco Brusa

Non è detto che trovare la forma precisa di un sentimento nell’epoca delle passioni tristi sia qualcosa di piacevole, o finanche auspicabile (ma lo è ancora la nostra, l’epoca delle passioni tristi? siamo più dentro a percezioni catastrofiche, allucinazioni artificiali, silenzi di urla e pensieri strozzati che cercano corpo, più che forma). Anche il proverbiale spaesamento, orizzonte visto spesso come modalità privilegiata da inseguire nelle opere e nelle occasioni spettacolari, quando diventa realtà quotidiana forse rischia di apparire un girovagare asfittico, un manierismo di ritorno della scena.

Eppure, eppure, se sfrondato dagli orpelli del linguaggio ordinario e dei codici drammaturgici, ci sono lampi in cui l’agire “a tu per tu” del performer con il pubblico – magari al di fuori di una sala teatrale ma neanche dentro la ricercatezza del site specific – sembra lasciar “intravedere la belva negli occhi”. Magari pure accecati, letteralmente, dal flash di una macchina fotografica, e dunque allucinando come le macchine (più o meno fotografiche). Magari inseguendo con la coda della visione un corpo nudo che si dimena a terra su un sottofondo sempre più distorto e “smembrato” di batteria e chitarra elettrica, come in un classico happening anni ‘70 che però parte ribaltando la classica formula hippie: «Maake war, noot love»… “Fate la guerra, non fate l’amore”, gracchia con una cadenza da litania il performer e artista Jacopo Benassi durante una serata settembrina al festival Ipercorpo di Forlì.

È una denuncia, una provocazione, un peana punkeggiante o un déteournement situazionista? Il punto è che, nonostante la lacerante astrattezza (o proprio grazie a essa), sembra cronaca. Una proposizione spicciola, un diario intimo: la semplice necessità di ribaltare il finto buonismo del senso comune in un tempo in cui tutti i significa(n)ti – e, soprattutto, i linguaggi con cui veicolarli – sono già comunemente saltati, come ci si augurerebbe che avvenisse nella confusione sabbatica di un capodanno al rovescio.

Incamminarsi nei territori irrazionali dei corpi
di Agnese Doria

Il 2026 si è aperto con gesti irrazionali che hanno creato un’onda d’urto che ancora si propaga prendendo la fisionomia di uno sgomento sordo, una preoccupazione crescente, una angoscia cieca soprattutto in chi di noi si occupa quotidianamente di educazione stando a contatto con giovani e giovanissimi nei contesti scolastici. Cosa possiamo portarci dietro dal 2025? quale incanto ancora oggi può resistere all’irrazionalità delle guerre, alle logiche insensate del più forte? 

Ci piace segnalare la nomination agli Ubu di Tu non mi perderai mai lo spettacolo a firma di Raffaella Giordano incarnato grazie a un percorso di trasmissione sottile e vitale da Stefania Tansini. Una candidatura importante da segnalare non solo perchè rende giustizia a uno spettacolo che “ha fatto storia” ma anche a ciò che di sottile, invisibile, irrazionale, delicato c’è dietro. Ciò che sottende ai processi artistici è un’operazione su più livelli, che ha a che fare tanto con il corpo e la corporeità quanto con la creazione di un vocabolario coreutico condiviso di gesti e di “informazioni” sensibili, i quali a loro volta vengono costantemente rinegoziati e “ri-tradotti” attraverso le specificità di chi li riceve e apprende. Un apprendimento permanente capace di partire o tornare al corpo, necessario più che mai oggi e che l’Ass. Sosta Palmizi persegue anche con il progetto di trasmissione (in essere da tanti anni) Incamminarsi che ha l’intento di avvicinare la cittadinanza all’arte del movimento. 

Solo per ricordarci che c’è irrazionalità e irrazionalità e che forse possiamo fare qualcosa che non sia soffocare dentro a stimoli digitali, astrazioni e processi cognitivi altamente mediati, ripartendo proprio dal corpo: studiare e praticare il movimento significa ri-collegarsi alla propria attitudine sensoriale, alla nostra e altrui primaria umanità. Non un ritorno nostalgico, piuttosto una ridefinizione epistemologica dell’esperienza umana come base del pensare, del sentire e del conoscere, un modo “nuovo” e ancestrale di stare al mondo nel mondo. Tu non mi perderai mai circuiterà anche nel 2026, è possibile consultare le date sul sito di Sosta Palmizi.

Un anno di scuola di Laura Samani
di Vittorio Lauri

Il film Un anno di scuola (2025) è il secondo lungometraggio della regista triestina Laura Samani, vincitrice del David di Donatello come miglior regista esordiente con Piccolo corpo (2021). Liberamente ispirato al romanzo omonimo dello scrittore Giani Stuparich pubblicato nel 1929, il film racconta l’anno della maturità di Fred, una ragazza svedese che si trasferisce a Trieste a causa del lavoro del padre. Fred (Stella Wendick) cerca di adattarsi ad un contesto quasi esclusivamente maschile, entrando nel gruppo di amici formato da Antero (Giacomo Covi) Pasini (Pietro Giustolisi) e Mitis (Samuel Volturno). L’ingresso di Fred nel gruppo innesca una catena di sentimenti nuovi per i tre ragazzi: bisogno di attenzione, gelosia, fiducia tradita, perdono.

La recitazione e la scrittura dei personaggi sono i punti di forza del lungometraggio: la regia è orientata verso il mettere a proprio agio il debuttante cast, la cui scelta si rivela decisamente vincente. Nel procedere della trama, emerge bene il conflitto e la costante tensione dei personaggi tra voglia di futuro e disillusione, desiderio e autocommiserazione, ingenuità e cinismo, il tutto tenuto insieme da una regia delicata. La vicenda è ambientata nell’anno scolastico 2007/2008 (probabilmente l’anno della maturità della regista, che è dell’89) da cui deriva anche il paesaggio sonoro del film: Prozac+, I Tre Allegri Ragazzi Morti, Mellow Mood, ovvero un grande omaggio alla scena friulana degli anni novanta e zero, in particolare a quella di Pordenone.

Non un film sull’adolescenza quindi, nel senso di tema universale: Un anno di scuola – nelle sale italiane da aprile 2026 – è un film su una adolescenza specifica, in quel posto, in quel momento, con determinate circostanze. Ma non è forse vero che ogni adolescenza coincide con la guerra / che sia falsa, che sia vera / ogni adolescenza coincide con la guerra / che sia vinta, che sia persa.

frame dal film “Un anno di scuola” di Laura Samani

Guarda le luci amore mio di Dutch Nazari
di Irene Ringozzi

Un anno, 360 giorni, 8766 ore e tantissimi minuti che non sto qui a contare. Questi me li lascio alle spalle e altrettanti ne ho davanti, ma cosa porto con me? Cosa recupero archeologicamente da questi giorni per farne strumento d’emergenza per il futuro? Ho viaggiato poco, pochissimo, ma ho camminato molto, in corteo. Ho occupato tante, forse troppe, volte i sedili dei teatri, troppo poche quelli dei cinema. Ho letto, per piacere, un irrisorio numero di libri… studio Lettere, questa è la mia scusante. Ho craccato numerose serie tv e ascoltato infinite canzoni: allora forse è il caso che io riparta da qui nel 2026, con coerenza, dalle mie cuffiette bluetooth. La domanda è precisa e necessita una spietata e dolorosissima selezione: devo nominarne uno, un unico album venuto alla luce nei dodici mesi precedenti da cui trarre consiglio e conforto nei dodici a venire. Per me quell’album è Guarda le luci amore mio di Dutch Nazari.

Nazari ha ripreso il titolo dall’omonimo libro di Annie Ernaux (2022), un libro in cui i supermercati assurgono alla dignità artistica e che ha fatto dell’osservazione di ciò che ci circonda il proprio motore, prendendo le distanze da un’egotistica introspezione. Il disco del rapper padovano nasce dal medesimo impulso: dal tentativo di spiare la vita degli altri e trovare una chiave di lettura per le contraddizioni del nostro secolo, alle prese con la crisi del capitalismo e con guerre camuffate nel glamour dei social. Guarda le luci amore mio ci ricorda di non introrpidirci nella nostra comodità, di osservare criticamente il mondo e farne parola, spezzando la catena reiterativa dell’indifferenza. È questo quello che vorrei portare nel kit di sopravvivenza per il 2026: riuscire a guardare le luci senza restarne accecati, uscire dalla caverna platonica e dall’illusione delle ombre, per poi trovare simili umani con cui reggersi se il mondo dovesse cadere.

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
di Caterina Baldini 

«Le immagini per me sono veli di cipolla, sotto una lampada, separati tra loro. Sottilissimi, fatti con una carta velina prossima all’invisibilità, membrane d’aria che osservo una alla volta e di cui assorbo ogni dettaglio e venatura. Non riesco a vedere la cipolla per intero.» pg.112 

Così Alcide Pierantozzi, in Lo sbilico (Einaudi, 2025), descrive l’impossibilità di tradurre il reale in parole e immagini: la disgregazione incessante di ciò che è. Eppure sono proprio le migliaia di parole — incuneate, anno dopo anno, nelle smagliature del cervello e annotate ossessivamente nei lessicari — a diventare un argine all’allucinazione. Il libro è un racconto autobiografico, dall’infanzia al presente, della sofferenza psichica che ancora segna la vita dello scrittore abruzzese. Pierantozzi alterna episodi narrativi (come l’uccisione degli animali con la nonna durante l’infanzia) e meccanismi mentali (la ricerca delle parole, le sole capaci di imbrigliare i pensieri). La vitalità linguistica incide la pagina: scompone la malattia e insieme il corpo che la porta. Viene in mente 4.48 Psychosis di Sarah Kane: blocchi lirici in cui la voce della sofferenza urta contro la freddezza del referto clinico. E se l’assenza di autofinzione fosse l’ultimo gesto possibile? Tentare con la lingua di ricomporre i pezzi, mentre il reale si sfalda?

Il rischio autobiografico
di Lorenzo Donati

In diverso modo, anche in queste pagine, abbiamo raccontato, discusso, promosso, criticato spettacoli che mettono al centro il racconto di sé. L’autobiografia è da sempre una componente del racconto teatrale, se è vero che ogni “raccontatore di storie” parla un po’ anche di sé, dagli aedi ai giullari, antichi e contemporanei. E l’autobiografia è stata, e ancora è, al centro di precisi flussi stilistici, come quella “fame di realtà” che ha investito le scene artistiche negli ultimi decenni: si è parlato di reality trend e di autofiction, a teatro il post-drammatico è una categoria ormai consolidata e più recentemente si sono imposti studi sulla forma teatrale documentaria. Via d’accesso per una testimonianza già validata perché in prima persona, ciò che è autobiografico ottiene la nostra attenzione per il nostro bisogno di storie “vere”: ascoltiamo un racconto apparentemente senza mediazioni, chi parla sembra non rappresentare perché è testimone reale e diretto di quanto affermo. Certo tutto questo è anche incoraggiato da uno spirito del tempo che favorisce il presuntamente genuino, il non filtrato, il verace ma per venderlo meglio: dai panini di Donato alla schiacciata fiorentina alle nonnine social. La domanda è dunque sempre la stessa: cosa fa il teatro quando tutti pretendono di dire la verità, parlando di sè? Forse va capito se ci sia meno un rischio: si può rischiare di rompere la soglia che rende il linguaggio teatrale riconoscibile, portandolo sempre sul punto di “impazzire”, come una maionese? Si può rischiare nel mettersi a nudo?  Cosa provoca imbarazzo, oggi, come singoli e comunità? Attorno a queste domande lavorano spettacoli come come Abracadabra dei Babilonia Teatri e di CollettivO CineticO, Asteroide di Marco D’Agostin, o l’opera prima Tutte le cose più grandi di me di Sofia Longhini. Una domanda per questo anno: usando l’autobiografia quale rischio ci si sta assumendo?

Asteroide di Marco D’Agostin – foto di Alice Brazzit

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