È ciò da cui Diana Anselmo cerca di distanziarsi con il suo nuovo spettacolo messo in scena a Gradisca D’Isonzo nell’ambito di In\Visible Cities il 4 settembre 2026. Dopo la performance proposta l’anno prima, intitolata Je Vous Aime (trad. vi voglio bene) che analizzava le prime proiezioni di immagini in movimento, Pas Moi (trad. io no) esplora la genesi dei primi dispositivi di registrazione e riproduzione del suono per indagare meglio la storia della comunità sordomuta. A differenza del primo spettacolo, il quale possedeva una minima presenza di linguaggio parlato, Anselmo in Pas Moi fa immergere le spettatrici e gli spettatori nel LIS (Lingua italiana dei segni), accompagnato sullo schermo da traduzioni in parole scritte.
Tre attori entrano in scena da dietro le quinte, Antonio Dominelli si siede in penombra a una consolle laterale al palco e gli altri due (Diana Anselmo e Daniel Bongioanni) si posizionano sulle sedie in luce precedentemente messe: ha inizio lo spettacolo. I due performer seduti iniziano a comunicare tra loro come se stessero facendo una chiacchierata amichevole, coinvolgendo con gli sguardi gli spettatori ipnotizzati. Discutono di una lettera mandata dal sistema sanitario italiano, che, come se fosse la norma, tratta la sordità come una malattia. Durante lo svolgimento dell’opera vengono citati personaggi storici, tra i quali Alexander Graham Bell e sua moglie, Mabel Gardiner Hubbard Bell. Il primo veniva interpellato essendo uno degli inventori del nostro attuale telefono. L’apparecchio era in primis un tentativo di rendere le persone sorde “normodotate” poiché in quegli anni era necessario nascondere quel genere di condizione fisica. Si soffermano per un po’ a discutere in modo alquanto comico della sonda spedita nel 1977 dalla NASA con all’interno un messaggio per delle possibili civiltà extraterrestri. Quel messaggio sarebbe un disco per grammofono, dando quindi per scontato che gli alieni possano ascoltarlo. Gli attori giocano sul fatto che questi siano non udenti e quindi non capiscano a cosa dovrebbe servire l’apparecchio fino alla distruzione totale di quello. Lo spettacolo si concentra a questo punto sulla sinfonia An Die Freude (Inno alla gioia) in tedesco, mentre una frase viene proiettata alle loro spalle:”Quand’ero bambino ero convinto che compiuti 18 anni, o sarei diventato udente o sarei morto.”. Dopo un momento di tregua una seconda frase appare sullo schermo: ”Io no” Gli attori iniziano allora a ballare e saltare da una parte all’altra del palco, giocando tra loro. Ciò che Diana Anselmo, Antonio Dominelli e Daniel Bongioanni cercano di comunicare sembra un messaggio di speranza: il silenzio non equivale alla morte.
Come lo scorso anno Diana Anselmo è riuscita a entrare dentro i cuori degli spettatori.
di Ottavia Chiaramonte
L'autore
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.


