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foto di Alice Brazzit
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#14 Un flash-mob potrebbe risolvere i nostri problemi?. ‘Asteroide’ di Marco D’Agostin

di Altre Velocità

La scienza e l’arte non sono poi così inconciliabili.

La prima è rigorosa, oggettiva, necessaria per l’avanzamento del genere umano; la seconda è libera, astratta, capace di esprimere sentimenti profondi e dar loro voce. Uno scopo le lega: ribaltare completamente le aspettative e le credenze di chi le incontra. In un momento di crisi causato da un avvenimento doloroso della vita personale di un artista, che lo porta a precipitare in una spirale di negatività, la scienza è presente per donargli un punto fermo: così nasce Asteroide.

Il 6 settembre 2026 il Teatro Nuovo di Gradisca d’Isonzo presenta l’ultimo spettacolo della dodicesima edizione di In/Visible Cities, realizzato da Marco D’Agostin, che tenta di avvicinare una delle scoperte più importanti della paleontologia – l’estinzione improvvisa dei dinosauri -, il repentino termine di una sua relazione, ed il mondo dei musical. Un progetto ambizioso, portato a compimento magistralmente. L’acume dell’artista risiede nel suo modo di relazionarsi con il pubblico: la performance non è tipicamente frontale, composta da un performer che si esprime ed una platea silenziosa, immobile, solo spettatrice. D’Agostin si mette in contatto con chi ha ritagliato parte della propria serata per ascoltarlo, rivolgendosi a loro direttamente e lasciando anche la possibilità di domandargli qualsiasi cosa inerente allo spettacolo. Questa scelta aggiunge al racconto una dimensione di maggiore familiarità, un filo che lega ogni singolo spettatore seduto sulle poltrone del teatro all’unica figura in piedi sul palco, che amplifica la ricezione del messaggio della performance, permettendo a chiunque di immaginarsi nei panni dell’artista. 

Accertatosi della mancanza di paleontologi tra i presenti, Asteroide ha inizio, presentandoci la figura di Walter Álvarez, geologo statunitense che scoprì il motivo dell’estinzione del limite Cretacico-Terziario. La sua vita precedente la scoperta è inventata da D’Agostin, che la racconta intrecciandola con la propria personale esperienza di una storia d’amore duramente terminata e in uno stile particolare: Asteroide è la decostruzione di un musical. L’intera narrazione è presentata infatti agli spettatori tramite la descrizione più o meno dettagliata di una grande performance teatral-musicale che dovrebbe star avvenendo sotto i loro occhi, ma che in realtà è solamente immaginata. D’Agostin delinea ogni parte fondamentale dei musical: la presentazione del protagonista, del suo scopo e dei vari personaggi di supporto, come Walter, la moglie Milly o la ricercatrice e varie canzoni e coreografie tipiche del genere, come la “I am” Song o l’Eleven o’clock number, arrivando addirittura alla parte tecnica, come i puntamenti dei fari sul palco, la presenza di più grandi scenografie e l’entrata di cori. Tutto ciò è, inizialmente, percepibile solo tramite la propria immaginazione e l’immersivo storytelling del performer. I riferimenti alle più tradizionali coreografie del genere teatrale sono molteplici, dalle classiche jazz hands a un piccolo omaggio al musical Wicked, intervallati da velocissime pose plastiche che impossessano il corpo del performer per qualche secondo.

Nel racconto sempre più personale degli avvenimenti, la figura di D’Agostin e quella di Álvarez si fondono, e l’illusione del musical diventa sempre più reale – come un asteroide che si avvicina rapidamente, i numeri diventano esplosivi, veri, liberatori, la musica si fa sentire, le luci calano, i riflettori puntano sull’unico corpo sul palco, che si moltiplica sotto ai nostri stessi occhi, mostrandoci alla fine una piéce musicale vera e propria. Ogni figura presente nella storia è rappresentata da D’Agostin grazie ad una posa specifica, una sorta di leitmotiv corporeo che ci permette di separare mentalmente l’attore dal personaggio, lasciando che dinnanzi a noi si staglino figure ricorrenti ed ensemble. 

Com’è possibile, però, legare così strettamente una delle calamità naturali maggiormente studiate e dibattute nella storia del nostro universo alla fine di una storia d’amore? Marco d’Agostin ci permette di riflettere sulla grandezza delle nostre vite. Siamo piccoli granelli di sabbia su un’infinita spiaggia, siamo protoroditori in cerca di qualche ghianda non carbonizzata di cui poterci cibare; siamo piccole creature costrette a confrontarsi con enormi problemi, ingenui dinosauri inconsapevoli della catastrofe che li sta per spazzare via dalla Terra. Ognuno di noi è al centro del proprio piccolo universo, e contemporaneamente potremmo ricoprire un ruolo minimo in quello degli altri. Siamo un asteroide in rotta di collisione con la propria esistenza, che potrebbe essere un sassolino nella scarpa di qualcun altro. Nonostante ciò, tutto quello che noi siamo in grado di fare è cercare un modo per andare avanti, una motivazione per continuare la nostra permanenza sulla Terra, un nuovo ordine per sostituire quello spazzato via. Ogni tanto le cose si spezzano improvvisamente, la paura prende il sopravvento, e ciò che potrebbe apparire meno razionale risulta essere l’unica vera soluzione ai nostri problemi. E forse proprio a questo si riferiva Marco D’Agostin quando, alla domanda “Perché nei musical tutti si mettono improvvisamente a cantare e a danzare?”, ha voluto rispondere semplicemente: “Perché hanno paura”. 

Magari, potremmo cominciare a cantare ed a danzare anche noi.

di Marianna Canfora

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