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«Usare la tecnologia per salvare il rituale laico del teatro»
Intervista a Daniele Villa (Sotterraneo)
di Giulia Cesolari Francesca Lombardi pubblicato in Interviste il 26 Novembre 2020 0 commenti 4 minuti di lettura
Master di I livello in Imprenditoria dello spettacolo 2020/2021, Università di Bologna Articolo precedente Genoma Scenico: un generatore di casualità performativa, raccontato via chat Articolo successivo

Questa intervista fa parte dell’Osservatorio sulle arti infette, un progetto realizzato nell’ambito del Laboratorio avanzato di giornalismo culturale e narrazione transmediale organizzato da Altre Velocità: si tratta di una serie di conversazioni che le partecipanti al laboratorio hanno condotto con artisti, operatori e studiosi per indagare i mutamenti e le difficoltà del teatro rispetto alle conseguenze della pandemia del Covid-19.

“A mali estremi, estremi rimedi”, recita un detto popolare. In situazioni straordinarie servono rimedi stra-ordinari, lontani dal comune. Da un’emergenza nascono urgenze che provano a ripensare l’incontro tra corpi, a renderci – o forse farci rimanere o farci diventare – ancora una volta spettatori.
Desktop Tales è uno spettacolo digitale ideato da Sotterraneo, andato in scena nell’ambito del Festival dello Spettatore 2020 organizzato da Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e in replica il prossimo sabato 28 novembre nell’ambito della rassegna “Restiamo in contatto”.
Un numero limitato di spettatori si ritrova in una specifica data e ora in una stanza virtuale della piattaforma Zoom. Usando la superficie di un tavolo come palcoscenico, delle mani espongono e manipolano cartoline, fotografie e disegni, mentre una voce racconta aneddoti e curiosità storiche sotto lo sguardo implacabile di Walter Benjamin.
Ci siamo confrontate con il co-regista e drammaturgo Daniele Villa per provare a ragionare insieme intorno alle possibilità del mezzo digitale a teatro: queste ricerche, una volta superata la pandemia, esauriranno il loro corso?

Avete pensato a Desktop Tales a seguito di una committenza? Cosa vi ha spinto a lavorare secondo certe dinamiche?

«Si sono intrecciati tre livelli: eravamo in dialogo con alcune strutture per creare qualcosa in streaming, aprendoci a questa possibilità in un momento di crisi. Allo stesso tempo, i contenuti di Desktop Tales sono una tappa di avvicinamento a quello che – speriamo – sarà L’angelo della storia, uno spettacolo costruito attraverso una miscellanea di aneddoti storici. La materia scenica riguarderà aneddoti paradossali che rivelano la complessità di un’epoca attraverso un unico grande affresco. In sostanza, Desktop Tales è l’embrione, creato attraverso stampe e piccoli oggetti, dello spettacolo futuro».

Qual è il vostro rapporto con la tecnologia?

«Dal punto di vista della ricerca teatrale né per me né per il gruppo c’è mai stato un interesse verso la digitalizzazione dell’esperienza teatrale. In questo momento storico senza precedenti la tecnologia è qualcosa che ti si para davanti e puoi decidere di rifiutarla, “subirla” oppure utilizzarla per provare a salvare il nunc, visto che l’hic non è preservabile».

Volevate creare un cortometraggio o una performance?

«Una performance. Non ci interessava una dimensione di interattività con lo spettatore perché in quel caso, secondo noi, il dispositivo avrebbe assunto una centralità eccessiva. Quello che volevamo creare era un momento live che accadesse su un dispositivo video, ma che ci permettesse di dimenticarci di stare usando un dispositivo digitale».

Quale senso ricercate nel ricreare online il qui e ora del teatro?

«Salvare la dimensione di compresenza, in teatro, è cruciale. Siamo all’alba dell’intelligenza artificiale e questo, con tutte le contraddizioni del caso, rappresenta una palestra di partecipazione, presenza e corporeità. In uno streaming non puoi rivendicare tutto ciò, ma puoi almeno salvare il rituale laico per cui ci si ritrova insieme intorno a un oggetto poetico e lirico in un dato momento e lo si condivide».

Che cosa significa per te, e per voi come artisti, fare teatro online? Qual è stato il processo che vi ha portato a scegliere di costruire questo spettacolo?

«L’unica risposta sensata a un momento di crisi è trasformarlo, almeno in parte, in un’opportunità. La risposta più resiliente alla situazione in cui siamo è fare qualcosa che non avremmo fatto se tutto fosse rimasto com’era prima. Per noi fare teatro in streaming non significa, a nessun titolo e a nessun livello, sostituire la dimensione dal vivo (che è insostituibile), bensì affiancare a quella dimensione una sperimentazione su altri formati, attraverso altri media, e ampliare le possibilità di ricerca».

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