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Risonanze. Per un teatro giovane, orizzontale e partecipato
di Alex Giuzio pubblicato in Interviste il 7 Aprile 2021 0 commenti 14 minuti di lettura
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Direction Under 30 (Gualtieri), Festival 2030 (Bologna) e Dominio Pubblico (Roma) hanno in comune non solo l’obiettivo di programmare e promuovere il teatro fatto da artisti emergenti, ma anche il meccanismo partecipativo per cui sono gli stessi spettatori con meno di trent’anni a scegliere le opere dei loro coetanei da premiare. In questi tre festival le giovani generazioni eleggono i lavori che più li rispecchiano, riscrivendo l’orientamento del teatro in modo collettivo e senza le classiche dinamiche di potere accentrato che caratterizzano qualsiasi direzione artistica.
Di recente queste tre realtà hanno fondato Risonanze, un network nazionale per la promozione e il sostegno di giovani compagnie e per il coinvolgimento degli spettatori under 30 nei processi di direzione artistica. A partire da questo progetto, abbiamo fatto una chiacchierata con Andrea Acerbi (Direction Under 30), Enrico Baraldi (Festival 2030) e Tiziano Panici (Dominio Pubblico) intorno alle questioni e ai problemi che riguardano i giovani artisti teatrali di oggi.

Cos’è e com’è nato il network Risonanze?

Enrico: «Direction Under 30, Dominio Pubblico e Festival 2030 sono nati all’incirca nello stesso periodo, ma solo dopo alcuni anni di attività autonoma ci siamo resi conto della somiglianza tra le nostre realtà. Questo lento processo di mutuo riconoscimento, fatto di dialoghi e di incontri che andavano avanti dal 2017, è culminato con la creazione del network Risonanze, che ha lo scopo di far circuitare il più possibile i giovani artisti teatrali selezionati dai nostri festival».

Andrea: «Il network è al momento articolato in due progetti. “Generazione Risonanze” è un portfolio online di tutti gli artisti premiati dai nostri festival, a disposizione di chiunque voglia programmare giovani compagnie: si tratta di una selezione delle migliori proposte del panorama nazionale del teatro under 30, aggiornato anno per anno. “Cantiere Risonanze” è un percorso annuale di creazione e prima circuitazione in una rete composta da dodici spazi indipendenti in tutta Italia, in cui ognuno ha messo a disposizione ciò che poteva – tra repliche, residenze, co-produzioni, tutoraggi – per gli artisti selezionati dalle nostre direzioni, i quali hanno l’opportunità di un percorso produttivo articolato fra prove, debutti e date garantite» (oltre alle tre realtà fondatrici, fanno parte della rete Polline Fest di Sezze, Theatron 2.0 di Napoli, Festival Strabismi di Cannara, Spazio Zut di Foligno, Kilowatt Festival di Sansepolcro, Torino Fringe Festival, Arezzo Crowd Festival, Iac di Matera, Up To You di Bergamo – NdR).

Perché avete sentito l’esigenza di creare questa rete?

Andrea: «Grazie ai nostri festival era nato un movimento spontaneo sia di giovani spettatori – che si sono avvicinati al teatro, si sono iscritti ai Dams e hanno cominciato a spostarsi in treno per andare a vedere spettacoli – sia di giovani artisti che dopo avere vinto, per esempio, Direction Under 30, si sono trovati l’anno dopo al Festival 2030 o a Dominio Pubblico o viceversa. La creazione del network Risonanze vuole semplicemente favorire questi processi dal basso, anche allo scopo di rinnovare gli sguardi: noi stessi avevamo meno di trent’anni quando abbiamo lanciato i nostri progetti, e ora che abbiamo superato questa soglia, intendiamo rinnovarci al nostro interno. Se infatti lo scopo comune è quello di rispecchiare una generazione, è giusto che anche chi decide le programmazioni appartenga a quella generazione».

Tiziano: «La sfida più grande dei nostri processi è proprio quella della crescita. Dal momento che ci siamo posti la linea di produrre spettacoli fatti da artisti under 30 per incentivare il rinnovo generazionale nel teatro, l’invecchiamento delle nostre realtà rappresenta un problema. Il network Risonanze intende dunque non solo connettere i giovani artisti a un tessuto articolato di opportunità, ma anche facilitare la nascita di nuovi pubblici in tutto il territorio nazionale, soprattutto nelle aree più periferiche».

Per Risonanze avete scelto di operare una selezione diretta, anziché aprire un bando. Perché?

Tiziano: «Un bando di Risonanze sarebbe stato in concorrenza con i bandi dei nostri singoli festival, oppure un raddoppiamento della medesima dinamica. I bandi spesso creano filtri e distanze che invece abbiamo sentito il desiderio di abbattere: il network Risonanze seleziona artisti passati dai nostri festival, che perciò abbiamo già vagliato, visto e conosciuto in modo diretto. Ogni anno tra questi setacciamo i più meritevoli di proseguire un percorso produttivo».

I vostri festival sono accomunati dall’idea molto forte che i giovani artisti debbano essere guardati e selezionati da giurie di loro coetanei. Qual è il valore aggiunto di questo sguardo orizzontale?

Andrea: «Quando abbiamo iniziato a fare Direction Under 30, avevamo meno di trent’anni e le istituzioni con cui tentavamo di relazionarci ci chiudevano la porta in faccia solo perché eravamo giovani. Perciò abbiamo sentito il desiderio che le compagnie emergenti fossero selezionate dai loro coetanei: all’inizio eravamo noi stessi membri dell’associazione, poi quando siamo cresciuti abbiamo cercato di costruire direzioni artistiche collettive under 30. Ma l’auspicio è che gli spettacoli delle giovani compagnie possano arrivare a tutti: i loro coetanei possono capire i loro linguaggi e le loro questioni in maniera più immediata, ma se uno spettacolo funziona, può e deve raggiungere l’attenzione di un pubblico più ampio».

Enrico: «Nei panni di regista nella compagnia Kepler-452, mi sono reso conto che una delle difficoltà più grandi per un giovane artista teatrale è quella di interloquire con spettatori che possano cogliere le tue urgenze. Andare in scena davanti a un pubblico molto adulto è diverso rispetto a quando si incontra una platea di coetanei; nel secondo caso in sala si crea un clima di intesa pazzesco, e penso che per un giovane artista questa sia una delle occasioni comunicative più interessanti: ti rivolgi a qualcuno che parla il tuo stesso linguaggio e che è in grado di accoglierlo più facilmente. Dal momento che il pubblico giovane è difficile da intercettare, i nostri festival si sono posti la sfida di coinvolgerlo.
Riguardo all’esigenza che gli under 30 debbano anche scegliere gli spettacoli più meritevoli di essere programmati, penso in realtà che a prendersi questo rischio dovrebbero essere anche i teatri stabili – il problema è che non lo fanno. Quindi, ritagliare uno spazio di programmazione per giovani artisti e delegare la scelta a giovani spettatori è un necessario gesto politico, che forse non avremmo fatto se non ci fosse stata questa carenza. I nostri festival sembrano oggi gli unici interessati a fare operazioni così spregiudicate e a prendersi le grosse responsabilità artistiche che implica investire su artisti emergenti».

Andrea: «Posso confermarlo sulla mia pelle: da direttore artistico del Teatro sociale di Gualtieri, sono il primo a fare fatica a inserire in stagione delle compagnie poco mature o poco note, perché non avrei risposta di pubblico. Proprio per questo, progetti come Direction Under 30 sono l’anello di una filiera che filtra i giovani artisti di qualità. È difficile pensare che il direttore di un teatro stabile possa programmare lo spettacolo di uno sconosciuto: il nostro dovere è intercettarlo, valorizzarlo e contribuire a portarlo su altri palcoscenici che lo consacrino – ovviamente se l’artista è in grado di arrivarci».

Tiziano: «Sin dalla prima edizione di Dominio Pubblico, abbiamo voluto dirigere il nostro progetto di audience development verso un target di under 25 perché nei teatri di Roma non c’era il pubblico giovane, e questa era una mancanza violenta sia per gli operatori culturali che per gli artisti, soprattutto per le tante giovani compagnie. Se oggi nella capitale esiste un pubblico di riferimento per il teatro emergente, è anche un po’ merito nostro: abbiamo voluto lavorare sui giovani spettatori non solo formandoli, ma soprattutto coinvolgendoli nella responsabilità delle scelte. Come operatore ritengo fondamentale la questione della legacy, ovvero dell’eredità e della trasmissione: tutti i linguaggi che sviluppiamo nel teatro devono poter essere affidati e trasferiti alle nuove generazioni, che a loro volta li altereranno e li faranno propri. I nostri festival hanno poi l’obiettivo di portare queste generazioni a rapportarsi con i grandi teatri, come abbiamo in parte già fatto: Festival 2030 ha fatto un enorme lavoro di rigenerazione e svecchiamento del pubblico per l’Arena del Sole di Bologna, Direction Under 30 per I Teatri di Reggio Emilia, Dominio Pubblico per il Teatro India. E siamo forse riusciti a spostare l’attenzione di alcune grandi strutture, come la Biennale Teatro di Antonio Latella che la scorsa estate ha dedicato un focus al teatro under 30 o il Mittelfest che quest’anno ha aperto il bando Mittelyoung: non vogliamo passare per “rottamatori”, ma qualche opportunità in più per i giovani artisti l’abbiamo senz’altro ottenuta».

Gli ultimi governi italiani hanno impostato ogni priorità sulle generazioni più anziane, dalla sanità all’economia alle politiche culturali: la gestione del nostro paese da almeno quindici/vent’anni penalizza così le opportunità ai più giovani. Questo accade anche nel teatro, dove gli artisti emergenti non hanno più spazi per poter sperimentare o sbagliare, e quindi di crescere. Al di fuori dei vostri festival che tentano di sopperire a questa mancanza, dove sono secondo voi le carenze principali del sistema teatrale e come fare per cercare di risolverle?

Tiziano: «La pandemia ci ha fatto sbattere contro una dura realtà: se in passato fossero state investite più risorse nella ricerca scientifica e nella sanità anziché operare tagli disastrosi, avremmo potuto gestire l’emergenza perdendo molte meno vite umane. Nell’ambito culturale è accaduto lo stesso: i teatri indipendenti e i piccoli festival che ospitano artisti emergenti, reggendosi solo sulle proprie forze, sono quelli più a rischio di chiusura e la loro perdita sarà drammatica, perché non rimarranno più terreni di ricerca e di sperimentazione – che già erano pochi anche prima del covid. Chi ci governa non sta affatto preservando questi spazi, e ciò rappresenta un’azione assassina.
L’altro limite delle istituzioni che si occupano di politiche culturali è poi quello di scarsa conoscenza della realtà di cui si occupano: al ministero della cultura non c’è più nessun interlocutore consapevole di ciò che significa fare ricerca teatrale, e l’attuale impostazione dei sostegni pubblici è una diretta conseguenza di tale carenza. Mancando il ricambio generazionale all’interno delle pubbliche amministrazioni e dei centri di potere, non c’è e non ci potrà mai essere nessuna innovazione».

Enrico: «A mio parere il problema è legato alla crisi identitaria della sinistra, cioè la forza politica che occupa i ruoli di potere nelle istituzioni culturali del nostro paese. Se questi ruoli di potere sono espressi da un partito che ha oggi un enorme problema di identità, non potranno mai nascere delle efficaci politiche culturali: i teatri stabili italiani si preoccupano solo di fare le stagioni senza alcun progetto, mentre se guardiamo per esempio alla Germania, ogni singolo teatro ha una forte identità, quasi una linea politica, che comporta il fare scommesse su certe estetiche, certe compagnie, certe questioni – giuste o sbagliate che siano, ma almeno rappresentano un patto col pubblico e un discorso preciso, che quindi può includere sia le compagnie affermate che quelle più giovani.
Il teatro è l’arte che più di tutte dovrebbe esprimere una visione sul futuro e stimolare processi immaginativi sulla società, e questo è esattamente anche il ruolo che, sul piano politico, aveva una volta la sinistra rispetto ai partiti conservatori. Venendo a mancare questo ruolo, l’intero settore teatrale si è ormai sclerotizzato tra un conservatorismo diffuso nei teatri stabili e le esperienze di avanguardia dei grandi festival, unici ormai a fare da contrappunto».

Andrea: «Il problema è complesso e per risolverlo non basta scrivere manifesti come quello di Milo Rau per il teatro di Gent. Penso che si tratti soprattutto di una questione evolutiva, nel senso biologico del termine: tanti vogliono fare gli artisti ma in pochi ce la fanno, perché gli spazi sono molto pochi – che si tratti di piccoli palcoscenici per sperimentare o di grandi teatri in cui arrivare alla consacrazione. Il compito che sentiamo è proprio portare avanti gli artisti di qualità affinché vengano riconosciuti dal sistema, e nel concreto come Direction Under 30 lo facciamo, per esempio, offrendo una replica a cachet al Festival Aperto di Reggio Emilia allo spettacolo vincitore del premio della critica. Ma affinché questo lavoro sia efficace, i grandi teatri devono iniziare a vedere nelle offerte che portiamo delle opportunità anche per loro, per rifondare il loro pubblico. Invece spesso gli stabili, anche quando concedono una replica a un giovane artista, non ci credono davvero e non gli costruiscono intorno una cornice adeguata: di conseguenza, la compagnia che passa in un grande teatro non ha lo stesso riscontro che ha quando si trova nei nostri contesti, in cui è più tutelata e recepita».

L’impressione che ho avuto guardando e conoscendo gli artisti teatrali che oggi hanno 25-30 anni, di cui ci siamo occupati nell’inchiesta Chi l’ha vista?, è che rispetto agli anni precedenti sembra esserci un minore senso di appartenenza generazionale, di scambio e di dialogo tra pari. Qualcuno di loro addirittura, come Leonardo Manzan, rivendica il proprio individualismo. A me questo pare un elemento di debolezza collettiva, a voi?

Andrea: «L’individualismo dei giovani oggi è molto forte e penso che la prima causa risieda nel fatto che la società contemporanea si basa ormai sull’immagine del sé da ostentare e da promuovere attraverso i social network. Questi meccanismi inducono dei processi di polarizzazione anziché di avvicinamento reciproco, e nel nostro piccolo, coi nostri festival cerchiamo di combatterli favorendo per esempio la visione reciproca tra le compagnie che ospitiamo».

Enrico: «È vero che gli artisti teatrali delle generazioni precedenti avevano più forti dinamiche interne di condivisione rispetto a quelli di oggi, ma allo stesso tempo erano anche poco in dialogo con l’esterno: si trattava di un circolo più chiuso, che a mio parere ha portato a conseguenze come l’elitarizzazione del pubblico, nel bene e nel male. Invece, i 25-30enni di oggi che fanno teatro potranno essere forse più individualisti, ma hanno anche un maggiore senso di esplorazione del mondo esterno al di fuori della loro cerchia artistica. Penso che la causa di tutto ciò sia nella mancanza di luoghi fisici in cui ritrovarsi, legata a sua volta alla manageralizzazione della cultura: i teatri e le sale sono gestiti con le stesse logiche della finanza e del mercato, secondo le quali un manager deve difendere la propria azienda e il proprio profitto sconfiggendo la concorrenza; perciò le giovani compagnie non hanno più spazi in cui provare e, se vogliono noleggiarne uno, devono spendere cifre esorbitanti proprio perché questi spazi sono gestiti da manager e non da artisti. Questa condizione inibisce molto lo scambio, poiché non ci sono più luoghi di condivisione in cui le compagnie teatrali possono dividersi gli spazi e incontrarsi».

Tiziano: «Penso che l’individualismo dei giovani artisti teatrali di oggi sia una zona di fragilità. Dall’altra parte, però, negli ultimi tempi vedo anche una maggiore volontà di raccontarsi attraverso testi originali che possano indagare proprio le fragilità di una generazione, portando in scena il proprio linguaggio e la propria storia anziché le solite drammaturgie classiche. Il problema è che si tratta di una strada più difficile, che avrebbe bisogno di una maggiore formazione, e invece oltre a mancare gli spazi mancano anche i contesti per la trasmissione artistica. Il risultato è che oggi ci sono tanti giovani creativi, ma pochi artisti davvero interessanti».

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