altrevelocita-logo-nero
bonci-1-1920x1282

Oggi, in Russia. Intervista a Teodoro Bonci del Bene, con una lettera di Ivan Vyrypaev

di Francesco Brusa, Lorenzo Donati

Abbiamo incontrato Teodoro Bonci del Bene, regista e attore, tra i principali divulgatori italiani del teatro russo odierno attraverso la traduzione e messa in scena. Dopo la pubblicazione della nostra presa di posizione sul dissenso totale alla guerra Russia-Ucraina, con Bonci del Bene abbiamo cercato di porci domande sulla situazione attuale attraverso le informazioni che trapelano sulla quotidianità in Russia, dal punto di vista del teatro e delle arti.

Cominciamo da questi giorni, dalla difficoltà di prendere la parola in un contesto così complicato e pieno di dolore.

«Qualche giorno fa mi è stato chiesto se raccontare certe situazioni o nominare alcune persone sarebbe stato un problema per me. Vi rispondo dicendovi che per quanto mi riguarda non lo è, perché ormai sono completamente “sputtanato” e mi fa piacere esserlo: non vedo altra alternativa. Da ottobre sto infatti portando in giro uno spettacolo, Dati Sensibili: New Constructive Ethics, in cui dico più volte che la Russia è un regime autoritario. Già questo è sufficiente per screditarsi per sempre. Adesso è però necessario trovare un modo per raccontare senza che sia possibile ricondurre i fatti a persone specifiche, per evitare di esporre gli altri al pericolo.
Su quanto sta accadendo, ciò che più mi ha scioccato sono le parole di una ragazzina di 14 anni, che mi ha raccontato di come la scuola faccia propaganda agli studenti. Ha usato proprio queste parole, «ci hanno fatto propaganda. L’insegnante è entrata in classe ammonendo alcuni studenti perché nei corridoi aveva sentito pronunciare quella parola, guerra, qualcosa che non avrebbero mai dovuto proferire. Di certe cose non bisogna semplicemente mai parlare. La docente ha poi continuato dicendo che la Russia non è un paese aggressivo, non invade paesi pacifici e non intraprende azioni di guerra».

Cosa sappiamo della situazione artistica e teatrale russa, oggi?

«Si dice che qualche giorno fa, allo scoppio della guerra, sia stato emanato un documento circolare da parte del Ministero della Cultura in cui si prevedono 15 anni di carcere per chiunque in un teatro commenti ciò che sta succedendo. Si tratta di documento introvabile e probabilmente chi lo ha avuto tra le mani non si può prendere il rischio di fotografarlo e farlo girare. Tuttavia non ho motivo di credere che la direttiva non esista, perché ne ho avuto notizia da due fonti e con informazioni sempre più precise, tanto che son riuscito a prendere alcuni appunti.
Detto questo, è bene sottolineare che in Russia ci sono molti teatri che già da prima sostenevano Putin, anche perché per la maggior parte si tratta di teatri nazionali, quindi finanziati direttamente dal Ministero della Cultura. Perciò in questo momento o si schierano apertamente con Putin o restano neutrali. In ogni caso, in questi teatri si recita e il pubblico va alle rappresentazioni come se niente fosse. Quello che però sorprende e rammarica è il silenzio di alcuni personaggi pubblici molto influenti, che non prendono alcuna posizione. In questi giorni il regista e drammaturgo russo Ivan Vyrypaev ha reso pubblica una lettera trasmettendola attraverso l’emittente televisiva Meduza, l’ultima ancora aperta (in Russia infatti molte emittenti hanno dovuto chiudere). Qualche giorno fa ho visto l’annuncio dell’ultimo servizio di Dozhd’, il canale che io e la mia compagna eravamo soliti guardare: è stato molto commovente sentire salutare il pubblico con la frase «ci rivedremo, ma non sappiamo quando», Inoltre, molti canali di stampa non filo-governativi sono entrati nella lista “agenti stranieri”: si tratta di giornali, persone, testate che devono dichiarare all’inizio di ogni articolo o contenuto pubblicato che ciò di cui si sta fruendo è un prodotto di agenti stranieri, finanziato da potenze economiche e politiche occidentali per destabilizzare la Russia.
Tornando alla lettera, si tratta di un appello rivolto a 40 teatri statali russi che mettono in scena le sue opere come il Teatro d’Arte di Mosca, il BDT, il Teatro delle Nazioni, il Sovremennik e il Centro Mejerhol’d, così come decine di teatri regionali. Vyrypaev scrive che donerà le percentuali a lui spettanti sui diritti d’autore ai fondi di soccorso per i rifugiati ucraini».

Riportiamo qui di seguito la lettera di Ivan Vyrypaev citata da Bonci del Bene:

Cari colleghi!
Nel vostro teatro si recita una delle mie opere e, in alcuni casi, più di una. In accordo con il nostro contratto voi mi versate trimestralmente una percentuale sulle vendite dei biglietti.
Poiché il vostro teatro è finanziato dal Ministero della Federazione Russa o dal Dipartimento della Cultura della vostra città, cioè da quello stato che sta conducendo una guerra criminale contro il popolo ucraino, uccidendo i cittadini di questo paese e distruggendo le infrastrutture di città e villaggi, ho deciso e voglio informarvi che tutto il denaro che riceverò dal vostro teatro sarà trasferito ai fondi di soccorso ucraini. Naturalmente (e voglio sottolinearlo), questo denaro sarà usato solo per scopi pacifici e in nessun modo per scopi militari.
Il nostro denaro andrà ad aiutare i rifugiati ucraini, i bambini e le madri che hanno bisogno di questo aiuto ora. Sono contento che in questo modo il denaro del bilancio culturale della Federazione Russa sarà dato in modo equo a coloro che hanno sofferto e soffrono per il barbaro attacco della Russia. Cercherò di informarvi in dettaglio sugli scopi specifici ai quali è stato destinato il denaro che abbiamo guadagnato insieme.
E il pubblico che, in Russia, compra i biglietti per i miei spettacoli dovrebbe sapere che comprando un biglietto per la vostra rappresentazione della mia opera, stanno anche dando un contributo concreto per aiutare gli ucraini tragicamente colpiti e, almeno, in qualche misura (ovviamente, incredibilmente piccola) compensare il danno mostruoso che la Russia sta infliggendo all’Ucraina.
Sono particolarmente felice di annunciare la mia decisione al Teatro BDT, al Teatro Nazionale e al Teatro d’Arte di Mosca, perché le royalties di questi teatri sono molto più alte di quelle di tutti gli altri teatri messi insieme. Così, insieme a voi, stiamo già iniziando a fare quello che un giorno (ne sono assolutamente sicuro) farà l’intera nazione russa.
Questa lettera sarà pubblicata nei media, sui social network e sul mio sito web, in modo che la nostra azione per aiutare gli ucraini sia seguita sia in Russia che all’estero. Grazie per essere insieme.

– Ivan Vyrypaev

Sebbene da qui sia molto difficile capire cosa stia accadendo in Russia e quali siano le realtà culturali che cercano di esprimere dissenso alla guerra, trovo questa lettera molto intelligente da un punto di vista della comunicazione politica, perché invece di ribattere frontalmente, fa leva sul senso di solidarietà. Mi sembra inciti a far fronte alla realtà per smuovere la coscienza di chi viene intercettato da questo messaggio. Un simile atteggiamento lo vedo anche in altri contesti, come ad esempio le interrogazioni parlamentari che chiedono trasparenza sul numero di soldati morti: anche se ci troviamo su un campo formale, resta una direzione politicamente sensata, specie perché in un contesto simile l’opposizione frontale, per quanto giusta e legittima, corre il rischio di esaurirsi in una fiammata… Entrando però nel merito della tua esperienza a Mosca, in che periodo sei stato residente lì?

«Sono stato in Russia dal 2004 al 2009. Due giorni fa ho guardato in rete un’intervista della durata di quasi due ore ad uno scrittore russo che vive in Spagna da alcuni anni. Nell’intervista gli chiedevano quale fosse stato il periodo più democratico della storia della Russia, il momento in cui il paese si è avvicinato di più a quella che noi chiamiamo democrazia. Ha risposto indicando i primi anni 2000, proprio quando sono stato lì. Anni speciali, diversi da tutto quello che c’è stato prima, mentre quello che è venuto dopo lo stiamo commentando ora.
Si vedano le risposte alla lettera di Vyrypaev, che mi ha confessato di non aver ricevuto attestazioni di solidarietà come si aspettava e di essere stato invece contattato solo da persone che si lamentano perché ora perderanno il lavoro (i suoi testi verranno ora ritirati, se i teatri mettessero in scena le sue opere i direttori rischierebbero 15 anni di carcere)».

Stiamo dunque parlando di un paese in cui le “conquiste democratiche” si sono via via deteriorate…

«Vi racconto di un centro culturale russo che mi ha contattato per fare un progetto di teatro documentario, conosciuto in Italia grazie al lavoro di Gerardo Guccini, che ha dedicato a questa peculiare forma teatrale russa un volume di “Prove di Drammaturgia” portando in Italia due esponenti della principale compagnia che lo sviluppa, il Teatr.Doc, al Dams. Anche Vyrypaev è partito da lì, mettendo in scena i suoi primi lavori in quel teatro. Considerate che il Teatr.Doc è stato storicamente anti Putin, avevano in repertorio uno spettacolo dal titolo Berlusputin, una riscrittura da Dario Fo. Dunque sono stato a Mosca in gennaio e mi è stato raccontato dell’inaugurazione di un loro nuovo spazio, fatta in due modalità: l’inaugurazione per il pubblico e quella solo per Putin. Ma qualcosa a Putin non era piaciuto, e il finanziatore del progetto si è presentato dicendo che dal giorno successivo in avanti non sarebbe stato più possibile fare “attivismo”. Qualunque progetto che odorasse anche lontanamente di tematiche politiche sarebbe stato scartato, non importava chi lo avrebbe presentato. Questo era più o meno lo stato di cose nei mesi scorsi.
Pensiamo ancora a Kirill Serebrnikov, uno dei maggiori registi russi, attivo con collaborazioni in Germania, a Parigi, al Louvre e licenziato dal Teatro Gogol di Mosca nel 2021. Serebrnikov è stato tenuto un anno e mezzo agli arresti domiciliari con delle scuse (come delle “scuse” , cioè fatti fabbricati ad hoc, hanno impedito a Navalny di candidarsi, si veda il caso Ives Rocher). Ho parlato con Konstantin Bogomolov, un regista russo che mise in scena uno spettacolo a Modena proprio nei giorni in cui Serebrennikov veniva condannato a un anno e mezzo di arresti domiciliari. La situazione si era già molto inasprita, gli chiesi se aveva parlato con Serebrennikov, se gli avesse scritto, se lo avesse sostenuto in qualche modo, anche solo andandolo a salutare alla finestra. Lui scoppiò in lacrime e mi disse di andarmene. Dovete sapere che un anno e mezzo fa Bogomolov ha fatto un grosso salto, si è fatto fotografare con alcuni oligarchi vicini al governo. A settembre è stato nominato direttore artistico di un teatro nazionale nel centro storico di Mosca».

Vorrei parzialmente cambiare la prospettiva e farti una domanda che non c’entra direttamente. Io, Francesco, non sono mai stato in Russia ma ho vissuto in Moldavia e sono stato in Ucraina. Ho sempre sentito forte l’eterna divisione fra filo-russismo e filo-occidentalismo, una narrazione dicotomica che sovrasta ogni discorso e molto difficile da smontare. Qualcosa che, nella mia percezione, influenzava molto la visione delle persone, anche quelle attive nel campo culturale. Come si relazionava l’ambiente russo che tu hai conosciuto, su tale questione?

«Kirill Serebrennikov ha portato Romeo Castellucci in Russia, con l’episodio Bruxelles della Tragedia Endogonidia, che contiene una scena in cui dei poliziotti ammazzano a manganellate una persona. Serebrennikov era sicuramente filo occidentale. Ma ho anche conosciuto un mondo che provava a tracciare una terza via. Le opere più belle che ho visto in Russia non sono quelle che assomigliavano al teatro occidentale, che per giunta erano fatte molto bene anche grazie alle disponibilità economiche e tecniche (ora vediamo cosa comportano: quando bisogna fare stare zitti tutti, sono tutti a libro paga. Con quei soldi sono state comprate cose e persone).
In quegli anni, dicevo, ho visto un’arte che potrei definire compiutamente “russa”. Mosca era un posto in cui si parlavano italiano, francese, inglese e in generale tantissime lingue. C’erano artisti da tutto il mondo, c’era scambio di studenti, gli insegnanti andavano all’estero. C’era uno scambio di flussi che superava la semplice imitazione dell’Occidente ma anche la ripetizione di una tradizione stantia. Juri Butusov, è un regista che faceva spettacoli che non assomigliavano a nulla. Oppure gli spettacoli di Anatoli Vassiliev. Sono stato, da spettatore, nel famoso Studio di via Povarskaja dove ho visto Du Voyage d’Onéguine, un lavoro che pure “non assomigliava a niente”, non era teatro orientale, non c’entrava nulla con il teatro contemporaneo europeo. Vi racconto un aneddoto. Io studiavo al Teatro d’Arte, che a un certo punto accolse Il lago dei cigni di Matthew Bourne, un balletto dove danzano solo uomini. La sera vennero da noi i danzatori per chiederci di fare serata, specificando che erano gay e non volevano casini… portateci in dei posti dove possiamo ballare, ci dissero, vogliamo essere noi stessi e non avere problemi e non crearli a voi. Abbiamo passato tutta la notte nei club e bar gay di Mosca, ce n’erano tanti e molto frequentati… credo che tutto questo sia sparito, magari questi luoghi si sono spostati nelle case e non hanno più le insegne fuori… noi allora li trovammo cercando su internet. Detto ciò, Vyrypaev ci ricorda che nessuno ha scelto il paese in cui nascere».

Come era il clima rispetto alla guerra in Georgia, quando eri in Russia?

«Una guerra con la Georgia c’è stata anche poco fa, a causa della quale sono stati annullati tutti i voli da Mosca a Tiblisi. Nei miei anni moscoviti si sentiva molto la questione cecena, un mio compagno di classe era nel famoso cinema Nordost quando fu occupato dai terroristi. Io ero lì quando uccisero Anna Politkovskaja, che viveva vicino a casa mia. Ero molto giovane, ho ricostruito alcune cose dopo. Posso dire che il sentimento della Russia verso questi paesi satellite era molto forte, ho amici georgiani, sentivo tanto scambio a livello culturale e umano. Mosca è piena di ristoranti georgiani. Un po’ come se “le cose della politica” non riguardassero fino in fondo le persone. Questa però è solo una mia percezione, sicuramente non del tutto corretta.
Le informazioni giravano ben poco e i quotidiani non si compravano: mentre qui vai al bar e trovi il giornale, lì questo è impossibile, non succede. Non c’erano i social, nel 2004 avevo al massimo il profilo MySpace. La rete c’era, ma chiaramente l’accesso non era infinito come ora: noi avevamo un solo computer in tutto lo studentato e io andavo dall’anziana portinaia a chiedere di stare 10 minuti al computer comune per guardare la posta. Dopo due anni ho preso una carta telefonica per l’estero e con 10 euro mi collegavo per 60 minuti. Questa era la situazione, perciò informarsi era molto complesso; per di più non se ne parlava, le notizie nemmeno arrivavano. Tuttavia, l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja l’ho vissuto, era il 7 ottobre 2006: sono uscito dalla metro e c’erano ambulanze, polizia, fiori a terra. Era impossibile non saperlo: le hanno sparato di fianco casa mia, nell’ascensore».

Riguardo a quello che dicevi sui social, io non credo abbiano un impatto concreto sugli eventi, ma sicuramente sulla percezione che ne abbiamo noi, e lo stesso vale in Russia, per quanto ora stiano cercando di limitare e controllare. Ora inoltre è molto difficile immaginare una vita senza social o la rete, perché ormai è naturale avere acceso a uno sterminato flusso di informazioni. Immaginare quindi quale possa essere la percezione senza, non è affatto semplice.

«In Russia stanno pensando di togliere internet, ormai se parla da più di un anno e mezzo, nello specifico dalle manifestazioni del 23 gennaio 2021. Fu un momento molto partecipato, ma migliaia e migliaia di persone sparirono nelle carceri. Ho un’amica italiana che ha un conoscente che sta in carcere da allora. In quell’occasione si era parlato di creare una rete di condivisione internet che non fosse collegata al World Wide Web, una specie di darknet russo. Nelle ultime settimane sono stati bloccati i social, tranne Youtube, a cui però hanno tolto l’indicizzazione, per cui non c’è più la targetizzazione specifica degli sponsor e quindi chi crea contenuti sulla piattaforma non può più guadagnare i proventi della pubblicità».

Vorrei ora rivolgerti una domanda al futuro: poste tutte le problematiche in campo, cosa farai tu da qui in avanti per riuscire a essere solidale e metterti a sostegno della comunità teatrale e culturale russa?

«Non c’è futuro per la Russia, di nessun tipo. Per me è completamente finita. Rispetto ai suoi “omologhi” cinesi, Putin è del tutto incapace e si sta completamente isolando. Quale può essere perciò il futuro della Russia? Diventare una Corea del Nord, ma molto più grande? Non lo so proprio.
Io al momento sto cercando di sentire alcune persone, ma in maniera discreta. Conosco qualcuno che speravo se ne fosse andato, mentre altri so che vorrebbero farlo. Quando riuscirò a riprendermi dal trauma, credo che ritornerò su un lavoro che ho presentato a Forlì, a porte chiuse per pochi spettatori, proprio il giorno prima dell’invasione. Si trattava di un primissimo studio per uno spettacolo che dà voce a chi, fino a qualche settimana fa, stava parlando in Russia di libertà di parola e di espressione. Gli ultimi rimasti erano Stand Up Comedian, perciò ho tradotto alcuni dei loro numeri e li ho portati sul palco.
Di recente inoltre mi hanno inoltre chiesto di fare un laboratorio di teatro online con il pubblico russo, ma ho rifiutato perché non posso parlare di guerra. Anzi, non posso nemmeno nominarla come parola, altrimenti loro rischiano 15 anni di carcere. Ma io in questo momento non riesco a parlare d’altro: se sono in collegamento con persone che stanno a Mosca qualunque discorso dovrebbe riguardare la guerra e se non si può, allora non ci può essere alcun laboratorio. Il fatto è che potrei espormi, ma rischio di mettere a repentaglio la vita delle persone che mi hanno invitato. Li capisco quando dicono che in questo momento il teatro serve loro per rimanere in qualche modo vivi, ma in queste condizioni è impossibile. L’arte inoltre, specie in questo momento, secondo me non dovrebbe dare momenti di pura estasi, ma dovrebbe servire a essere cittadini, a diventare parte attiva del luogo in cui si vive. Si dice ormai diffusamente che ora più che mai si dovrebbe leggere Dostojevskij e io non posso che essere d’accordo, a patto che diventi faro, guida per prendere delle decisioni, intervenire sulla realtà».

Che comunità c’era attorno al teatro russo e come pensi sia cambiata ora?

«Data la situazione, mi sento di poter raccontare com’era il pubblico prima: aveva una forte identità, ogni teatro aveva un’impronta artistica peculiare. Fasce d’età diversa e ceti sociali diversi frequentavano luoghi differenti, perciò in platea ci si ritrovava tra simili ma non identici, in alcuni casi si poteva andare a teatro e subito dopo andare a ballare la tecno. Il teatro Praktica per esempio raccoglieva un pubblico informato, di un ceto sociale medio-alto, cool. Cercava di raggiungere una parte di spettatori che solitamente non va a teatro, ma capace di interagire con un mondo molto influente per Mosca. Il Teatro d’Arte invece era il luogo in cui si andava anche senza sapere cosa danno, solo per partecipare. A volte le persone rimanevano deluse perché si scontravano con messe in scena contemporanee in un luogo importante per la sua tradizione. C’era inoltre il Centro Mejerchol’d, ma anche molti festival, che raccoglievano vari tipi di pubblico. Un caso particolare era il Centro Gogol’, una realtà trasversale, un mix di tante cose, una sorta di festival permanente. Ora però che i teatri non stanno prendendo una posizione pubblica, francamente non mi interessa capire chi li stia frequentando, e l’ultima volta che sono stato a Mosca non sono andato a vedere nulla».

Biografia di Teodoro Bonci del Bene

Laureato presso la Moscow Theatre Art School, ha recitato per Teatro delle Briciole e Marche Teatro.
Con Fabio Biondi nel 2013 dà vita al progetto “Cantiere Vyrypaev”. Di questo autore mette in scena e interpreta Kislorod per il TTV festival (2014) e Illusioni, che ha debuttato al Vie Festival nel 2015.
Per ERT Fondazione firma la regia di Gioie e Dolori nella vita delle Giraffe di Tiago Rodrigues nel 2018, e nel 2020 quella di Romeo and Juliet melo-drama.
Nel 2018 la casa editrice Cue Press pubblica le sue traduzioni del drammaturgo russo Mikhail Durnenkov, e l’anno successivo quelle di Ivan Vyrypaev.
Nel 2019 realizza un’installazione per Nelumbo, galleria d’arte contemporanea di Bologna, e una performance per V-A-C foundation di Venezia.
Nel 2018 realizza Signor Sindaco! e nel settembre 2020 In Piazza!, in collaborazione con la non-scuola del Teatro delle Albe. Queste performance, dedicate ai Sette messaggi al sindaco della mia città di Tonino Guerra, vengono realizzate per il Cantiere Poetico per Santarcangelo, e hanno come protagonista Alice Parma, sindaca di Santarcangelo di Romagna.
Nel 2020, in pieno lockdown, debutta Astronave Italia, un progetto sostenuto da ERT Fondazione. Una meditazione pensata per portare in scena un’astronave durante il diffondersi della pandemia.
Nel 2021 è il protagonista e il regista di Dati Sensibili: New Constructive Ethics, un testo di Ivan Vyrypaev sulla catastrofe ambientale prodotto dal Teatro Nazionale di Genova.

Gli autori

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

  • Lorenzo Donati

    Tra i fondatori di Altre Velocità, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento delle Arti all'Università di Bologna, dove insegna Discipline dello spettacolo nell'intreccio fra arte e cura (Corso di Educazione professionale) e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettacolo al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Immagina e conduce percorsi di educazione allo sguardo e laboratori di giornalismo critico presso scuole secondarie, università e teatri. Progettista culturale, è tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Comitato scientifico dei Premi Ubu. Usa solo Linux.

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.