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Il teatro d'ora in poi. Stati d'agitazione permanente

Questo intervento è stato scritto in preparazione all’assemblea aperta dei teatri e della danza in programma oggi dalle ore 17 (leggi il programma »).

«Il teatro non è per tutti, ma solo per quelli che lo amano». Lo scriveva Nicola Chiaromonte in una delle sue corrispondenze teatrali su “Tempo Presente”, nel 1965, quasi a intessere un dialogo con le magnifiche sorti e progressive immaginate da Grassi e Strehler del manifesto del 1945. Oggi ripartiamo dal 1965 per ricordarci, prima di tutto, che siamo davvero “pochi”. Siamo pochi a considerare il teatro (e la danza, la performance, i formati ibridi eccetera) come qualcosa di prossimo alle nostre vite. Siamo pochi a cercare nel teatro un ragionamento, una discussione, una riflessione in atto sul tempo presente. Siamo in pochissimi a frequentare le sale teatrali con regolarità nelle nostre settimane. Partiamo da qui, da questo luogo appartato e assolutamente minoritario. Partiamo dalla semplice constatazione che ognuno di noi già sa: appena usciamo dalle nostre cerchie, facendo un minimo passo fuori dal novero di appassionati e addetti ai lavori, ci accorgiamo che del teatro importa quasi nulla alla maggioranza dei nostri concittadini.

Chiunque avrà provato la sensazione di non potere gioire delle sue persuasioni con amici carissimi o famigliari. Il teatro è un luogo vissuto come distante e di difficile accesso, un luogo in cui non si entra perché troppo spesso contornato da quella diffidenza che nutre chi non si sente all’altezza, un luogo dunque semplicemente poco conosciuto. Anche per questo il teatro è poco o nulla considerato (vedi conferenza stampa di ieri del premier Conte), tenuto ai margini delle occasioni ufficiali e celebrative della nazione, tutt’al più usato come riempitivo a costo zero.

Partiamo da questa comunità piccolissima e da quella che vorremmo e che non abbiamo. Non è vero che oggi il teatro è il luogo della discussione collettiva. Non è vero che il teatro oggi è come la piazza, non è vero che il teatro, come nella polis greca, permette l’elaborazione, la trasfigurazione, la composizione collettiva degli eventi e dei lutti del presente, radunando diversi strati della società. Ora il nostro grido associa l’impossibilità dell’assembramento alla sostanza del teatro, così eleviamo il teatro di domani a vessillo della democrazia, grazie alla corporeità ritrovata. Eppure il teatro di “ieri” era già altra cosa, siamo noi che ci siamo aggrappati a tale idea come a una zattera disassata dopo la tempesta. Strenuamente cerchiamo di portare la nostra persuasione a più persone possibili ma, correndo senza respiro da “professionisti dello spettacolo” sottopagati o quasi amatoriali, rischiamo di dimenticarci che la narrazione del teatro come baluardo della relazione comunitaria è vera per pochissime persone, un manipolo, quasi tutte con un bagaglio di studi ampio, con riferimenti altoculturali, mediamente borghesi e benestanti.

Ovviamente ci sono percorsi di artisti, di teatri, residenze, festival che negli anni sono riusciti a farsi sponda e specchio per i contesti in cui operano, nei paesi o nei quartieri. Seguendo gli esempi che ci paiono virtuosi, intuiamo però che la stessa idea di comunità probabilmente va ripensata, rimodellata e anche rimessa in discussione, per uscire da una sorta di consolazione identitaria che a tratti, anche alle nostre latitudini, potrebbe non essere così dissimile dalla perimetrazione dei sovranismi. Dove allora cercare brandelli di discussioni collettive? Forse nei gruppi Facebook, nelle chat private degli adolescenti, in certe istanze dell’intrattenimento cinematografico e seriale mainstream, nei discorsi dei mezzi di comunicazione di massa (con buona pace del giornalismo 2.0, in cui crediamo), in taluni progetti coraggiosi di scuole e università, forse ancora in qualche gruppo sportivo o di ispirazione cattolica… luoghi in cui molto spesso noi teatranti non siamo.

Noi però restiamo innamorati e persuasi. Siamo convinti che questo posto piccolissimo dal quale parliamo possa essere importante per la vita di tante persone e ci prodighiamo perché accada. Spendiamo la nostra vita per questo. Come deve essere un teatro che valga la vita dei suoi spettatori? Se lo chiedeva Julian Beck e la domanda risuona nelle pratiche quotidiane di moltissimi. Che senso ha, se solo tu ti salvi? Le parole di Antonio Neiwiller le abbiamo lette, rilette, declamate, postate centinaia di volte. Oggi più che mai nel nostro luogo “aperto-appartato” le azioni per provare a essere un po’ meno pochi richiedono sforzi eccezionali, slanci impensati. Serve una nuova utopia pedagogica e comunitaria, proprio adesso in tempi di isolamento, per evitare che finita l’emergenza tutto torni a essere come prima, dunque certamente “peggio di prima”. Che cosa fare? Dal macro al micro, segue un piccolo esercizio di immaginazione per il teatro di domani.

Disegno (modificato) di Mariachiara Di Giorgio

Cosa fare nei prossimi vent’anni: prima educare

Serve una nuova utopia pedagogica. Probabilmente una certa spinta fondativa proveniente dall’animazione teatrale e dal teatro ragazzi ha esaurito la sua funzione di rinnovamento, almeno quella delle sue stesse premesse, e sta iniziando a rimettersi in discussione. Probabilmente il respiro della stagione appena trascorsa è stato troppo breve. Tutti abbiamo cavalcato sulle onde di Creative Europe, dell’audience development e della formazione del pubblico, contribuendo a rimettere il pubblico (o meglio, la sua assenza) al centro del dibattito, ma solo in parte siamo riusciti a interrogarci sulle cause profonde della nostra marginalità. Serve una nuova utopia pedagogica: chiunque operi nel teatro e nella danza deve porsi il problema dell’educazione. In questi anni abbiamo spesso litigato con amici e colleghi, ci siamo divisi sulla necessità o meno di formare il pubblico. Forse è vero che il pubblico non va formato, ma allora anche chi pensa che debba essere “ingaggiato” deve porsi qualche domanda sulla necessità di non creare nuove nicchie di eletti. Proviamo tutti insieme a rilanciare facendo saltare il banco: noi qui su queste pagine riusciamo a immaginare un teatro del futuro senza innescare processi educativi, partendo dalle istituzioni e arrivando ai singoli. Vanno inventate nuove pratiche educative in ogni ambito. Ma possiamo anche dirlo usando gli strumenti di cui già disponiamo: il teatro potrebbe e forse dovrebbe divenire materia scolastica, come l’educazione artistica e musicale.

Cosa non fare domani: il supermercato del teatro e delle polveri sottili

Spostare semplicemente tutto fra settembre e novembre, ammesso che si possa fare, è la scelta peggiore. Ce li immaginiamo, quei tre mesi, con spettatori e spettatrici intimoriti dalle possibilità di contagio, con programmazioni sovrapposte o giustapposte, come le marche dei prodotti al supermercato?

A meno di non considerarci quelli buoni e bravi che hanno capito tutto, dobbiamo riconoscere che anche le scelte del nostro settore sono parte del problema. Un problema che ha generato le condizioni affinché un virus dagli animali sia passato all’uomo diventando contagioso a livello globale. Anche gli aerei che prendiamo per programmare i nostri festival internazionali, dove ospitiamo date secche di spettacoli e artisti che spesso arrivano e se ne vanno in 48 ore, sono parte del problema. Anche l’iperproduttività di un mercato europeo e italiano di debutti sempre freschi, e visti da una percentuale minima della popolazione, è parte del problema. Anche il binomio arte/turismo, quando livella tutto in pacchetti da consumare nell’arco di 48 ore rendendo indistinguibile una calle veneziana da un vicolo di un paese in costiera amalfitana, è parte del problema. Oggi dovremmo saltare su una sedia di fronte alla proposta di immaginarsi eventi culturali fruiti al drive-in.

Cosa fare adesso: la comunità che abbiamo

Graziano Graziani e Attilio Scarpellini, in un dialogo registrato nel podcast di Altre Velocità, ci ricordavano che non è del tutto corretto affermare che il teatro nella sua totalità sia costretto a fermarsi. Si sono fermati gli spettacoli e tutte le attività di compresenza corporea (laboratori, prove eccetera). Il teatro può ancora essere pensato da un lato; e dall’altro può ancora sprigionare il suo potenziale relazionale. A diverse latitudini sono proliferati tentativi per tenere saldi i legami comunitari, per esempio fra attori e registi e i tantissimi laboratorianti. La domanda di teatro forse si è addirittura amplificata a causa del fermo degli spettacoli, e tanti teatranti hanno cercato di colmarla immaginando formati video per bambini, leggendo favole al telefono, inventando playlist di video di repertorio, oppure chiedendo agli allievi attori di scrivere, pensare, progettare. Insomma, in molti hanno provato lo stesso a “fare teatro”, pur non potendo fare spettacoli, prove e saggi. Questa relazione con le comunità esistenti, ma anche con quelle potenziali, può essere alimentata adesso, come in molti stanno facendo, magari dovremmo farlo tutti un poco di più, perdendo meno tempo sul futilissimo e ombelicale dibattito attorno al teatro in streaming. Di che cosa hanno bisogno le persone che seguono il nostro teatro? E quelle che non lo seguono, ma che almeno sanno che esistiamo, di che cosa hanno bisogno, adesso? Possiamo noi teatranti, almeno in piccola parte, rispondere a questi bisogni, inventando dei modi non legati agli spettacoli, alle prove, agli incontri?

Disegno di Brochendors Brothers

Cosa fare domani: reimmaginare un’idea di comunità, anche la nostra

Segue un parzialissimo elenco di pratiche comunitarie da intendersi come catalogo assolutamente non esaustivo per instaurare uno stato di agitazione teatrale permanente. Ci si potrebbe divertire a immaginare diverse azioni, anche più incisive di quelle che seguono e che non vanno intese come la messa in pratica di un manifesto ma come un semplice contributo alla discussione. L’auspicio è che servano per inventare pratiche nuove in discorso politeistico: un nuovo teatro molteplice generato dai teatri che siamo stati, un compost di idee e prassi che nella stasi attuale rifiorisca domani attraverso l’accumulo.
Avvertenza: deliberatamente si cerca di proiettare l’immaginazione oltre le possibilità concrete concesse nella cosiddette fasi 2 o 3. Per un dibattito specifico rimandiamo alle riflessioni sollecitate dai nostri colleghi (su Doppiozero, su Teatro e Critica con l’intervista alla presidentessa di Cresco e su Gli Stati Generali e ancora su Teatro e Critica. Segnaliamo anche le Buone Pratiche di Ateatro, su questi e altri temi).

Smettere di produrre. I teatri nazionali, i tric, i centri e le stesse compagnie potrebbero smettere di produrre, per almeno un anno intero o addirittura due, ovviamente preservando gli spettacoli che erano in prossimità della prima rappresentazione, che dovranno poter debuttare il prima possibile. Un “fermo” delle rappresentazioni di uno o due anni l’ha immaginato in un recente intervento Gianni Farina di Menoventi, dove si prefigura un futuro in cui agli artisti è permesso ritrovarsi, progettare e provare per poi mostrare gli esiti dopo un periodo dilatato e con la ritrovata fiducia della popolazione. Per compensare la “fame di visioni”, nel frattempo si potrebbe dare ampio spazio al repertorio, in un paese dove la maggioranza degli spettacoli vengono visti da pochissime persone. Il pubblico potrebbe godere anche di opere già viste, deliziandosi nell’esercizio della re-visione, pratica che favorirebbe anche una certa autoriflessione dello spettatore, del suo ruolo, della sua “ricerca”. Il repertorio e gli archivi sono una enorme questione delle arti, perché non inventare modi per dargli vita?

Discorsi del pubblico. Ogni replica in ogni teatro, residenza, festival, eccetera potrebbe ospitare, prima dell’inizio, un breve discorso pubblico di persone non afferenti al mondo del teatro. Qualcuno che possa prendere la parola per dieci minuti e che abbia qualcosa da dire legato alla materia di cui è fatto lo spettacolo. Qualcosa di simile fu sperimentato nel 2008 a Santarcangelo, in occasione di “Potere senza potere”.

La comunità tentacolare. Gli spettacoli potrebbero ospitare al loro interno dei segni di altri artisti, come delle piccolissime aperture nelle poetiche, per manifestare plasticamente il farsi di un discorso che si accumula e prende vie impreviste, sera per sera. Una modalità mostrata già da molti, sperimentata da diversi gruppi e anche adottata come nuova pratica produttiva, che potrebbe ora essere messa “a sistema” per manifestare la natura tentacolare del teatro.

Festival e caleidoscopi. I festival potrebbero dismettere le loro programmazioni previste e progettare edizioni ex-novo (o almeno azioni) dal carattere di agitazione culturale. Forse dovrebbero tutti insieme collaborare e inventarsi una specie di programmazione nazionale unitaria (ma non unificata), anche ovviamente preservando le scelte artistiche già operate, ma chiedendo a tutti di immaginare segni artistici per tempi eccezionali, chiamando a raccolta, moltiplicando.

Dioniso! Festival, artisti, teatri potrebbero inventarsi delle feste, dei momenti dionisiaci liquidi in cui spezzare il meccanismo della profilazione dei pubblici e dei consumi. Fra le origini del teatro c’è la festa, allora il teatro ha da inventare momenti festivi in cui sperimentare la rottura dei confini disciplinari e dei margini identitari. Una festa non per intrattenerci o per spegnere il cervello, ma per riconoscersi parte di qualcosa di più grande di noi, non per confortarci con i nostri simili ma per stare a contatto con il dissimile o con l’altro. Una festa così concepita non può che essere anticapitalistica, avrà momenti in cui siccome non c’è nulla da festeggiare si celebrerà semplicemente la compresenza, anche in silenzio. Qualcosa di simile è accaduto in passato alle feste notturne dell’Ardis Hall di Fanny&Alexander o in altri luoghi dei cosiddetti “Teatri 90”, al Circo Inferno Cabaret di Santarcangelo (con qualche tratto riemerso nel recente Imbosco) o ai dopofestival di Volterra e Castiglioncello,

Quale spazio pubblico? Potremmo occupare letteralmente tutti gli spazi pubblici che saranno possibili. Nelle piazze, andando a lezione da chi fa teatro di strada, o facendoci insegnare dai burattinai girovaghi, imparando dalle loro baracche; nelle case tenute aperte, nei centri commerciali, agli altoparlanti dei supermercati, nelle spiagge, nei boschi. Ma anche nell’intimo di alcune comunicazioni in audio, provando a recuperare idee dal radiodramma italiano. Se siamo convinti che il teatro sia ancora uno spazio collettivo, i prossimi mesi li potremo passare ovunque sia possibile contrastare il prosciugarsi degli spazi pubblici nei nostri paesi e città. Dovremo leggere ad alta voce le monografie di storia del teatro nelle piazze, frammentare gli spettacoli in monologhi nei crocicchi, promuovere le iniziative culturali tramite altoparlanti trasportati in bicicletta. Danzare all’aperto, come già avviene, strappando luoghi sottratti alle persone dal dominio del profitto.

Scuola e teatro. Potremo ancora di più lavorare con le scuole, giocando anche la carta del “servizio”, un tabù che giustamente abbiamo rifuggito. Il teatro ha da restare straniero, rispetto alla scuola, e da straniero deve entrarci portando le sue istanze. Ora però sarà necessario ricostruire e questa idea la potremmo piegare. Potremo osservare e studiare, da teatranti, anche i famigerati programmi scolastici. Forse non si tratta più solo di portare i giovani al teatro, forse possiamo andare verso la scuola e verso studenti e studentesse: leggendo i testi poetici dei manuali, dando corpo alla letteratura, fornendo chiavi di lettura per la storia in modi che solo il teatro può immaginare.

Stati di agitazione permanente. Questo e molto altro lo dovremo pensare insieme, per far rifiorire il teatro nei prossimi anni. Dovremo risiedere nelle residenze, nei teatri, nei festival e da lì cercare di immaginare da cima a fondo un nuovo “sistema” delle arti dal vivo, perché questo qui, tutto improntato sulla produzione e sul debito, non funziona più, ci fa vivere male, contribuisce a tenerci emarginati. Il teatro italiano lo pagano le banche: se non ci fossero i prestiti le tantissime “fortezze vuote” (Civica e Scarpellini) crollerebbero subito, dopo aver visto spegnersi quelle piene, vitali e creative. Ci vorrà un vorticare politeista e unitario (come suggeriva Meldolesi) di pensieri dibattiti discussioni litigi, disseminato e in evoluzione, che sappia preservare momenti appartati ma che sia anche sempre aperto, visibile e chiassoso. Un vortice per reimmaginare collaborativamente tutto, iniziando a riabitare un mondo che non ci conosce.

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  1. Teatro per luoghi migliori.Organizzo il Festival Cantiere di lavoro teatrale da 25 anni in piccoli paesi in Sardegna.Miniere di Montevecchio,Dune di sabbia,case,dimore storiche e piccoli borghi.Per noi lavorare cosi non è un problema…questo è il nostro mestiere,fuori da qualsiasi circuito.Il progetto della Casa delle Storie e della coop Progetti Carpe Diem presenta da 25 anni spettacoli teatrali e musicali e attivita’proposte da artisti che hanno scelto luoghi precisi per assumere linfa ed ispirazione dagli stessi e lasciare una testimonianza del proprio passaggio.In ogni dimora gli artisti agiscono,incontrano il pubblico, coinvolgono gli abitanti del luogo instaurando rapporti sostanziali e presentando il proprio lavoro.
    Per noi di carpe diem non cambiera’ la nostra modalita’di lavorare.I
    Vivo in Sardegna…
    Grazie.
    Buona giornata
    Aurora Aru

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