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(dal sito della compagnia)
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Il burattino “loco” di Belova-Iacobelli, o di una pirotecnica inquietudine

di Francesco Brusa

Danza de trajes sin cuerpo al obsceno ritmo del vagón

(Joaquin Sabina, “Caballo de Carton”)

La condizione liminale propria del burattino, oggetto che si anima e figura umana rattrappita dentro la sua fissità inerte e artigianale, diviene ambiente e atmosfera della scena tutta in Loco di Natacha Belova e Tita Iacobelli (già apprezzate in Tchaïka). Sparsi sul palco ritagli di fogli, ingialliti e ispessiti da un tempo che non è quello della quotidianità reale ma di una sospensione onirica; le luci che esaltano gli angoli e i contorni ma egualmente li confondono, provenienti anch’esse da una sorgente che non è né naturale né artificiale ma evoca un qualche meandro remoto di (una qualche) coscienza; un’ampia alcova con fattezze di favola (oscura) come unico oggetto, vero e proprio, di scena, che però più che un letto è un “piano di immanenza”, spazio quasi concettuale dove le cose sì accadono ma non si inverano, appaiono come gioco di forme destinate a scomparire.

Tuttavia, non siamo in una dimensione intima. Come succede spesso nell’universo gogoliano (lo spettacolo è tratto da Memorie di un pazzo del grande scrittore russo e il loco del titolo è appunto il protagonista del racconto, Popriščin, impersonato dal burattino), inconscio sogni emozioni sono innanzitutto fatti sociali, interpersonali. Il “surrealismo magico” che caratterizza il testo e le vicende rappresenta un inciampo collettivo, non un’estensione della psiche individuale e gli elementi e i dettagli che talvolta prendono vita e sfuggono al controllo della logica razionale (come il cappotto e il naso dei celebri Racconti pietroburghesi) segnalano in primo luogo una rottura, o per meglio dire un’increspatura, una piega dell’ordine comunitario e delle sue gerarchie. Il fantastico, cioè, è un momento dell’analisi prima che della storia, il fiabesco una tinta valutativa più che stilistica.

Così, affetti e stati d’animo sono anche e soprattutto una questione di potere: Popriščin – burocrate e impiegato comunale, continuamente vessato dall’invidia per i privilegi dei propri superiori – impazzisce perché non riesce a sopportare lo scarto fra le sue aspirazioni e la chiusura di possibilità che sperimenta ogni giorno. La stessa attrazione che prova per la figlia del sindaco è lancinante in virtù della sua dissimmetria, di una divergenza che è innanzitutto incapacità anche solo di verbalizzare la realtà di un sentimento amoroso.

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D’altra parte, cosa c’è di più “magico” – nel senso stretto del termine, cioè di legato a una qualche credenza fittizia – del potere, e quali logiche sono così irrazionali come quelle che strutturano le società in ruoli distinti? Sul palco tali interrogativi vengono amplificati dalla presenza del burattino, protagonista assoluto della scena eppure manovrato non da una bensì da due attrici (la stessa Tita Iacobelli e Marta Pereira), che dunque domina lo spazio (fino ad arrivare a credersi Re di Spagna al culmine della sua follia) ma non è forse in grado di governare neanche i propri sogni, i suoi fantasmi interiori ed esteriori.

I suoi gesti sono tutt’altro che schizofrenici e inconsulti, piuttosto il suo corpo (se di “corpo” si può parlare – ma data la maestria con cui le due perfomer infondono di naturalezza ogni movimento diremmo proprio di sì) appare come annichilito sotto il peso delle meschinità quotidiane. Di queste conosciamo solo ciò che lui ci racconta: ma è un’affabulazione interrotta, frammentaria, già incrinata da un inesorabile confondersi fra cronaca e finzione, tra dati di fatto e vagheggiamento delirante. In questo senso, il buio pervasivo che avvolge il palco, come detto solo a tratti squarciato da una luce che non trova altra funzione se non in se stessa, costituisce un elemento significativo dal punto di vista diegetico: rappresentazione plastica di una caligine cognitiva che Loco non vuole né penetrare né dissolvere, quanto piuttosto assumere come forma compositiva.

Infatti, lo spettacolo scivola progressivamente verso una sorta di esaltazione della capacità immaginifica delle attrici e degli artefatti che irrompono di volta in volta sul palco: i virtuosistici cambi di voce, un gigantesco pesce fluttuante che resta sospeso come per incanto, l’improvviso animarsi delle coperte, l’avanzare di una gargantuesca sfera composta da ritagli di giornale con una scorrevolezza che ha il sapore dell’illusionismo. Epperò, è una pirotecnia scenica che non solo conserva ma è anzi tesa a sottolineare il lato perturbante delle vicende: forse che la meraviglia – soprattutto quella teatrale – non è in primo luogo un nome dell’inquietudine, una maschera di fiabe e parabole sociali che non per forza possiedono un lieto fine?

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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