altrevelocita-logo-nero
(foto di Michael Gálvez)
(foto di Michael Gálvez)

“Tchaïka”, un passo a due

di Nella Califano

La materia che prende vita tra le mani di un artigiano o di un’artigiana provoca sempre stupore. Sembra che certi oggetti vivano di vita propria, come se da un momento all’altro dovessero tirarsi su e andarsene per conto loro. Penso subito al burattino di legno più famoso di tutti i tempi, Pinocchio, che prima ancora di prendere forma inizia a parlare e poi, finalmente dotato di piedi, scappa via per la sua strada, andando incontro al proprio destino.

Di fronte a un lavoro come Tchaïka, uno spettacolo con un’attrice e una marionetta, andato in scena all’ITC Teatro il 6 aprile, è difficile non lasciarsi travolgere da quello stupore quando l’oggetto sapientemente realizzato si anima, diventando a tutti gli effetti un personaggio. In questo caso Tchaïka, la protagonista stessa. Da quel momento in poi non importa più di che materia sia fatto e quanto assomigli a un essere umano: il processo di immedesimazione è cominciato perché, come ricorda l’attrice della compagnia belgo-cilena che ha realizzato questo lavoro, la marionetta abita nel nostro immaginario, accenna a dei gesti, non li compie perfettamente, ma siamo noi spettatori e spettatrici a completarli identificandoci in quell’oggetto. Le registe Natacha Belova e Tita Iacobelli, che sono anche, rispettivamente, scenografa e interprete, propongono un’immersione in un tempo sospeso in cui si ha l’impressione che il passato e il presente della protagonista, un’attrice alla fine della sua carriera, coesistano e si realizzino all’interno di un tempo più largo e sfuggente, che è il tempo del teatro. Un tempo in cui l’attrice che interpreta il ruolo di Arkadina de Il Gabbiano di Čechov può interpretare al contempo anche quello della sua giovane rivale in amore Nina e in cui i personaggi della storia possono essere rappresentati simbolicamente: Konstantin è un pupazzo, Nina un velo rosa e Trigorin un libro. Tutto è possibile sulla scena, ma Tchaïka non ha intenzione di esplorare strade nuove, la sua idea di teatro è molto precisa e tutto lo spettacolo ruota attorno all’impossibilità di poterla realizzare come un tempo, complici i vuoti di memoria dovuti all’età. Attraverso Il Gabbiano di Čechov viene raccontata anche la storia di Tchaïka, il cui nome, non a caso, è ripreso dal titolo originale dell’opera dell’autore russo.

La protagonista è una donna che si trova ad affrontare i limiti del presente e a fare i conti con il proprio passato mostrandosi fiduciosa e arrendevole, in bilico tra consapevolezza e illusione, attraversata da lampi di speranza e da profonda disperazione, come se un faro continuamente la illuminasse e la mettesse in ombra, rendendola protagonista eccezionale e acclamata o semplice oggetto, riportandola alla condizione di marionetta inanimata.

Gli oggetti di scena sono ricoperti da teli, come quelli che si utilizzano per preservare la mobilia quando si lascia una casa vuota a lungo, forse per sempre. La protagonista si aggira confusa tra il tavolo e la poltrona impolverati (forse come lo sono i suoi stessi ricordi?) come se fosse all’interno di una casa abbandonata da tempo, ma della quale vorrebbe riprendere nuovamente possesso. Nello stesso tempo questo desiderio che la attraversa è interrotto dall’angoscia di non riuscire più a riconoscere quel luogo perché ha perduto i suoi riferimenti. Non sa più chi è, confonde il personaggio con la sua stessa vita. Tra i pochissimi oggetti di scena compare anche un gabbiano, la cui presenza all’inizio viene accolta da Tchaïka con orrore, poi però comincia a giocarci, lo tiene dritto sulla sua testa mentre danza, ma di tanto in tanto ricorda a se stessa di non essere un gabbiano, ma un’attrice. Un altro segno, probabilmente, della sovrapposizione tra realtà e finzione, arte e vita. Che cosa resta da fare quando si ha l’impressione che tutto quello in cui ci si identificava sparisce d’un colpo? Resistere o seguire il flusso della vita. Tchaïka decide di non arrendersi, ma i suoi tentativi di ritrovare quella luce che ha ormai lasciato irrimediabilmente il posto all’oscurità appaiono goffi. Si prova immensa tenerezza per questo personaggio. L’ironia di cui è intriso lo spettacolo è fondamentale anche per riuscire a sostenere emotivamente una storia che in fondo parla di noi, del tempo che passa, della difficoltà di accettare il passaggio a una nuova fase della quale forse non si è più protagonisti, in cui bisogna lasciare il testimone, fare spazio. La resistenza di Tchaïka mette in luce dei temi che emergono chiarissimi: il conflitto generazionale e il peso del fallimento e della solitudine, ma anche il rapporto con l’arte e con la propria vocazione. La protagonista intende dimostrare a se stessa e agli altri di essere ancora in grado di calcare le scene come un tempo, pretende di interpretare il ruolo della giovane Nina nonostante lo scarto d’età tra lei e il personaggio, fa mostra della sua esperienza di attrice navigata recitando spezzoni de Il Gabbiano di Čechov e dell’Amleto di Shakespeare, che non a caso vedono due madri incapaci di piegarsi, ma che tirano il filo finché non si spezza drammaticamente. Uno slancio di vita prima della fine che passa attraverso la ricerca di approvazione e gloria.

(foto di Michael Gálvez)

C’è un momento in cui la protagonista sembra aver preso coscienza della propria condizione. Uno specchio le rimanda il riflesso del suo volto invecchiato. Le mani tremano. A quel punto cerca il volto giovane e fresco dell’attrice che la manipola, con la quale si relaziona per tutto il tempo dello spettacolo e che rappresenta in qualche modo il suo doppio all’interno di questo lavoro che si sviluppa mantenendo il dualismo presente nella pièce di Čechov: verità e finzione, successo e fallimento, vecchiaia e giovinezza, passione e angoscia per il teatro, arte e vita. La giovane attrice la incoraggia, cerca di riportarla al suo obiettivo iniziale, quello di interpretare per l’ultima volta il ruolo di Arkadina. Le suggerisce il testo cercando di rimediare ai suoi vuoti di memoria. La giovane attrice è però anche un insuperabile termine di paragone perché è tutto quello che lei non è più e assistiamo, a un certo punto, all’ultimo tentativo di Tchaïka di ribaltare il proprio destino, di prendere il sopravvento su colei che la manipola esibendosi in una danza-lotta disperata in cui la marionetta si scompone e si ricompone e la giovane attrice cerca di districarsi da una stretta soffocante. La stessa Tita Iacobelli rivela che la protagonista sia la sua versione invecchiata per riuscire ad avere nello stesso tempo Nina e Arkadina, la giovinezza e la vecchiaia, due generazioni a confronto.

L’epilogo è inevitabile: Tchaïka deve andare per la sua strada, a poco a poco cedere, mettere fine alla sofferenza e alla fatica di volare controvento, spiegare le ali e abbandonarsi. È un doloroso percorso di accettazione che nel momento in cui si realizza permette alla protagonista di ricompattarsi, di raccogliere i frammenti della sua esistenza. Più volte, in momenti di grande poesia e commozione, vediamo cadere dall’alto come dei fiocchi di neve, o soffiare via della polvere, materia leggera che cade lenta. Osserviamo rapiti, insieme alle due attrici fuse in un corpo solo, eppure due esseri distinti. Sono momenti di sospensione, forse utili a portare lo sguardo all’interno, a ricordarci che in fondo ci somigliamo, che le nostre storie a un certo punto si intrecciano e ci ritroviamo inevitabilmente a guardare tutti nella stessa direzione, a osservare i pezzi della nostra vita che cadono leggeri ai nostri piedi in attesa di essere raccolti, accettati e rimessi amorevolmente insieme. Malinconia e bellezza. Eccitazione e disperazione. Amore e solitudine. La vita.

L'autore

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.