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Elegia della piscina vuota. Alberghi. Una tremenda ostinazione di Clessidra Teatro
di Vittoria Majorana Damiano Pellegrino pubblicato in Recensioni il 11 Novembre 2019 0 commenti 13 minuti di lettura
Gli strumenti dello spettatore. Una masterclass di sguardo, analisi e critica dello spettacolo Articolo precedente Il caso W. Intervista a Claudio Morganti Articolo successivo

Un muro di piante cinge d’assedio l’albergo La Petite Fleur, tanto che dalla strada, specialmente quando la sera il buio l’avvolge, lo si nota appena. Non ci sono fari a illuminare la sua facciata, né alcun segno che suggerisca presenza di vita al suo interno. Come una regina coronata da un’incompiuta ossatura in cemento armato, La Petite Fleur sembra manifestare così la sua naturale ritrosia al mondo: senza guardare né la strada, né i villeggianti, né il mare. Siamo nel cuore di Chiatona, una località balneare della provincia di Taranto, in quel punto dove, sulla strada, si toccano la vasta pineta della riserva della Stornara e il fitto reticolo di case vacanza costruito dagli abitanti delle vicine città di Massafra e Palagiano.

Insieme a un’altra cinquantina di spettatori, varco l’ingresso posteriore dell’albergo e prendo posto nella lunga tavolata che ci accoglie in cortile, un corridoio a cielo aperto che separa La Petite Fleur dall’Hotel Milano, l’altro edificio di cui si compone il dismesso complesso alberghiero. L’oggetto di studio dell’ultima fatica di Clessidra Teatro – progetto nato a Chiatona nel 2014 con lo scopo di realizzare spettacoli teatrali che indaghino la memoria e l’identità del paese attraverso i luoghi – è un posto che si presenta stranamente privato, intimo, forse sconosciuto ai più. Come di consueto per il progetto, lo spettacolo Alberghi. Una tremenda ostinazione, prodotto dal Teatro delle Forche, nasce grazie a un periodo di residenza, condotto questa volta dagli attori e registi Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi della compagnia Kepler-452, in uno spazio che, nonostante le apparenze, sembra sottrarsi alla semplice definizione di albergo. Da affittacamere per turisti a luogo di feste e gala con i divi dello spettacolo negli anni sessanta – leggo nel foglio di sala –, questo luogo ha attraversato il Novecento per svuotarsi di tutto e diventare oggi una solitaria dimora. E noi, del resto, ce ne stiamo lì seduti comodi a chiacchierare nell’androne dell’albergo, come quando durante una visita si attende il padrone di casa. Poi d’un tratto ecco che, dal buio del giardino, emergono con passo deciso un anziano signore e una giovane donna, elegantemente vestiti. Questi sono Pasquale Sansone Giuliano, come lui stesso si presenta, proprietario e, da tempo, unico ospite del Petite Fleur, e Erika, attrice e ideatrice del progetto Clessidra Teatro. Il loro incontro, grazie al quale è stato avviato il processo di conoscenza e ricreazione del tenace e fragile mondo di Pasquale, viene riproposto in scena con la sacralità di un rito d’iniziazione. Il nostro essere lì, l’avere varcato la soglia di quel luogo necessita della presenza di un patto, di un accordo, di un atto di fiducia, suggellato dall’abbraccio tra Pasquale ed Erika, del quale noi siamo chiamati a prendere parte.

«Non sarà molto facile in certi momenti, ma vi chiederemmo, dato che i posti a sedere sono pochi e non sempre sono previsti, di trovare voi stessi, durante lo spettacolo, il punto di osservazione più adatto». Così Nicola, il regista, ci aveva annunciato prima dell’inizio dello spettacolo. Una comodità quindi, quella della conviviale tavolata, presto rotta dall’arrivo di due messaggere giunte a traghettarci nell’altrove immaginifico del teatro. L’accidentalità del caso scinde gli spettatori posti ai lati del tavolo in due gruppi, senza fare distinzioni tra conoscenti, amici e parenti, che da quel momento seguiranno due distinti percorsi: l’uno dentro l’eccentrico e capriccioso La Petite Fleur, l’altro dentro l’austero e razionale Hotel Milano, per poi invertirsi. Così superiamo il grande giardino ormai lasciato incolto, per addentrarci nelle stanze del primo, luogo surreale in cui le finestre sono dipinte con colori accesi e le pareti, a ogni angolo, curvano e si flettono. Qui, ad accoglierci, un intimo confronto con la memoria di Pasquale che, in dialogo con gli attori, lentamente svela le passioni, i “miracoli” e i dolori che hanno attraversato la vita e le stanze di quel vertiginoso albergo. Un luogo in cui il presente sembra essersi congelato in perenne ascolto del passato, un passato che trasuda dalle pareti per risuonare nelle vite di chi, anche se per pochi attimi, lo abita.

Al solitario “pieno” del Petite Fleur fa seguito poi il “vuoto” del Milano. Al nostro orizzonte si prospetta una buia fuga di stanze dalla quale emergono i corpi abortiti del tempo, un caleidoscopio di anime un tempo transitato per i corridoi e le camere dell’albergo ormai chiuso. Personaggi bizzarri dal vacanziere ansioso all’amante infelice, fino al collezionista di quadri, alla signora delle pulizie e a Mike Bongiorno che ci trascinano in un vortice di tensioni, aneliti e preghiere, consumato con estro e ardore in un Purgatorio terreno, fatto di letti spogli, armadi vuoti e comodini impolverati. Un racconto composto per frammenti che si riflettono, da stanza a stanza e da albergo in albergo, fino a creare un intreccio di figure e ombre destinato nel suo insieme a rimanere inafferrabile. Come rane in uno stagno, confluiamo ai bordi della piscina del giardino: un vuoto profondo scavato nel terreno, coperto nel fondo da un melmoso specchio d’acqua. Il volto e la voce di Pasquale proiettato sul cemento a scandire il tempo della fine come dell’inizio.

Vittoria Majorana

IV.
Tempio del Tempo, in un sospir riassunto,
Salgo e m’abituo a questo puro punto,
Cinto dal mio marin sguardo lontano;
E come a un dio l’offerta mia suprema,
Lo scintillio sereno dissemina
Sopra l’altura un disdegno sovrano.

[…]

VI.
Bel cielo, vero cielo, guarda quanto
Io cambio! Dopo tanto orgoglio, tanto
Oziare strano, ma pieno di forza,
A questo spazio acceso io m’abbandono,
Sulle case dei morti l’ombra io sono
Che mi piega a ogni sua fragile mossa.

Paul Valery, Il cimitero marino

Il corpo, ossigenato da una bombola in azione, poggia immobile e inerme sul divano. «…eccetto nei casi in cui l’impatto è frontale, quando la testa di chi guida va a sbattere contro il parabrezza a tutta velocità… (click). Nonni promiscui, per esempio. (click). Il braccio del robot parla la lingua del braccio». L’interprete assorbe meccanicamente l’aria dalla mascherina con lo sguardo fisso sulle immagini atroci e casuali della televisione, mentre la carovana di spettatori lascia gli interni dell’hotel La Petite Fleur per raggiungere il giardino esterno e proseguire la visione dello spettacolo. «(click) Non è detto che fare la spesa non sia un’esperienza da condividere. La casa degli americani è di per sé un luogo da condividere».

È questa l’immagine di Alberghi. Una tremenda ostinazione che custodisco avidamente. Don DeLillo in La stanza bianca sintetizza molto bene questa forma di introiezione e assuefazione dello schermo televisivo. L’uomo bianco del nuovo millennio lo immagino aver salutato così il Novecento: stordito in poltrona assieme a una televisione. E lo spettacolo di Clessidra Teatro e Kepler-452 affonda le sue radici proprio nel secolo trascorso, instaurando con esso un dialogo aperto, mobile. Perno di questo confronto sono gli alberghi di Pasquale Sansone, tra le cui pareti si insinuano le rovine di una memoria privata che, offrendosi in pasto all’uditorio, tenta di farsi collettiva.

Percorrendo gli interni si percepisce che tra gli attori e il luogo vige come un patto segreto che noi spettatori siamo invitati a replicare. Per cominciare bisognerebbe brancolare nel vuoto di questi spazi dismessi, lottando contro il troppo pieno della propria esistenza, sembra suggerirci un interprete. Quattro esercizi, quattro pratiche di visione per riuscire ad assimilare quegli spazi corrosi e bloccati dal tempo, per farci noi stessi luogo. Uno: immaginare forme di vita fittizie intrappolate nelle camere solo apparentemente sgombre. Due: contemplare gli occhi scavati, il sorriso sornione e la lingua frenetica del proprietario Pasquale, una figura ancestrale che tutto sa, vede, muove. Tre: porre attenzione agli altri spettatori durante il percorso. Quattro: attendere, non avere fretta.

Il lavoro, come una forma sonata, procede attraverso tre movimenti: un allegro e un andante, interscambiabili a seconda del percorso compiuto, e un finale. Ogni tempo si assume un certo grado di elaborazione e libertà rispetto al tema, al motivo della sinfonia. In Hotel Milano la visione segue un ritmo accelerato: addosso allo spettatore si gettano i corpi beffardi di personaggi oscuri e caricaturali, pronti a portare dentro le camere piccoli gruppi di spettatori e a tramortirli con le loro invenzioni. Il corridoio buio dell’albergo, ornato da ambo le parti di porte nere, si trasforma allora in un tunnel autostradale asfissiante, lungo il quale sfrecciano, come degli automobilisti sfrontati, gli interpreti e squillano qua e là, come le nuvolette di un fumetto, le loro battute. In Hotel Milano di fronte al visitatore, quasi calato nel caos del traffico urbano in un orario di punta, si scopre un corteo di personaggi-mattatori, eroi moderni dei nostri giorni seguiti dai loro vagheggiamenti, tic e abbagli. A un ragazzo, ostinato a pedalare ininterrottamente su una cyclette pur di perdere peso dopo avere provato ogni tipo di dieta, si accosta l’epigono di Mike Bongiorno che all’interno della sua camera si diverte a ricreare il format di un noto quiz televisivo con tanto di sigla, emessa goffamente da un registratore posto nel ventre di un comodino.

Un ritmo più lento, meno agitato, cinge le scene e i dialoghi a cui assistiamo all’interno di La Petit Fleur. Consapevoli di aver abbandonato una giostra, ora prendiamo posto su un’altalena. I tempi si allungano, divengono più distesi, e il contatto con lo spettatore si allenta di poco per lasciare spazio a un racconto a più voci intimo e colloquiale attraverso una scrittura nuova, che si fa quasi diaristica, autobiografica. Ogni volta che ciascuno degli interpreti prende la parola, si sommano sulla scena vere e proprie evocazioni sotto forma di ricostruzioni, confessioni brutali e simulazioni di qualcosa che un tempo è stato e ora non è più. Scaviamo insieme in una terra desolata per dissotterrare qualcosa. Cosa? Sollevando lo sguardo da una vetrina in cui sono esposti piccoli dinosauri in plastica e altre diavolerie kitsch si assiste a una scena surreale – e, forse per questo, quanto mai plausibile e sconcertante. Una telefonata impossibile, paradossale, tra una figlia e una madre scomparsa da tempo, prende vita nella reception del Petit Fleur. «Se io sono io, se noi siamo noi è per quelli che non possono più telefonare» confesserà una delle voci appesa a un capo della cornetta telefonica. Le istantanee a cui assistiamo lungo questo percorso diventano ri-presentazioni di vite già vissute, episodi già accaduti, più o meno fittizi, più o meno reali, riferiti per mezzo di una memoria alternatamente precaria, ferita, lucida, orgogliosa. C’è Valentina, che prima di abbandonarsi alle braccia di Pasquale e a un lento, concluderà la sua confessione, riconducibile a un amore passato, ammettendo: «Io, a volte, penso di aspettare qualcosa o qualcuno che forse non arriverà mai». E poi Andrea, che non comprende se sia meglio fuggire da quel piccolo mondo antico di Chiatona e di Pasquale, tenuto insieme da inutili cianfrusaglie e santi e madonne fissati alle vetrate con i colori, per raggiungere le metropoli più avanzate del nostro tempo. Il nuovo millennio, allora, trascina con sé gli ultimi sprazzi, i rantoli di un passato che solo a fatica può dichiararsi remoto, chiuso, e che tuttavia rischia di essere, da un momento all’altro, spazzato via dalla ruspa del progresso e della speculazione edilizia.

Sbarazzarsi di un’eredità al tempo stesso così ingombrante ed effimera come i luoghi e le memorie della vita di Pasquale? Distruggere il vecchio per lasciare in piedi solo il nuovo? A porsi questi interrogativi, imbrogliando la matassa del tempo, è un manipolo di ragazzi provenienti da diverse regioni della penisola, una generazione di mezzo nata a cavallo tra i due secoli. Insieme a loro, dall’altro capo del filo, c’è invece un uomo con il corpo ben saldo nel ‘900, Pasquale Sansone. Bruce Chatwin, raccontando del grande collezionista di porcellane Kaspar Utz, scrive: «Ognuno degli oggetti scelti da Utz doveva riflettere gli umori e le sfaccettature del secolo della porcellana: l’arguzia, il fascino, la galanteria, l’amore per l’esotico, la cinica indifferenza e la spensierata gaiezza – prima che tutto fosse spazzato via dalla rivoluzione e dal calpestio degli eserciti». Pasquale e Utz uniti nella medesima condizione: l’uno aggrappato all’universo spopolato costituito da camere, oggetti, tele, serate di gala, approdi e naufragi; l’altro inseparabile dalla sua meravigliosa collezione. Lo spettacolo diventa così una profonda riflessione sulla storia, il tentativo di contravvenire, porre un’inversione di marcia alle trasformazioni repentine dell’umanità a costo di pagare gli effetti di questa tenacia sulla propria pelle. Il barone boemo farà sparire l’intera raccolta alla sua morte. Che cosa farà Pasquale, che risiede giorno per giorno all’interno di quella dimora spopolata, non ci è dato sapere. Ma davvero queste due figure, costrette a custodire i loro universi privati come il più pericoloso dei segreti, dietro una superficie di anonimo squallore, possono affrontare una battaglia contro il rumore di fondo della storia? Fare quadrato attorno a un esercito muto di fragili tesori e grandi gesta può bastare per non farsi inghiottire dal nemico che incalza? L’immagine finale dello spettacolo è una scacchiera, costituita dalle piastrelle azzurre della piscina vuota, che ci regala il volto di Pasquale, un primissimo piano disgregato e ricomposto da sottili linee bianche, e il suo grido disperato: «Io resisto».

Damiano Pellegrino

ALBERGHI. Una tremenda ostinazione
dall’1 al 4 agosto 2019 – Chiatona, Taranto
regia di Kepler-452 | Nicola Borghesi e Enrico Baraldi
Una produzione Teatro Le Forche nell’ambito di “P.A.S.S.I.” (Progetto, Arte, Spettacolo, Scoperta e Innovazione nella Terra delle Gravine), progetto artistico triennale a cura del Teatro delle Forche, in ordine all’avviso pubblico per iniziative progettuali riguardanti lo spettacolo dal vivo e le residenze artistiche – Patto per la Puglia – FSC 2014/2020 – Area di intervento “Turismo, cultura e valorizzazione delle risorse naturali”

In collaborazione con Reset Chiatona
Progetto ideato e curato da Erika Grillo
Coordinamento e comunicazione visiva Alessandro Colazzo

Con gli attori Michele Bramo, Giorgio Consoli, Andrea Dellai,
Daniela Delle Grottaglie, Valentina Foglianisi, Erika Grillo, Giuseppe Marzio, Giulia Jasmine Mento, Ermelinda Nasuto, Chiara Petillo
e con Pasquale Sansone

disegno luci e scene Angelo Piccinni e Walter Pulpito
sonorizzazioni e allestimenti Vincenzo Dipierro e Francesco Maggio
segreteria e promozione Francesca Piccolo

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