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Di teatro, ascolto e altre allucinazioni. Su Lapsus Urbano. Il primo giorno possibile di Kepler-452
di Ilaria Cecchinato Damiano Pellegrino pubblicato in Recensioni il 21 Luglio 2020 0 commenti 10 minuti di lettura
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Durante i mesi di lockdown, quando la messa in scena di spettacoli e la partecipazione a eventi performativi era interdetta per contenere la diffusione del virus, molti artisti – nonostante la confusione e lo sconforto – si sono tenuti pronti per il primo giorno possibile, quando avrebbero potuto finalmente tornare sul palcoscenico. Quel giorno è arrivato lo scorso 15 giugno e le porte di molti teatri si sono nuovamente spalancate per ospitare performance e spettatori. Per la compagnia bolognese Kepler-452 il primo giorno possibile non ha però coinciso con il rientro in una sala tradizionale, bensì con un allestimento performativo all’aperto. Così Piazza della Pace di Castel Maggiore e Piazza Maggiore di Bologna sono diventate il palcoscenico di Lapsus Urbano // Il primo giorno possibile, terza performance urbana audio guidata proposta dalla compagnia, con la drammaturgia di Nicola Borghesi, Enrico Baraldi e Riccardo Tabilio nell’ambito della stagione Agorà curata da Elena Di Gioia.
Mentre i precedenti appuntamenti (
Lapsus Urbano_Rimozione Forzata, 2017; e Lapsus Urbano_Dissenso Unico, 2019) prevedevano lo spostamento a piedi e un’assuefazione alla storia di un quartiere (rispettivamente la Bolognina e il Centro Storico), prima rimossa e poi riportata in luce, in Il primo giorno possibile lo spettatore viene sollecitato dalla voce auricolare (quella di Nicola Borghesi) a occupare, in maniera equilibrata e distanziata, uno spazio delimitato da punti cardinali. L’azione si svolge infatti soltanto nell’area circoscritta della piazza e l’invito è a muoversi con gli occhi della mente, in una “passeggiata” fra i fragili interstizi della storia presente. Ne Il primo giorno possibile diviene dunque quanto mai essenziale una relazione viva e infervorata con il prossimo per decodificare il nostro presente, malato e infetto. Ma se un periodo storico lo si può comprendere davvero soltanto con la giusta distanza spazio-temporale, cosa resta di questo viaggio nel presente?
Di seguito, alcuni pensieri sparsi e disordinati. Sono resoconti di due visioni, due esperienze dello sguardo e dell’udito, consumate in spazi e tempi differenti. Li riportiamo come lampi di luce, rapide istantanee sulle linee intrecciate di questo spazio e questo tempo.

Flash 1 // Piazza Maggiore, Bologna

Costretti nelle nostre abitazioni, abbiamo urlato per la tromba delle scale che il primo giorno possibile niente sarebbe mai stato più come prima. Ci siamo detti che volevamo rallentare l’accelerazione e smetterla di vivere un presente continuo; dicevamo di desiderare una normalità diversa. Il primo giorno possibile. Che fine hanno fatto i buoni propositi e come abbiamo agito in concreto affinché un simile ideale venisse perseguito? È un tarlo la voce di Nicola Borghesi alle nostre orecchie che, come nei precedenti lapsus urbani, va a toccare le corde più sensibili dell’inconscio collettivo. Ma se le passate performance audioguidate prevedevano una passeggiata urbana per guardare al presente retrospettivamente, questa volta i Kepler-452 ci portano a vivere un momento di sospensione per rallentare un attimo la corsa e analizzare i frame della nostra storia recente. Per farlo, utilizzano un espediente drammaturgico che porta lo spettatore in una dimensione temporale altra, in cui il presente è colto nella sua essenziale relazionalità con il passato e il futuro prossimi. La drammaturgia infatti ha visto luce proprio nel periodo del lockdown ed è costruita come una lettera agli uomini e alle donne delle fasi 2 e 3, cioè noi spettatori partecipanti alla performance. La voce auricolare ci conduce a ripercorrere con la memoria il passato periodo della quarantena e a ri-viverlo fisicamente dal momento che – sebbene in piazza all’aria aperta – possiamo muoverci soltanto in uno spazio delimitato da punti cardinali. Che cosa resta del primo giorno possibile ora che questo giorno è adesso? Con questa domanda torniamo a spalancare gli occhi sul presente, come risvegliati da un sogno – o forse un incubo – e ci guardiamo attorno. «Cosa è cambiato?» ci chiede la voce. Qualche mascherina in più. L’odore del gel igienizzante per le strade. Le code all’ingresso dei negozi. Qualche tavolo in più davanti ai bar. Il titolo della performance a questo punto sembra svelare un doppio e opposto significato: se calato nel contesto in cui la lettera è stata scritta, risponde a quell’urgente e comune desiderio di ritorno alla condivisione di uno spazio e tempo con l’altro; ma se formulata oggi l’espressione sembra porsi in contrasto con il suo primo significato, andando a sviscerare le contraddizioni insite in quello stesso desiderio di ritorno. Perché ritornare contiene in sé una ripetizione, una medesima meta da raggiungere e questa meta è (ed è stata) la normalità. Quella di prima. E, in fondo, lo sapevamo: anche noi siamo tornati a correre, forse più veloci di prima. È quello che facciamo, sempre attenti a non scontrarci con gli altri e a mantenere le consuete distanze di sicurezza. Ci chiede di affrettarci – quella fastidiosa voce interiore; ci sollecita a percorrere quei pochi metri quadrati nei quali siamo costretti, sempre più veloce, sempre più veloce, fino quasi a perdere il fiato. Dove stiamo andando? Mi chiedo. Sembriamo tanti criceti che corrono su una ruota. «Fermati!» sentiamo rimbombare nella nostra testa a un certo punto «ricordati di respirare». Destabilizza sentirselo dire, ma d’istinto finiamo per prestare attenzione all’aria che entra ed esce dai nostri polmoni, fino a sintonizzarci con il ritmo del nostro respiro, che poi è quello della vita. Ci accorgiamo che il tempo scorre senza alcun affanno, lento e controllato. Ci rendiamo conto che non è scontato respirare. Non è scontato essere vivi.

Siamo in cerchio ora. Noi, i sopravvissuti. Qualcuno inizia ad avvicinarsi al centro: tanti passi quanti gli anni che pensa gli manchino alla morte. Qualcuno è davvero molto vicino. Ci osserviamo, in questa macabra «costellazione». Un brivido percorre la schiena. La voce ci ricorda che con la morte non ci abbiamo convissuto soltanto negli ultimi mesi: lei ci segue sempre, è la nostra ombra. Il tempo prima o poi finisce: è per questo che tentiamo di fuggire da esso? Per non pensare alla morte? Eppure è la coscienza della finitezza e del limite la vera forza dell’essere umano; è poter calcare la terra con i piedi ben piantati al suolo per lasciare delle orme, mentre la mente vaga nell’altrove per immaginare futuri alternativi. Il teatro del dopo forse allora può questo: riprendersi il suo tempo e donarlo allo spettatore, sospendere la corsa sfrenata per esercitarsi, insieme al pubblico, a immaginare. Per abitare il presente e sceglierne la velocità. Ma è un’utopia possibile?

Flash 2 // Piazza della Pace, Castel Maggiore

Nella sua idea di utopia, Guido Ceronetti si augura un mondo abitato da un esercito di sordomuti e analfabeti e da apparecchi elettronici dai quali non escono più suoni. Lo schermo televisivo sputa fuori soltanto immagini silenti e decrepite. «Riposate, parole, riposate. La mia utopia è per voi, perché conosco quanto siete stanche». Quale utopia, invece, per un teatro del domani? Quali gli spazi? Se l’autore torinese sopprime il potere dell’udito perché un’interruzione temporanea della parola è doverosa, come immaginiamo lo spettacolo dal vivo, guastato e infetto, in un futuro prossimo? Assistendo al lavoro Lapsus Urbano // Il primo giorno possibile, il teatro di un tempo che verrà (uno tra i tanti teatri) mette al centro proprio l’udito e lo spazio esterno. Lo spettatore, dotato di cuffia, può scegliere un punto casuale in cui sostare durante l’azione partecipata, può correre e urlare, purché rimanga all’interno della zona contrassegnata insieme ai propri compagni. Il teatro del domani può diventare allora un esercizio all’aperto, come un grande gioco di società, e assumere il carattere di un’azione improvvisa che deflagra in una situazione fino a quel momento stagnante. Il teatro del domani può essere inteso come qualcosa di assai vasto, non come uno schema rigido stabilito a priori, ma come un’impronta da adattare e rielaborare a seconda delle condizioni del territorio. In Lapsus Urbano // Il primo giorno possibile il campo da gioco presenta regole proprie che tutti i giocatori devono rispettare, se si vuole credere che «le leggi dello spettacolo sono più severe di quelle dello Stato». Ma chiunque può diventare partecipe di un’invenzione: ci sono compagni di squadra con i quali allearsi, nemici da abbattere e i ruoli non sono mai fissi. Una visione possibile scaturisce grazie alle distanze che separano i corpi, al ritmo dei movimenti, al concentramento in una porzione precisa di terreno a discapito di un’altra o al grado di partecipazione che ciascuno assume. Così il risultato finale determina una varietà infinita di sguardi che si rifrangono reciprocamente. «Tu spettatore sei il testimone dei nostri occhi? Com’è diventato il mondo?». Una serie di indicazioni e di domande ci accompagna durante tutta l’azione della durata di 75 minuti circa. «Dobbiamo contarci. Spettatore guardati attorno». La sensazione è quella di assistere a un lavoro al rovescio, in cui siamo chiamati a fare un bilancio, a ridisegnare le coordinate del nostro punto di vista e a compiere un ripensamento di alcuni valori e strutture fisse del nostro presente all’interno di una geografia nuova e straniante. «Chi c’è a ovest nelle case grandi?».

Torniamo ad abitare lo spazio pubblico, fino a poco tempo fa interdetto e proibito, e lo facciamo timidamente e a piccoli passi. La visione è la più disagevole possibile ma ai nostri occhi appare la più opportuna, chiara e necessaria nel primo giorno di ritorno del teatro. Nella drammaturgia, infatti, entrano accidentalmente abbaii di cani in lontananza, il rombo del motore di un’auto, il lamento anonimo di un uomo proveniente da un balcone. Una risata ci seppellirà. Una risata anonima darà sepoltura al teatro del prima. È la vita di tutti giorni, il tran tran quotidiano, il caos della città a penetrare come un’iniezione endovenosa nel teatro del dopo.

Negli ultimi istanti dello spettacolo, la voce off chiede allo spettatore di allontanarsi dall’area se crede che niente può cambiare dopo la pandemia. Molti spettatori, me compreso, si allontanano dal resto dei compagni di gioco, vagano come dissennati. Vorrà dire che abbiamo assistito per l’ennesima volta a uno spettacolo teatrale, vittime di un altro incantesimo dello spettacolo dal vivo, accostato dalle parole in cuffia a un’ombra di un bambino, quasi un fuoco fatuo. Al centro dell’area di gioco rimangono pochissimi spettatori: aitanti e con i piedi ben piantati a terra credono che qualcosa sta cambiando e può migliorare per il genere umano sopravvissuto. La voce suggerisce loro di mantenere la posizione e restare fermi.

La danza partecipata di corpi si è spezzata, incrinata, e nella conclusione si sono create due squadre. I giocatori immobili al centro della piazza sono in pochi e ammutoliti. L’altra parte degli spettatori invece, distante dal campo di gioco, è caduta nella trappola del teatro, nel suo sortilegio. Si sono allontanati troppo e non sanno come tornare indietro. Il loro camminare è un andirivieni disordinato e scomposto, un brancolare nel buio. Prima un piede e poi un altro. Qualcuno si avvicina all’ingresso di un bar, un altro costeggia il muro di una palazzina, un altro ancora sfiora le strisce pedonali. La voce nelle cuffie ha finito per stregarci e chiede congedo. «Di qui in avanti non c’è altro. Mi dispiace». Queste le ultime parole dello spettacolo dal vivo nel giorno della sua ripartenza. Ci affianca un gruppo di ragazzini. Uno di loro tiene un pallone tra le mani, un altro un Estathé. Non fanno altro che ridere, ridere. È la vita che entra dentro. La senti? È la vita che entra dentro come un ago.

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