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Vite da laboratorio: cosa si nasconde dietro a Festival 2030
di Ilaria Cecchinato Sofia Longhini pubblicato in Recensioni il 12 Dicembre 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
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C’è qualcosa di magico che resiste al caos del novembre affollato del centro città. A Festival 20 30 di Bologna, ogni compagnia che mette in scena il suo spettacolo tiene anche un laboratorio con chiunque voglia parteciparvi: è per attori, per studenti e per chi, magari, è capitato lì per caso. Ad aprire gli spettacoli ogni sera, quindi, un gruppo composto da una quindicina di ragazzi tra i venti e i trent’anni porta sul palco l’esito di quegli intensi quattro o cinque giorni di incontro e lavoro con gli artisti ospiti del festival. Quest’anno non fa eccezione: ogni compagnia si è prestata con generosa disponibilità e, ancora una volta, molti giovani hanno scelto di spendere così qualche manciata di giornate. Si parte dal racconto della propria intimità in scena con Lorenzo Magaroni di Amor Vacui, in cui i ragazzi vagano tra il pubblico e raccontano in un minuto a un gruppo ristretto di spettatori prescelti cos’è per loro l’intimità. Al suono di una campanella, però, i ragazzi devono interrompere il loro racconto, allontanarsi e cambiare gruppo di spettatori al quale svelare la loro personale visione. Ci racconta di più una delle partecipanti al laboratorio, Dalila:

Segue il laboratorio di ExtraLiscio ed Ermanno Cavazzoni, dove i laboratorianti si sono cimentati nella scrittura collettiva di una canzone, questa volta nello spazio di due giornate di lavoro. I giovani in scena hanno accompagnato la band per tutta la durata dello spettacolo, inserendosi nella performance in maniera fluida, divertente, ironica, punk. Amalia, che ha partecipato a questo laboratorio, ci racconta l’esperienza dal suo punto di vista:

Dall’intimità alle canzoni punk, si arriva al laboratorio “Uguale ma più piccolo”, diretto da Nicola Borghesi e Enrico Baraldi di Kepler-452, rispettivamente fondatore e attuale direttore artistico del festival. Quale rapporto ci lega ai nostri genitori? Conosciamo davvero nostro padre? Quali tratti ci accomunano a loro, quali ci allontanano? E se scoprissimo che in fin dei conti, non siamo poi tanto diversi? Una mail piena d’amore, una raccolta di poesie di Neruda trovata per caso, fotografie su Facebook che ritraggono la famiglia perfetta (ma ne esiste davvero una?), il dopobarba che usano i nostri padri, le scatolette di tonno che le mamme propinano ai figli come (strana) forma d’amore, le lettere scritte da un padre a un figlio, lette in scena per la prima volta, fino a un padre che accetta di salire sul palco con sua figlia. Un viaggio che con delicatezza e forza esplode in una miriade di frammenti di vita quotidiana, di rapporti sghembi, compressi, zoppi, ma essenzialmente solidi e pieni di senso che fa sentire vicini tutti gli spettatori, tutti improvvisamente uguali perché accomunati da qualcosa: sono tutti, immancabilmente, figli. Uguali sì, ma più piccoli. Ce ne parla Eleonora:

Arriva poi il tanto atteso momento della danza, con il coreografo Marco Chenevier che lavora al laboratorio “Il corpo disponibile” insieme a una ventina di giovani ragazzi che decidono di mettersi in gioco esprimendosi attraverso l’uso del loro corpo, appunto. Si muovono in scena fluidi, a piccoli gruppi, si cercano come calamite per poi allontanarsi con violenza. È l’improvvisazione a governare, in un affresco colorato e multiforme in cui i giovani raccontano di sé, delle relazioni, del rapporto con lo spazio e con l’altro. Abbiamo quindi chiesto a Giulia, che ha fatto parte del laboratorio, di raccontarci che cosa è stato per dei non professionisti lavorare in questo senso:

“Archivi” è il titolo degli incontri curati da Paola Di Mitri e Davide Crudetti, rispettivamente la regista e il drammaturgo (insieme a Miriam Selima Fieno) dello spettacolo-documentario Libya. Back Home. Il lavoro con i partecipanti al laboratorio è stato di scavo nelle proprie vite personali, di ricerca di qualcosa che è rimasto sepolto in fondo a qualche cassetto della memoria. I quattro ragazzi si sono messi a nudo condividendo con noi uno spaccato della loro vita, particolarmente intimo e, per certi versi, tormentato. Il racconto non è costruito solo a parole, ma anche tramite messaggi Whatsapp, video, musiche, oppure fotografie, diari e altri documenti registrati con una telecamera in presa diretta e proiettati su uno schermo a fondo palco, Una condivisione di profondi e personalissimi segreti e sensazioni con i quali tutti empatizziamo: sono vicende sviscerate con un’onestà emotiva talmente cruda da divenire estremamente universali. Ce ne parla Maria Antonietta:

“Loving Kills” è il nome invece del laboratorio condotto dalla compagnia svizzera Collettivo Treppenwitz. Si è finiti immancabilmente a riflettere su cosa significa amore nella nostra generazione e a parlare, d’amore, di incontri di corpi che si scelgono e si uniscono in un abbraccio, senza affezionarsi mai, ma piuttosto prendendosi sempre il lusso di numerosi incontri. I ragazzi in scena si chiedono cosa sia l’amore per loro, come va vissuto (se esistono delle regole), come relazionarsi con questa dimensione così complessa e di difficile comprensione: da un video in cui ogni partecipante al laboratorio cerca la sua personale risposta, alla danza da discoteca in cui i corpi si scontrano energici, fino alla dimensione ovattata di un gate, in cui il tempo sembra dilatarsi e non esistere più e insieme a lui, paiono dissolversi anche le relazioni… Ce ne ha parlato Francesco:

Di questi minuti trascorsi su un palco rimangono forse i ricordi di una grande esperienza, qualche vocale qui conservato, qualche fotografia e i racconti da fare agli amici. E con questi resti rimangono però, più forti di tutto, gli immensi e preziosi rapporti umani creati durante i giorni di lavoro. Rapporti umani che diventano vicinanza di gruppi di persone, piccole realtà pronte a fare spazio, in maniera naturale e spontanea, all’idea di una comunità.

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