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Survival Kit 2020: che cosa faremo di questo ragazzo?

Se lo chiedeva, in un racconto autobiografico, il grande Heinrich Böll pensando alla sua adolescenza, passata nella Germania nazista, quando il futuro si tingeva di nero: «Che cosa faremo di questo ragazzo?». Che poi significa costruirsi un’autobiografia, un’origine, un’evoluzione, e ragionare su quello sforzo di futuro che adesso è già passato. Allora lo chiediamo anche noi al teatro: che cosa faremo con questo ragazzo, mentre la nostra casa è in fiamme (e non si tratta purtroppo di una variazione domestica della crudeltà di Antonin Artaud…)? Che cosa vediamo se mettiamo il teatro stesso davanti allo specchio, a interrogarsi su questo nuovo secolo che ha già macinato i suoi primi vent’anni?
Il nostro “Survival kit” non ha l’ambizione di fornire risposte o di tratteggiare ampie panoramiche o dettagliati resoconti sugli ultimi due decenni (e ce ne sarebbe davvero bisogno, quante avventure, bellissime storie e storiacce su cui riflettere… ma a un certo punto arriveranno, non vi preoccupate!). E non ha la pretesa nemmeno di spegnere gli incendi distopici o di appiccare i fuochi dell’utopia. Non serve nemmeno a segnalare “i migliori”. Più modestamente il kit di sopravvivenza – tramite un lavoro di gruppo – individua una decina di spettacoli/progetti/artisti/libri che in quest’ultimo anno ci hanno tenuto svegli e che vogliamo portarci dietro, perché ci sembrano utili per orientarci, individuare nuove piste, vederci più chiaro. O più semplicemente avere un po’ di compagnia. Il kit di sopravvivenza è un nécessaire da viaggio contro il narcisismo. Per un attimo proviamo a tagliarci la testa dai nostri selfie, per acchiappare più mondo. Teniamo calda la brace delle nostre domande, sapendo che la risposta soffia nel vento. Buon 2020!


La trilogia di Marta Cuscunà

Il filosofo Bruno Latour, quasi più di trent’anni fa, proponeva di istituire un “parlamento delle cose”, un luogo (simbolico? concreto?) in cui si potesse discutere di quali ibridi ammettere o meno nel nostro universo-mondo. Con la trilogia sulle resistenze femminili di Marta Cuscunà – Sorry Boys, È bello vivere liberi, La semplicità ingannata – e il successivo Il canto della caduta è come se fossimo sospinti con forza sulla soglia di domande simili: quanto siamo disposti a dilatare l’incredulità teatrale? A quali nuove, inconsuete, “macchine attoriali” vogliamo concedere cittadinanza scenica? Attraverso la riscoperta e il rilancio del teatro di figura, una forma tanto antica quanto protesa sul vuoto, l’autrice-performer friulana prova in realtà a ridefinire lo statuto ontologico del nostro sguardo, con un’incessante opera di “ecologia finzionale” ovvero di politica delle visioni. L’urlo, ibrido e benefico, dei “mostri” sul palco: Benvenuti nell’era dello Chthulucene, a teatro!

Marta Cuscunà in Sorry, boys

Teatro Metastasio di Prato

Prato è dove la crisi economica e le contraddizioni della globalizzazione hanno trovato casa, riplasmando una città nella loro frizione. Tra i mediatori di questo processo c’è il vivissimo Teatro Metastasio, che nelle figure del direttore Franco D’Ippolito, del consulente artistico Massimiliano Civica e del direttore del festival Contemporanea Edoardo Donatini trova il suo epicentro organizzativo e creativo. In questi ultimi anni il Metastasio, con la sua stagione e la sua ricca proposta produttiva, ha coinvolto in modo coraggioso artisti contemporanei nel tentativo di rinnovare un discorso culturale, posizionandosi tra i progetti più lucidi ed efficaci in ambito nazionale e non solo. Il festival Contemporanea, evento che si espande in orizzontale per tutta la città, è un luogo in cui si forgiano delle utili chiavi di lettura sull’oggi, distinguendosi positivamente nella diffusa crisi dei festival. Con un attento e curato coinvolgimento delle scuole e dei più giovani, il Metastasio è un esempio anche di coraggioso investimento di ricerca e formazione del pubblico. In un periodo di generale arretramento istituzionale, il Metastasio ha il merito non solo di proporre un progetto produttivo di alta qualità, ma di insistere nella produzione di cultura teatrale.

Il Teatro Metastasio di Prato

I racconti di nessuno di Lele Marcojanni

Lele Marcojanni (Elena Mattioli, Roberto Mezzano, Flavio Perazzini) è gruppo originale di videomaker con sede a Bologna, capace di inventarsi una personalissima videoarte, fatta soprattutto di cinema e contesto urbano, di fuori formato e riflessione sociologica. Con l’ultimo lavoro I racconti di nessuno / Nobody’s tales il collettivo ha realizzato un’opera originalissima che vorremmo portarci dietro anche per questo nuovo anno. Da soli o in piccoli gruppi si entra in una stanza e ci si trova davanti a un tavolino con sopra un libro aperto. Il grosso volume è completamente bianco, ma appena lo si tocca, appena si gira pagina, compaiono immagini e testi che vengono proiettati con grande precisione sui fogli, tanto da risultare davvero stampati. Ogni pagina è una scoperta e l’intero libro è un viaggio. La mèta del viaggio, il tema del libro, è la Città Vecchia di Taranto. All’inizio sembra di avere davanti un libro fotografico composto da immagini e testi, come sfogliare un bel volume di Contrasto Editore, dedicato a una città con foto e testi d’autore. Poi le immagini iniziano a muoversi. E il libro si trasforma in un film in miniatura. O forse sarebbe meglio dire in un micro-documentario. Mettiamo in valigia questo libro, che è anche un film, una foto, una narrazione, un modo vivo di sprofondare nel mondo.

I racconti di nessuno di Lele Marcojanni

Milo Rau, La rivolta della dignità e Il Vangelo a Matera 2019

Nella capitale europea della cultura il regista svizzero ha costruito un percorso sulle tracce di Pasolini. Si è imbattuto nel turismo di massa ma anche negli “ultimi” di oggi, i lavoratori stranieri sfruttati come nuovi schiavi per raccogliere pomodori nei campi. Il Vangelo di Milo Rau sarà un film (previsto alla Biennale Cinema 2020), supponiamo all’incrocio fra finzione e documentario, ma che ha avuto bisogno del teatro e di un articolato percorso di residenza, riprese dal vivo e studio per esistere: c’erano attori teatrali in alcuni ruoli chiave, c’erano comparse di cittadini e semplici curiosi entrati nelle riprese come folla (nella scena di Ponzio Pilato, o nella via crucis). Un teatro che va cercato, che non si pone come prodotto finito da rappresentare ma si offre come impasto per un processo che lo comprende e forse lo supera. È un teatro che esiste prima del prodotto, nel pensare il manifesto in pieno stile “non-fiction” La rivolta della dignità, ma è anche un teatro che accade di fronte a una telecamera che riprende, oltre alle scene, anche il brulicare della città, con un’ambulanza che si fa largo fra la folla o un gruppo di turisti con gli ombrellini. Un teatro che assomiglia al mondo, e ne abbiamo un disperato bisogno.

Una scena da La rivolta della dignità di Milo Rau

Lo spettatore è un visionario di Luca Ricci e Lucia Franchi

Circa 15 anni fa Luca Ricci e Lucia Franchi ebbero un’idea che ha contribuito a cambiare il teatro italiano: far scegliere parte del programma del loro festival agli spettatori. In altre parole perdere un pezzo di potere, per restituirlo alla comunità di riferimento. Il libro Lo spettatore è un visionario (Editoria & Spettacolo, 2019) fotografa l’evoluzione del progetto, i suoi sviluppi in altre città italiane e in Europa, focalizzandosi sul racconto dell’esperienza senza astratte teorizzazioni, dunque insistendo sull’importanza della trasmissione diretta di pratiche e conoscenze, mettendo in secondo piano i processi didattici. Su questo aspetto, che in qualche modo invita a ridiscutere concetti cruciali come l’audience development ed engagement, si dovrebbe discutere a fondo, così come sull’idea stessa di spettatori-selezionatori (o “partecipanti” in diverse forme), un fenomeno vitale, rischiosissimo e probabilmente necessario, così come il confronto dei teatranti con questa pubblicazione.

Lucia Franchi e Luca Ricci, Lo spettatore è un visionario

Collettivo Amigdala e Periferico festival

Compagine artistica eterogenea e plurale, da più di dieci anni il Collettivo Amigdala raccoglie sensibilità provenienti dal mondo della musica, del disegno, delle arti performative e dell’architettura alla ricerca di porzioni del reale abbandonate a se stesse o relegate nello spazio umbratile della marginalità e del rimosso collettivo, insediandosi “stabilmente” dal 2016 in un’ex-officina meccanica, al Villaggio Artigiano di Modena Ovest. Alla carica dirompente dell’incursione artistica che trasfigura e magnifica, Amigdala accompagna una pratica quotidiana e paziente di cura, rivolta ai luoghi che attraversa, agli abitanti che incontra e agli artisti che ospita. È una declinazione di site-specific integrale e di lungo periodo, tesa a una rigenerazione del marginale urbano che investa e provochi l’immaginario, nello snodo tra memoria e immaginazione. Alla cura si ispira così anche la direzione artistica di Periferico, festival di arti performative che, a dispetto delle undici edizioni trascorse, non cessa di confrontarsi con ridefinizioni anche radicali dei ruoli tra artisti, curatori, host privati e comunità-spettatori. Sempre più il festival appare come evento seminale ad alta intensità di un’azione ininterrotta e costante, il soffione che esplode e si dissemina tra le crepe dell’asfalto.

Un’immagine del festival Periferico (foto di Chiara Ferrin)

Archivio Zeta

In Italia, fra Bologna e l’appennino, opera un gruppo di intellettuali-attori che fa un teatro raffinato e dalla forte vocazione politica. Gli Archivio Zeta hanno riscoperto il rivolo carsico del “teatro di parola” pasoliniano, facendolo proprio in una peculiare cifra attorale non quotidiana, passando per il magistero registico di Luca Ronconi in un corpo a corpo con una materia letteraria e teatrale (i tragici greci, Pasolini, Shakespeare, Dostoevskij eccetera) che diviene racconto incarnato in particolare al Cimitero Militare Germanico della Futa, fra Bologna e Firenze. Ogni anno accade un piccolo miracolo, con oltre un mese di repliche en-plein-air che vanno sold out grazie a un teatro colto e popolare, esempio forse unico in Italia di comunità teatrale composta da artisti e spettatori di provenienze realmente disparate. Nel 2019 Archivio Zeta ha pubblicato il primo libro mai edito sul Cimitero, Teatro di marte, pubblicazione fra storia, architettura e arte.

Archivio Zeta, Pilade/Pasolini

Licia Lanera e Il gabbiano

Contravvenendo con coraggio alla prassi del teatro di prosa di “attualizzare” un classico, ma anche frustrando le aspettative di chi pretende che la regia confezioni nuove intelligenti interpretazioni di un testo, Licia Lanera esce da ogni riga scegliendo di far respirare Cechov, operazione capace di riscoprire una tradizione e per questo di rinnovarla, un fatto importante di per sé. In particolare ne Il gabbiano, seconda parte della trilogia Guarda come nevica, sorprende l’afflato di un primo atto che “osa” rispettare il drammaturgo russo per dargli aria, per riscoprirne il controluce poetico in mezzo al vaniloquio di allora e di oggi, mettendoci di fronte alla disperazione e disillusione di personaggi che ci assomigliano così tanto che vorremmo a un tempo prenderli per mano e fuggire lontano da loro.

Licia Lanera, Il gabbiano (foto di Manuela Giusto)

Harleking di Panzetti Ticconi

Harleking è uno squarcio psichedelico rigoroso e allucinatorio. Con affilata precisione di tratti, la danza di Ginevra Panzacchi e Enrico Ticconi articola una serie di slittamenti del senso e della prospettiva in una metamorfosi incessante che confonde i confini e la percezione. L’ossessione pulsante del movimento ricorsivo rivela per analogia e imitazione, mentre il rigore dei riferimenti iconografici ed eidetici, insieme al corpo sonoro messo in scena, creano una progressione percettiva che per gradienti di precisione sbalza dal buio le figure della tradizione per farle vivere nella ferocia dell’adesso fino a far apparire, come per svelamento, le figure del potere o di una (possibile?) resistenza a esso. Un inabissarsi nella natura dell’uomo. Ma è un processo circolare, un eterno ritorno che diventa la ferocia, questa sì eterna, di questo presente.

Panzetti Ticconi, Harleking (foto di Ettore Spezza)

Il teatro sabotato dai ragazzi

Cosa può farsene il teatro dello sguardo di un ragazzo? Bruno Schulz, scrittore e pittore polacco, parlava di “maturare verso l’infanzia” come possibilità che l’adulto può percorrere per preservare una curiosità cangiante, coltivare il rischio della mutevolezza, abitare uno sguardo capace di meraviglia senza retorica e banalità. Se applicassimo al teatro questo tipo di intelligenza, probabilmente saremmo in grado di rischiare di più, di sentirci un po’ più liberi e selvatici, senza nasconderci dietro a un vocabolario che non tiene presente la necessaria relazione con i desideri, i bisogni, le paure, la felicità del genere umano. Quando questo accade in scena, e un ragazzo ne è testimone partecipe, in quel momento si viene al mondo veramente, oppure il mondo entra in noi come una freccia di luce e musica.

Avete capito, l’ultima segnalazione che vogliamo fare è più che altro un buon auspicio, un augurio. Vogliamo portare anche noi oro, incenso e mirra a questo desiderio. Siamo convinti che il teatro possa dare molto. E che un adolescente, davanti a una scena viva, possa ingaggiare un reale corpo a corpo, tra lampi di conoscenza e il non capirci un accidente. Buona fortuna ragazzo!

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