Quest’anno il festival La Tre Giorni, organizzato dal collettivo teatrale Il Casale, si è svolto in un luogo che sembra incarnare alla perfezione la filosofia: “Dove l’arte trova rifugio”, tra le colline di Monte Sole, sull’appennino bolognese, proprio nei dintorni del rifugio Re_Esistente Il Poggiolo.
Quando, in occasione di uno degli appuntamenti di “Teatro nella città” a cura di Altre Velocità, abbiamo conosciuto le ragazze del Casale, siamo rimaste folgorate dai racconti delle loro bucoliche peripezie. Il loro entusiasmo ci ha subito catapultate nella frenesia del festival, facendoci sentire già parte di quel fittissimo programma di spettacoli dal vivo, musica, teatro e arti circensi che è La Tre Giorni. È così che Fuori Frigo, una rivista temporanea nata dal laboratorio di giornalismo culturale tenuto da Lorenzo Donati, Damiano Pellegrino e Petra Cosentino, è partita per la sua prima trasferta.
In un mondo in cui ogni prodotto culturale necessita di giudizio e validazione per essere commercializzato, ci siamo chieste quale fosse per noi il senso della recensione teatrale e come potessimo adattare questo formato a contesti più fluidi e sfumati, nei quali il pensiero non può che vagare e creare connessioni. La nostra esigenza nel raccontare la Tre Giorni era dunque quella di spostare l’attenzione al nostro rapporto con il teatro, indagandone sia le sensazioni generate che i dubbi. Questo presupposto ci ha condotte a mettere temporaneamente da parte la forma classica della recensione per sperimentare una modalità di scrittura più aperta: quella diaristica. Ci sembrava, infatti, che questo formato potesse essere uno strumento adatto a raccogliere quel flusso di scambi, impressioni e dialogo che è stato per noi il festival.
Abbiamo, inoltre, scelto collettivamente di scrivere un diario condiviso, nel tentativo di sfuggire alla rigida categoria dell’autorialità, di sfumare i confini tra ciò che è “mio” e ciò che è “tuo”. Cimentandoci nella scrittura corale abbiamo riscoperto una pratica di solidarietà radicale, che ci ha permesso di lasciare andare il nostro nome e il nostro ego autoriale, senza mai perdere però le specificità di ognuna. Con forme diverse, cronaca, impressioni, ritratti, poesie, abbiamo così rivalutato il “noi”, la parola plurale e lo sguardo multiprospettico, con l’obiettivo di riportare la stessa esperienza, vissuta da cinque punti di vista, energie, orizzonti e sensibilità diverse, in un unico mondo alieno, cartaceo e forse un po’ utopico. L’intento comune: quello di creare un diario abbastanza generoso da poterci accogliere tutte, provando a ricreare un’atmosfera vissuta e, con un po’ di fortuna, farvi sentire come se foste state lì con noi.
Nota delle autrici: questo articolo adotta il femminile sovraesteso. Anche se la nostra è una redazione interamente al femminile, questa scelta va oltre la nostra identità, traducendosi in un invito politico a scardinare le abitudini linguistiche e accogliere, anche semanticamente, immaginari alternativi e nuove rappresentazioni della realtà.
Marialaura Cazzaniga, Elisa Colombo, Alessia Ghiro, Valentina Lippolis, Chiara Celeste Nardoianni
di Fuori Frigo
GIORNO 1 – venerdì 3 luglio 2026
Il treno parte dalla stazione di Bologna Centrale alle 16.17 e, come sempre, siamo in ritardo. Le spalle fanno già male sotto il peso dei nostri zaini; le tazze e i moschettoni sbatacchiano, i sacchi a pelo si reggono per un pelo alle corde. È una corsa contro il tempo.
Mancano 5 minuti: Elisa scende dall’autobus in fretta e furia e corre, corre, corre.
Mancano 4 minuti: Alessia ferma il capotreno, temporeggia.
Mancano 3 minuti: Chiara cammina veloce, ha già imboccato la strada per il binario; con le mani piene di borse, non riesce nemmeno a correre.
Mancano 2 minuti: Elisa, con un ultimo scatto, raggiunge il treno.
Manca 1 minuto: saliamo senza più esitazioni e ci guardiamo finalmente tutte e tre negli occhi. Siamo sudate, ansimanti, elettrizzate per ciò che ci attente. Le porte si chiudono e il treno parte: direzione Monte Sole.
Alla stazione di Pian di Venola incontriamo il primo compagno della Tre Giorni: il Mago, un traghettatore di anime dalla voce roca e l’accento bolognese, che ci accompagna fino all’ingresso del Festival.
Oggi ho conosciuto il Mago.
Il Mago spaccia susine erotiche.
Nella natura c’è sesso a nastro, dice.
Tra le altre cose fa il vignaiolo itinerante.
Poi ti trova, in mezzo alla folla e tace.

Nicola, Serena e altre compagne del collettivo che abita il Casale ci accolgono e ci riconoscono subito. “Voi siete le ragazze di Fuori Frigo!” dice qualcuna. Sorridiamo, siamo noi! Braccialetto verde al polso, ci dirigiamo subito al campeggio.
Mentre posizioniamo gli ultimi picchetti sentiamo le voci delle volontarie chiamarci per il primo live: è così che veniamo catapultate nella dimensione musicale disco-punk delle Wunder Tandem: l’Appennino bolognese fa da sfondo, mentre il sole tramonta, proiettando ombre dorate sui volti delle presenti. Non potevamo desiderare un’accoglienza migliore di questa: body e leggins maculati fucsia, glitter e strass, caschetti biondo platino alla Raffaella Carrà, occhiali da sole rotondi e l’aria svampita di chi finge di ignorare l’effetto galvanizzante della propria musica.
La prima giornata della Tre Giorni è iniziata, almeno per noi, da qualche minuto, eppure sembriamo già tutte a nostro agio nell’accogliere l’entusiasmo travolgente delle performer.
Ore 19.40
Sul palco le artiste non sono sole: le accompagnano una scimmietta che ciondola dall’asta del microfono, invece che dal tronco di un albero, e un cagnolino dalle orecchie fucsia che, incuriosito, ci osserva ballare da una cuccetta immancabilmente leopardata. E io penso che dovrebbe essere fiera delle sue padroncine.
Ma ci sono anche loro, delle Barbie senza braccia e dal busto spezzato, che fungono da bacchette con cui le artiste suonano la batteria, mentre si esibiscono nelle loro rielaborazioni personalissime di hit dance-pop come Toxic o Bad Romance. La loro performance si potrebbe definire come la decostruzione punk del paradigma di bellezza barbiana, ricostruito su un palco che sul rosa e il leopardato fonda tutto il suo charme.
Con una dose già consistente di adrenalina in corpo, attendiamo, attendate, l’inizio del primo spettacolo della serata. Nei bicchieri vino caldo e sudato: per aprirlo sono state rotte chiavi e forse amicizie (ma questa è una storia che racconteremo un altro giorno); intanto, scavalliamo la collina, per raggiungere l’arena naturale adibita alla prima performance della serata.

Una figura in scena, ferma con lo sguardo fisso al pubblico, sussurra con voce flebile.In Un po’ meno fantasma, Tommaso Bianco (Kronoteatro) mormora la difficoltà di un uomo di farsi sentire e di farsi vedere dal mondo. La sua voce tremante è incastonata in un grande costume teriantropico: un abbondante piumaggio azzurro e fucsia lo avvolge dalla testa ai piedi. Il contrasto tra le parole sussurrate e la maestosità della sua corazza piumata rende ancora più ardua la sfida dell’ascolto. Quando qualcuno in un laghetto dietro le frasche si ribella, stentiamo a sentire il suo monologo: è un coro assordante di rane. Urlano e strepitano, intimano l’attore in scena di farsi sentire o di ammutolirsi definitivamente. Siamo infastidite, ma affascinate e questo altalenante urlare ci sembra commentare lo spettacolo in un modo imprevedibile.
Ore 22.13
Le cicale cantano, fanno la muta e cantano, si fanno amiche le rane dello stagno e interrompono l’andare regolare delle cose: diventano parte del tutto e cantano con una bestia inusuale; un gigante buono, quasi fantasma, mezzo uomo, mezzo rana, un po’ cicala.
Sulle note di “Everybody dance in Poggiolo”, iBantukemistry, gruppo musicale genovese, ci salutano dal Palc-One, il più grande e sontuoso tra i palchi del festival, che lasciamo per raggiungere le nostre tende. Finisce così la prima giornata e inizia così la nostra prima notte tra le fronde di Monte Sole.
GIORNO 2 – sabato 4 luglio 2026
Ore 10.53
Caro diario,
mi allontano dalla città. La sento, alle mie spalle, la scorgo dallo specchietto retrovisore. Penso che oramai tutto ciò che è riflesso e non si para dritto di fronte a me, non mi interessa. Neanche la lunga fila di macchine che ho inconsciamente creato dietro di me. Ciao Bologna!
L’aria che entra dai finestrini è meravigliosamente fresca, ora sì che posso dirlo senza esitazione: si respira.
Verde.
L’aria è verde e sa di avventura. Sulle note di Monna Lisa di Ivan Graziani alzo lo sguardo e scorgo un falchetto alto nel cielo; mi sento frizzante, spettinata e con una gran voglia di fare una rapina. Sono pronta. Attenzione alla strada, un pannello luminoso segnala: “3 – 5 luglio, Marzabotto, festival di teatro contemporaneo”. Ho preso la direzione giusta, sono quasi arrivata. La Tre Giorni sta per iniziare anche per me.
Al festival è prima mattina e a noi sembra ancora di stare su una nuvola. Fa fresco. Si respira. Scendiamo alla yurta per fare colazione: succo d’arancia, caffè solubile, due fette biscottate con la crema di nocciole. Poi, “doccia dolce” all’aperto: saranno le nostre segrete passioni new age, ma questa rientra sicuramente nelle attività più appaganti della stagione estiva.

Le ore mattutine scorrono lentamente: stiamo ancora prendendo confidenza con gli spazi e i tempi del Festival. Poi, un messaggio. “Sono al parcheggio, vi aspetto”.
È arrivata Marialaura. Bisogna scaricare la macchina: si torna a sudare.
Inizia così una danza ritmata, una catena di montaggio cadenzata da suoni di picchetti, teli che strisciano a terra, pentole e bicchieri che sbattono tra di loro e senza nemmeno rendercene conto giunge l’ora del nostro primo pranzo popolare. Sotto il tendone marocchino si stendono due lunghe tavolate: davanti a esse, un gazebo più piccolo ospita la postazione di Radio Varco Sonoro, una web radio milanese che intreccia suoni ricercati e visioni del presente. Tra pasta alle olive, musica elettronica palestinese e cumbia brasiliana, riconosciamo Gabriele che, il nostro vicino di tenda.
A mezzogiorno, sotto la tenda marocchina,
c’è sempre la musica.
È Gabriele, il nostro vicino di accampamento.
Accompagna i nostri pranzi, accoglie persino le nostre cene.
Di notte si trasforma in spacciatore clandestino di coccodrilli gommosi.
Ride di noi o ride con noi?
Gabriele ci ha viste arrivare.
Gabriele ci ha viste partire.
Il pomeriggio si anima di voci e di silenzi. Alle 14.30 ci aspetta il nostro primo laboratorio: corriamo giù per la collina, al workshop di Performazine, un collettivo milanese che produce archivi effimeri di arti che esistono solo dal vivo, dove ci aspettano soltanto i suoni del bosco.

Al workshop siamo in poche e improvvisiamo: impariamo che le suggestioni possono restituire un’immagine precisa ed emotiva della realtà, appuntiamo visivamente le suggestioni della Tre Giorni, con pezzi di carta e macchine da scrivere. Alla fine delle due ore ognuna di noi è invitata a presentare la sua fanzine. Una nostra collega di sette anni ci descrive la Tre Giorni come un mondo magico. Sfoglia le pagine della sua creazione, e stupita di trovarne due vuote nel mezzo, esordisce prontamente con: “Queste pagine raccontano un mondo magico vuoto, dove può succedere tutto’’. Esita, sorride, se l’è cavata. Procede quindi a illustrare gli altri mondi cartacei composti da sabbia, rami e foto. Noi, attente, la seguiamo.
Ci immergiamo con delicatezza nel tempo sospeso del collage, della fanzine, della parola liberata, ma non c’è tempo da perdere: abbiamo preso un appuntamento per le 17, in cima alla collina. Lassù, ci aspetta la performance del collettivo Tu Kùur, in residenza al Casale con il progetto 4ever Punk, ma noi questo ancora non lo sappiamo…
Un cartello in mezzo al prato: “solo misure drastiche”. Lucherino, Falco e Rondine aspettano me ed Elisa in cima alla collina. La situazione è serissima; veniamo disposte in fila indiana, perdiamo il nostro nome e ce ne viene assegnato uno nuovo, d’ora in poi saremo Pettirosso e Albatro. Veniamo scortate in cima a una radura, lasciamo i nostri effetti personali e capiamo perché siamo lì: oggi ricorriamo alla soluzione finale, bruciamo tutto e voliamo via. Possiamo restare o decidere di andare, la scelta è sempre nostra.
Quante volte pensiamo di voler cambiare tutto? Quante volte sediamo nella frustrazione di non riuscire a farlo, sole? Decidiamo tutte di restare e provare a volare. Cosa ci portiamo dietro? Andiamo a casa, ma cosa è casa? Abbozziamo un piano, tentiamo collettivamente di decidere cosa intendiamo tenere, da cosa vogliamo ricostruire. Ma soprattutto, sappiamo volare? La situazione è annosa, per adesso non abbiamo ancora imparato, ma siamo pronte.
Il pomeriggio trascorre a ritmi diversi: qualcuna decide di (in)seguire le attività programmate, qualcun’altra, invece, preferisce rifugiarsi nella zona “ricre-attiva”. Sulle dolci pendenze della collina si trova, infatti, un grumo d’alberi, un piccolo fortino di ombrosa tranquillità. C’è chi si appisola sui tappeti distesi a terra, chi colora mandala, chi si lascia dondolare dal movimento ondoso dell’amaca.

Da lontano, una musica ci ricorda che è ormai è l’ora della festa: il tramonto dipinge il cielo di arancione, disegnando la sagoma in controluce della DJ LavaLamp.
Birra alla mano e piedi scalzi, mentre ci scateniamo sulla sabbia sembra proprio di stare su una spiaggia. Pian piano la giornata si oscura, quasi a segnalarci che un nuovo spettacolo sta per cominciare: si tratta di A.L.D.E. non ho mai voluto essere qui, un progetto di Giovanni Onorato. Sul palco due figure: un attore e un musicista, microfono per il primo e sintetizzatore per l’altro. Per terra: una serie di quaderni colorati.
Ore 22.47
Caro diario,
lo spettacolo deve ancora finire e io sento crescere dentro me già molte domande.
Prima tra tutte: leggerei il diario lasciato da un’ amica morta suicida?
Giovanni Onorato sembra non porsi alcuna questione etica a riguardo. Dopo un accenno al consenso ricevuto dalla famiglia, l’attore procede nell’appassionata lettura di improbabili quaderni colorati appoggiati a mo’ di tetris sul tappeto. Si tratta degli scritti dell’amico-poeta Arduino Luca Degli Esposti, detto ALDE. Un nome particolare, dai mille possibili significati.
Arduino, ci viene detto fin da subito, si è tolto la vita. Il suo amico sostiene che l’abbia fatto per amore, l’unico ambito della sua vita in cui non era mai riuscito a cavarsela. Ma come accade quando qualcuno chiede qualcosa “per un amico”, il dubbio si insinua. Di chi sta parlando Onorato? Di chi sono quelle parole, quelle poesie musicate?
Non tutti hanno la prontezza di gridare alla menzogna, c’è chi, come me, ci crede. Quando qualcuno è fisicamente di fronte a me, mi guarda e mi parla, nel teatro così come nella vita, io credo si crei un patto. Il punto è capire se si tratta di un patto di veridicità oppure di verosimiglianza. Insomma, credo a-ciò-che è-vero o a-ciò-che-lo-sembra?
Arduino, mi spiazza scoprirlo dopo aver appreso così tanti dettagli sulla sua vita, non è mai esistito. O meglio, non si chiama Arduino, ma Giovanni. Non è morto, è vivo, proprio qui, davanti a me.
Le domande continuano a cadere l’una sull’altra, con un effetto domino da far girare la testa. Sembra quasi che l’autore abbia sentito necessario attribuire il proprio dolore a un morto suicida solo per poterlo legittimare. Perché? E dall’altra parte, perché mi sono commossa così tanto all’idea che quelle parole fossero state proferite da una persona che ora non c’è più? Mi sarei lasciata prendere da un sentimento altrettanto forte anche senza la tragicità di una simile premessa, anche senza l’invenzione di un tale espediente narrativo? Si soffre di più per la realtà o per la sua rappresentazione immaginifica?
Perché la sofferenza di colui che ha portato all’estremo la propria esasperazione mi pare più vera di chi, nonostante tutto, non si ammazza? Non è forse ancora più triste sapere che quei pensieri appartengono a una persona che continua a vivere e dovrà conviverci ancora? Esiste una gerarchia dei dolori? Chi si toglie la vita lo fa perché soffre di un male umanamente ingestibile oppure perché non ha gli strumenti per gestirlo?
Mi costringo a fermarmi, prima che la fila di domino distrugga l’intera casa di carte.
Ci allontaniamo dalla cacofonia cerebrale di parole e domande per lasciarci trasportare da una melodia diversa, quella dei Mombao, un duo composto da sintetizzatori, batteria e canto che spazia dal rito ancestrale alla musica rock elettronica. Vestiti con tuniche scure e truccati d’oro dalla testa ai piedi, i due danno vita a un mosaico di lingue, desideri e rivendicazioni, dimostrando che esiste una dimensione sacrale diversa da quella socialmente concepita. Pur tendendo al cielo, i Mombao rimangono ancorati alla realtà: rifiutando le piattaforme streaming, il duo produce musica indipendente al di fuori dei circuiti commerciali, schierandosi con forza contro il genocidio in Palestina.
Ore 23.37
Buio
Siamo tutti in cerchio
Tutti intorno a loro, tutti lì
Il ragazzo biondo davanti a me riflette la luce flebile della batteria
Il cerchio si allarga e stiamo, ma non so dove siamo
La luna si alza
È grande e non è piena
È il segno che il canto antico sta finendo
Si guardano, sono uno davanti all’altro
Si fermano
Ci guardano
Abbandonano i microfoni
Cantano in preghiera per noi
Io sono qui, nelle due pagine vuote del mondo magico di quella bambina
Voglio questo
È poco
Ne voglio di più, ma non ci penso
Siamo di nuovo in cerchio e ci guardiamo
Questo mondo magico è vuoto
Non è fatto di niente
Siamo qui
La luna è sorta
Sale la luce
È mezzanotte
Ci disperdiamo
Al parco del Poggiolo c’è un’eco pazzesca: risuona per tutte le montagne. Le colline rispondono, intonano una ninna nanna e ci fanno capire che è l’ora di andare a dormire. Nessuna di noi, però, è sazia. Da lontano il suono di una tarantella ci richiama giusto in tempo per un ultimo ballo notturno. Con pigiama e spazzolino in tasca, lasciamo che la sera scenda sola, lontano dalle nostre tende, mentre i tamburi continuano a suonare.
GIORNO 3 – domenica 5 luglio 2026
Ore 11.00
Ieri ho accolto l’entusiasmo di Elisa e mi sono proposta di andare con lei al workshop di fermentazione, che sembra appassionarla molto, le abbiamo persino regalato un corso per la laurea! Ad accoglierci sono le ragazze di FontAmici, un’associazione di promozione culturale che opera a Fontanigorda, nell’entroterra ligure. Ci spiegano la fermentazione della Kombucha e quella del cavolo cinese per ottenere il Kimchi. Io non seguo troppo bene la spiegazione dei processi chimici, perché per me è un territorio inesplorato; mi piace guardare Elisa e le altre partecipanti mentre si scambiano i saperi di un’arte che ha il suo fascino nella trasmissione orale dei suoi principi.
Nonostante sia trascorsa una nottata, il pensiero torna, di tanto in tanto, alla proposta di volo offertaci dal collettivo Tu Kùur. La giornata, però, prosegue e ben presto ci troviamo sedute per terra, all’ombra di alcuni amici alberi, mangiando gelati confezionati. Attendiamo l’arrivo di Lorenzo Donati e Stefano Ricci, portavoce della rivista La Falena. Il talk verterà sui temi affrontati nel decimo numero della rivista: “Il Teatro davanti alla Guerra”. Sono le 15.00 e fa caldo, siamo tutte atterrite dalla nefandezza delle condizioni in cui versa la realtà contemporanea.
Ore 15:40
Nessuna riesce a contribuire in alcun modo, intorno a noi solo facce sconsolate. Una ragazza si decide a dare voce alla serpeggiante desolazione condivisa: come si può progettare senza semi di possibilità favorevoli? Ricci, evitando con tono pacato una risposta secca, confessa che il suo recente interesse sono le termiti; in particolare è interessato alla funzione sociale delle termiti architette nei termitai. Enumerando la varietà di modi e formule ingegnose che hanno scovato, ci spiega che il loro ruolo è quello di difendere il nido nei momenti in cui è sotto attacco, neutralizzando gli intrusi. Quando, poco dopo, ci domanda se sappiamo a cosa si dedichino le termiti nei momenti di pace, le nostre facce confuse restano senza risposta. Le termiti architette, nella vita di tutti i giorni, si dedicano all’ostinata costruzione di pennacchi completamente inutili, che talvolta diventano così alti da crollare sotto il proprio peso.
Utopie di volo o progettazioni?
Ore 15.48
Caro diario,
è illuminante realizzarlo seduta per terra, con la schiena appoggiata a un tronco e con le mani nell’erba, usate, di tanto in tanto, per grattare una puntura di zanzara: la risoluzione ai conflitti si trova già nella vita organica. Basterebbe guardare sotto i nostri piedi. Scopro infatti, grazie al racconto di Ricci, che le formiche australiane sono capaci di fingersi morte per difendersi e ingannare i predatori: un’intera colonia si organizza collettivamente in modo coeso per fingersi morta e salvare il nido. Capisco così che il teatro, in questo caso fatto coincidere con la finzione della recitazione, ha sempre partecipato al conflitto.
A questo punto Fuori Frigo si sparpaglia: ognuna prosegue il proprio pomeriggio partecipando alle diverse attività proposte dalla Tre Giorni. Stiamo vivendo giorni confusionari, un affaccendarsi entusiasta di eventi, situazioni e incontri. Il ritmo è rigido, quasi serrato, ma i corpi sono molli e rilassati, le menti attive e placide. Musiche, sensazioni e discorsi si susseguono in una schizofrenica diversità di stimoli. Entriamo in mondi e modi come travolte, per poi uscirne poco – pochissimo – dopo estasiate, stremate e confuse.
Ore 15.30
Uscita dalla prova dei Tu Kùur non riesco a smettere di pensare che forse c’era una strada giusta da percorrere per essere idonee al volo, e il mio gruppo non l’aveva compresa. Quel “mi dispiace non siete abili al volo”, aveva risuonato dentro di me come un’accusa: avete sbagliato, non vi salverete. Eppure, l’idea di salire su quell’altura mi era sembrato il primo passo verso un percorso di iniziazione. L’atteggiamento grave con cui ci avevano reclutate faceva presagire che il compito a cui eravamo state chiamate, o a cui ci eravamo liberamente immolate, era piuttosto serio, anche se mi faceva sorridere. Per questo quando l’attore mi ha chiesto il cognome, e riconoscendolo mi ha detto “Ah, ieri non ti sei presentata” mi sono sentita come se fossi venuta meno alle mie responsabilità. Arrivate a destinazione, in mezzo ad una radura in cima ad un boschetto, ci hanno consegnato un questionario: improvvisamente ho smesso di ridere. In una domanda si chiedeva di scrivere una cosa inutile che si possiede, ma di cui si potrebbe fare a meno. Forse perché lo avevo appena cambiato, ma nella mia mente è riemersa una riflessione su come l’identità degli esseri umani venga costretta dalle catene di un nome. Mi è tornato a sembrare stupido. Perché il mio nome dovrebbe dire qualcosa di me se non l’ho neanche scelto io? Bene, ho decretato che “il mio nome” fosse la risposta a quel quesito.
Il pomeriggio è un susseguirsi serrato di spettacoli. Sotto le querce ci attende il duo Castaldo/Sintucci con Gli stupidi sogni di Morgan, come un pupazzo provò a salvare la televisione italiana, uno spettacolo dal tono ironico e “vaudevilliano” in cui si sorride di quelle occasioni a lungo agognate e di quei treni che aspettiamo da tutta la vita, che ci sfiorano, ma a volte ci lasciano a piedi.
Ore 18.30
Chi è Morgan? Tutti noi lo conosciamo, e forse, in un momento della nostra vita, lo siamo stati. Un pupazzo malleabile, buffo, fuori luogo, pelato e con gli occhialetti. Quante volte mi sono sentita esattamente come lui: un mostriciattolo blu dall’espressione vacua.
Una metà gestita da lui, l’altra da lei, Morgan è letteralmente nelle mani dei suoi creatori, capaci di dargli voce, movimento, corpo, ma soprattutto una storia da vivere in prima persona, prendendosi il proprio spazio e quei tanto attesi, ma altrettanto fugaci, 15 minuti di fama. Morgan non sogna altro che essere considerato, preso sul serio, riconosciuto, rispettato, insomma, di essere amato. Chi altro può dunque desiderare di essere Morgan se non il protagonista di una fiction televisiva italiana? Eccolo quindi compiere salti mortali per diventare la miglior versione di se stesso, o meglio, del beneamato Padre Gregorio. Come non fare il tifo per lui mentre si barcamena nel tentativo di superare un provino complicato? Come non soffrire insieme a lui quando è costretto a confrontarsi con una regista presuntuosa, temporaneamente interpretata dalla stessa elegante figura che dà vita a metà del suo corpo?
Quello di Morgan è un sogno dolce amaro che intenerisce e diverte allo stesso tempo, capace di mostrare che la felicità sta nelle mani di chi, nonostante i fallimenti non sempre riscattati, sa rimanere gentile.
Salutiamo Morgan e siamo già pronte per Stek! della compagnia Intrepidus: un dinamico gioco circense con quattro clown che fanno capolino da un cassonetto. Litigano, si azzuffano in una discarica tra sacchi di spazzatura ormai disintegrati, scivolano e cadono continuamente con i loro corpi che sembrano di gomma, tutti alla ricerca di «Stek!», un pezzo di baguette che ai loro occhi sembra un pasto da gran signori.

Solo quando è terminato riusciamo a riposarci un po’, assaporando il fresco della zona tende. Ma in un attimo è già tardi e i Bum Bum Fritz ci attendono. I teli di stoffa con i cuscini, le panche in legno e le sedie sono già pronte ad accoglierci.
Michele Tonicello (in arte BumBum) e Giovanni Frison (Fritz) sono vestiti di bianco e i loro corpi diventano parte del videomapping. Stiamo per assistere a un vero e proprio concerto teatrale che esplora il tema della genitorialità con le sue difficoltà e contraddizioni.
Ore 22.00
Caro diario,
la mia avventura alla Tre Giorni è cominciata ieri, quando il mio cellulare è precipitato giù dalla tromba delle scale. Un volo dal terzo piano che ha irrimediabilmente stabilito che non avrei avuto contatti con il mondo esterno durante tutta la giornata. Eppure mi ci è voluto uno stagno circondato da un canneto e popolato da rospi e ranocchie. Mi è servito il loro concerto di gracidii e il colore del tramonto che sfumava verso il crepuscolo i profili delle montagne, per capire che poche volte, come oggi, mi sono sentita così presente.
Ho guardato dall’alto il Rifugio del Poggiolo, il boschetto alle sue spalle, le tende colorate che popolano il prato da tre giorni e il grande palco che sarebbe diventato il protagonista della serata con Dad or alive del duo BumBumFritz. Sono stata pervasa da un senso di leggerezza, lo stesso che mi ha solleticata durante tutta la giornata e lo stesso che ho ritrovato negli spettacoli di questo pomeriggio.
Dad or alive fa ballare e il pubblico viene travolto dall’energia della musica elettronica che scandisce, con il suo ritmo coinvolgente, i diversi momenti della performance. Perché i giovani di oggi non fanno più figli? Si innesca un percorso di riflessione tra indagini statistiche, registrazioni audio di giovani amiche, testimonianze di personalità politiche, artistiche e intellettuali. Tre le principali cause dell’inverno demografico: fattori economici, sociali e legati alla precarietà sul futuro.
Nel 2026 la popolazione mondiale, affetta da ecoansia, si percepisce molto vicina all’apocalisse: 85 secondi prima dell’annullamento totale. Che mondo lasceremo ai nostri figli? Con questa consapevolezza, sull’orlo del precipizio, tutto vibra di una «meravigliosa follia». Sull’erba vedo sagome di persone che saltellano come grilli, illuminate dalle luci cangianti e anche a me viene voglia di alzarmi dalla sedia e gioire spasmodicamente di questo equilibrio così instabile.

Ore 23.14
Caro diario,
«C’era chi cadeva, ma non lo si poteva rialzare». Ha detto così, stasera, uno dei due attori dei Bum Bum Fritz. Rialzarlo, aggiungo io, significa necessariamente fermarsi. E fermarsi, oggi, significa opporsi alla logica produttiva che domina ogni interstizio delle nostre vite.
Oggi invece, dobbiamo capitalizzare e riempire ogni istante, affinché il vuoto non possa sopraggiungere.
Quando lo spettacolo è finito e mi sono guardata intorno, chiedendomi come le persone accanto a me potessero continuare a occuparsi, o non occuparsi delle cose di cui si occupavano o non occupavano prima, ho sentito una forte dissonanza fra quello che provavo e quello che mi circondava.
Lo spettacolo si apre con le raccomandazioni di un bambino sul corretto comportamento da tenere. Ci invita ad appropriarci dello spazio, seduti o ballando. Poco dopo l’inizio sento l’impulso di alzarmi e muovermi ma ho paura che sia fuori luogo farlo, mentre si parla di argomenti così seri. Noto che anche le altre spettatrici provano pudore nell’abbandonarsi alla musica. Ma forse, il senso dello spettacolo è proprio quello di ballare sulle macerie di noi stesse.
Quanto male c’è nel mondo? Questa domanda mi ronza in testa da un po’. Per questo Dad or alive dei Bum Bum Fritz mi è risuonato come uno schiaffo.
«Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» i Bum Bum Fritz citano Le Città Invisibili di Calvino invitandoci a loro modo all’azione, nella consapevolezza che sia inutile. A cosa serve fare qualcosa, se sai che non servirà a nulla? La risposta emerge per me dal primo remix dello spettacolo, che trasforma un’incertezza linguistica in un’incertezza esistenziale. E quindi boh.

Giungiamo così alla fine della nostra avventura al festival; siamo stanche ma entusiaste, abbiamo giusto il tempo di guardarci attorno, riempire un’ultima tazza di vino caldo, per poi venire trascinate in una nuova architettura da capire, il gran finale danzante della Tre Giorni: i Ponzio Pilates.
È con un addio malinconico che salutiamo il Rifugio del Poggiolo, per poi ripartire alla volta della città. Stiamo tornando a casa; alla fine abbiamo deciso di partire tutte e cinque, questa volta per davvero, in una macchina omologata per quattro.
Siamo piene di pensieri, colme e stracolme di stimoli. Non sappiamo bene dove metterli: ci strabordano fuori dalle mani, non riusciamo a contenerli.
Ore 01.53
Sono passate solo poche ore dalla fine della Tre Giorni – anzi, forse per qualcuna, non è ancora finita – e tutto intorno a me, mi riporta tra quelle colline, dove il vento soffiava un po’ più forte. Monte Sole era pieno di animali incantati. C’era la medusa dell’ingresso – una portafatata fatta di fili argentati – che accoglieva tutte le “malcapitate”.
C’erano le cicale del boschetto, che ogni tanto, lasciavano sulle tende la loro muta trasparente. C’erano le rane dello stagno, che accompagnavano – volenti o nolenti – le notti dei sognatori insonni. E c’erano anche quegli esseri senzanome, metà umani metà uccelli, appollaiati sulla radura più alta del campo, che in un rituale assembleare, sembravano creare una nuova società.
Sulla strada del ritorno, ormai anche noi mezze umane mezze bestie, ci salutano gli animali del bosco vivente. Prima il tasso; poi la rana ci attraversa lesta la strada. Poi la volpe con gli occhi gialli come lucciole corre nel campo; poi un cane protettore, pastore: piccolo e grande insieme.
Avvistamenti
Aggiustamenti
Aguzza le menti
Aguzza la vista
e li vedrai anche tu.
Chissà, forse, ti riporteranno lassù dove il tempo per tre giorni non si è fermato più.
(tutte le foto dell’autrici del testo)


