Forse, come sembra suggerire una delle scene finali di La futura classe dirigente di Caterina Marino con i versi cechoviani letti a lume di smartphone, il conflitto generazionale – quell’eterna dialettica fra le dirompenti esigenze dell’infanzia e lo sguardo attonito, talvolta repressivo (?), dell’adultità – rappresenta, appunto, una costante dei rapporti umani, è esso stesso una delle domande ultime che circolarmente, nel corso dei secoli, torniamo a porci, convinti di essere i primi a farlo. “La vita fra duecento, trecento, forse mille anni rimarrà sempre la stessa: faticosa e piena di mistero, anche se felice”, recitano infatti gli attori (Federico Brugnone, Sara Mafodda, Caterina Marino, Daniele Paoloni) stretti nel buio della scena, dopo aver compiuto una sorta di “cavalcata drammaturgica” dentro parole discorsi pensieri di giovani e giovanissime e, per così dire, contemporanee persone. Il testo nasce infatti da una serie di incontri laboratoriali condotti dalla regista con bambini tra i 6 e i 13 anni, interpellati sui problemi legati al cambiamento climatico e – come da presentazione – «alle sfide che il mondo si trova ad affrontare».
I performer sul palco, per tutta la prima parte della pièce, non fanno infatti altro che dare corpo e voce a quanto hanno intercettato nei dialoghi preparatori. In una scena scarna, fortemente illuminata come a restituire un’atmosfera da “studio”, ripetono, con un’inflessione attoriale che verrebbe appunto da definire fra il mimetico e il reportagistico, le esatte frasi formulate da ragazze e ragazzi – le quali, a loro volta, spaziano su temi che riguardano il presente e il futuro, dal già menzionato cambiamento climatico (ci si esercita soprattutto a capire come ri-abitare un mondo improvvisamente diventato inabitabile) al massacro in corso a Gaza, fino a considerazioni più generali sulle relazioni fra i sessi, sulla convivenza, sul tipo di società e di mondo che appaiono come desiderabili. A tratti, con una semplice alzata di mano, gli attori escono dai personaggi (che restano praticamente sempre generici, mai interpretati a livello individuale, come se i pensieri di giovani e giovanissimo fossero non tanto un coro ma una collettività di dissonante armonia) e commentano quanto viene detto. Caterina Marino sceglie cioè una sorta di meccanismo di scrittura che verrebbe quasi da definire “per delega”, con riferimento alle persone intercettate durante il percorso laboratoriale.
Inizialmente, il confronto dei pensieri dei ragazzi con le “domande ultime ma contemporanee” assume toni divertenti. Ci si abbandona infatti a immaginare ipotetiche soluzioni alla crisi climatica con trasferimenti di massa su Marte oppure mettendo a disposizione ai vari compagni di classe la propria piscina, come se questo potesse rimediare a siccità e carestie: il connubio di vivida e generosa fantasia e di sbilenco pragmatismo crea bozzetti spassosi, al limite del grottesco. Ma non c’è ovviamente scherno, l’ironia è sempre delicata perché comunque reca con sé non solo la tenerezza dello sguardo bambino ma anche, se non soprattutto, un altrettanto tenero, e al tempo stesso esuberante, desiderio di compartecipazione ai destini collettivi (sebbene magari, in alcuni casi, un tale desiderio passi anche da qualche piccola smargiassata individualista). Il desiderio che – sembra dirci La futura classe dirigente – negli adulti, o meglio nella presente classe dirigente, è molto spesso sopito, aridificato dai distinguo, dai però, dai questo non si può fare, dal calcolo raziocinante insomma.

In questo senso, l’ironia che attraversa lo spettacolo ha certo anche un retrogusto amaro, o comunque politico, non è divertimento fine a se stesso o semplice generatore di ritmo drammaturgico. A tal proposito, va forse notato che anche il titolo ha come un “doppio fondo”: indica una realtà talmente letterale da risultare quasi lapalissiana, ma è anche, comunemente, un’espressione utilizzata a mo’ di sfottò (bonario o meno); Nello sviluppo della pièce le voci dei ragazzi, da contrappunti aneddotici e tutto sommato “leggeri”, sembrano incarnare piano piano e sempre più il ruolo da fool shakespeariano. Diventano cioè un controcanto (a tratti pure acre) che, nella sua apparente semplicità e sregolatezza logica, rivelano l’ipocrisia e la falsità del pensiero adulto, i modi – dei rappresentanti istituzionali, dell’opinione pubblica, forse anche del teatro e degli spettatori stessi – di razionalizzare l’impotenza di fronte alle crisi più lancinanti dell’oggi. Ne è un esempio perfetto, e peraltro sottolineato come tale dalla drammaturgia (che in quel punto sospende l’andamento scorrevole adottato sino ad allora e fa convergere tutti gli elementi di attenzione scenica verso chi pronuncia il discorso), il monologo su Gaza: una ragazza preadolescente delinea ed elenca con lucido trasporto, e con sorprendente precisione, le diverse responsabilità israeliane e degli alleati di Israele nella tragedia in corso – mostrando la preclara consequenzialità (e prevedibilità) di alcuni nessi di causa ed effetto che invece vengono spesso occultati nel dibattito pubblico attraverso generici affastellamenti di parole e ipocriti distinguo.
Si tratta, assieme alla scena successiva che in un certo senso ribalta e conferma quella appena descritta, del momento forse più perturbante (e drammaturgicamente riuscito) dello spettacolo, ma non tanto per il portato etico dei contenuti quanto per lo stridore che si viene sottilmente a creare fra questi e la forma della narrazione. C’è infatti un piano molto semplice e diretto, ovvero quello già evidenziato: la gioventù come fool shakespeariano, come unico personaggio che sulla scena ha il coraggio di affermare che “il re è nudo” e che – attraverso il rigore logico e morale che è proprio delle attitudine più ingenuamente semplici e fantasiose – dice la verità al potere, mostra le ingiustizie perché immune da sovrastrutture. In maniera esplicita, si mostra anche il senso di colpa adulto che, nel frattempo che a Gaza si è consumato e si consuma il massacro, rivendica di aver messo in campo numerose belle iniziative (petizioni, scioperi della fame, manifestazioni…) consapevole però che queste non sono state in grado di scardinare i rapporti di forza e di fatto di incidere, se non in minima parte, sulla realtà. Allo stesso tempo, questo smascheramento dell’impotenza adulta (anche di quegli adulti animati da spirito progressista e che si dicono pronti a impegnarsi per una giusta causa), della – per così dire – volontaria circoscrizione del raggio delle proprie azioni su un piano della mera rappresentanza e del gesto simbolico, quindi a un ambito che di fronte a una guerra risulta essere di effettiva futilità, avviene nel contesto di uno spettacolo teatrale, vale a dire l’ambito per eccellenza del simbolico e della rappresentanza, e dunque anch’esso, in un certo senso, futile. Detto in altri termini, non sono solo le parole dei bambini a metterci di fronte al fatto che non abbiamo mosso un dito per Gaza ma anche, se non soprattutto, il contesto in cui vengono pronunciate, cosa che infine allarga la domanda contingente sul conflitto israeliano-palestinese a una questione più generale sul significato politico del teatro agito oggi, in Italia.
Tuttavia, se dunque con questo monologo il discorso infantile assume tutta la sua potenza di critica al presente (amplificata anche dalla componente di inquietudine meta-teatrale sopra descritta), tale sua funzione viene poi improvvisamente “tradita”, o comunque rivestita di una luce ambigua ed equivoca. Come una naturale prosecuzione, ora a essere messo in scena è un altro (e piuttosto famoso) monologo, il primo e unico dello spettacolo a non essere frutto del lavoro laboratoriale da cui nasce La futura classe dirigente: il j’accuse dell’attivista svedese Greta Thunberg al Climate Action Summit del 2019 presso le Nazioni Unite, alfa e omega in un certo senso dell’impegno e della visione politica delle nuove generazioni di fronte alla catastrofe climatica. Da un punto di vista drammaturgico, si tratta appunto di un climax perfettamente coerente con i fili dipanati sinora: la prospettiva infantile, che inizialmente ci aveva anche fatto sorridere per alcuni dei suoi tratti più sgangherati e candidamente fantasiosi e che poi si è trasformata in critica corrosiva all’inadeguatezza della politica globale, ora trova la sua formulazione più definita e raffinata, a ricordarci che forse non c’è neanche bisogno di chissà quale lavoro di scavo e di “traduzione sociologica”, perché le richieste di ragazze e ragazzi al mondo stanno già lì, da anni, semplicemente da ascoltare e da mettere in pratica. Così, anche la messa in scena raggiunge il suo culmine con le luci che si fanno più accentuate e vivide, una colonna sonora che enfatizza le parole e una recitazione che, a differenza del resto della pièce, finalmente impersonifica e accentua, declama con attitudine prettamente teatrale. Ma, appunto: così fortemente messo in risalto dalle dinamiche finzionali, più che celebrato e sentito, il discorso di Greta sembra artatamente estetizzato, sussunto dentro una macchina spettacolare che rasenta il linguaggio pubblicitario, lo spot da “messaggio progresso”. Altro che gli adulti finalmente disponibili ad ascoltare le critiche mosse loro dalle nuove generazioni: piuttosto, pare di assistere all’ennesima e ipocrita astuzia delle classi dirigenti che fingono di preoccuparsi del futuro, ma in verità rendono anche le accuse contro di loro qualcosa di funzionale ai propri scopi. Nello specifico dell’opera di Marino, è la regia (nel suo senso più esplicitamente teatrale) che si sostituisce alla delega, la recitazione che interrompe la testimonianza, la finzione che si mangia la realtà simulandone enfatica lode.

Qui lo spettacolo tocca il suo punto di massima ambiguità, che potrebbe tendere in due direzioni diverse: o illuminare retrospettivamente il lavoro di raccolta e restituzione delle testimonianze, insinuando il dubbio che dietro all’ascolto e all’attenzione verso i ragazzi ci sia sempre in realtà un “doppiogioco” degli adulti, oppure di fatto esaltandolo “in negativo”, rendendo chiaro cioè che la scarnificazione dei linguaggi e l’abbassamento della mediazione è prassi più “sincera” ed efficace della rielaborazione teatrale a tutti i costi, della complicazione artistica delle parole e dei discorsi. Nei fatti, La futura classe dirigente forse sospende l’interrogativo lasciando allo spettatore il compito di dirimere, sempre che lo senta come un impegno urgente, un tale nodo scivoloso. La messa in scena fa “rientrare” la tensione, sciogliendola in quella che pare essere una sorta di sintesi concettuale: si arriva appunto alla citazione da Checov, che suggerisce come rapporti e divergenze fra una generazione e l’altra costituiscano di fatto una costante delle storia, si stemperano le potenziali frizioni e incomprensioni fra adulti e ragazzi dentro un’ecumenica trasposizione sul palco di esercizi laboratoriali che evocano la fatica (e la necessità) di costruire fiducia e dialogo. O meglio, più che sintesi si tratta di una risposta anche piuttosto evidente: pur nell’ambito circoscritto di uno spettacolo, la scena e il teatro come discorso collettivo costituiscono l’unico “punto di caduta” possibile, lo spazio – per certi versi lapalissiano, ma proprio per questo prezioso – per una ipotetica contrattazione, un luogo di scontro e incontro fra giovani e non più giovani.
Il conflitto vero e proprio, allora, viene sfumato dentro la dilatazione temporale (che, con i versi checoviani, assume sia un afflato universale che una storicizzazione drammaturgica) e nell’evidenza concreta dell’a tu per tu dei corpi (che sono al tempo stesso personaggi e veicoli di parole altrui); il suo urto smorzato (ma comunque presente, e potenzialmente poderoso) nelle maglie di una narrazione che parte da un principio di delega per esplorarne i limiti, riscopre l’ascolto per ritrovare – ma, stavolta, da parte nostra – la necessità di una presa di coscienza, e chissà d’azione.
L'autore
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Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.


