altrevelocita-logo-nero
Chiara Bersani, "(nel) SOTTOBOSCO"

Santarcangelo Festival #2. L’artista in scena come proiezione di se stesso

di Altre Velocità

Questo diario dal festival di Santarcangelo è prodotto dal “Laboratorio itinerante di giornalismo culturale in Romagna“, organizzato da Altre Velocità, che segue cinque festival estivi del territorio romagnolo.

Al concludersi della seconda giornata del 53° Festival di Santarcangelo, un fil rouge comincia a delinearsi tra le varie performance in programma. In particolare per quanto riguarda la figura dell’artista in scena, che si propone non come personaggio, bensì come proiezione di se stesso e delle questioni problematiche che riguardano il suo essere e ciò che lo circonda.
Nella performance (nel) SOTTOBOSCO, Chiara Bersani parla del proprio corpo e identifica in questo la sua figura in scena, in relazione con altri individui in un universo caotico e desolato. La chiave e il punto di forza dello spettacolo è perturbare lo spettatore, mettendolo di fronte alla disabilità corporea e facendogli toccare con mano il volto della condizione che Bersani vive ogni giorno.
Troviamo un simile utilizzo del corpo anche in Blackmilk di sudafricano, giovane afrikaans che attraverso la sua danza porta in risalto quella che lui stesso definisce “black male melancholia”, derivante dal non rispecchiarsi nei canoni standard imposti dalla società, bensì di ritrovarsi in una sorta di zona grigia che non gode di alcuna rappresentazione. «Now you see me, now you don’t» è la frase utilizzata dal performer per sottolineare la necessità di voler affermare se stesso all’interno di un contesto che non lo riconosce, a cui sente di non appartenere. La danza di Willemse si propone come una forma di protesta: un corpo solo in scena che imita, a tratti scimmiottandoli, gesti e movimenti continui, scattanti e distanti tra loro, come quelli delle majorette o dei rapper. L’effetto finale è per certi versi straniante: il performer appare come un’identità extracorporea e lo spettatore si ritrova circondato da una cortina di nebbia, forse incapace di empatizzare a causa di una distanza sia geografica che culturale.
Più cruenta e diretta è invece la narrazione di SPAfrica di Julian Hetzel e Ntando Cele. Qui vengono utilizzati strumenti come il paradosso e l’esagerazione: lo spettacolo si apre come una sorta di conferenza per promuovere la «prima acqua empatica al mondo», ottenuta dalle lacrime provenienti da uomini e donne europei che piangono per l’Africa, fino ad arrivare a mettere in discussione i meccanismi del capitalismo e del colonialismo. Nel corso dei novanta minuti di performance, Ntando Cele si incarna nei secoli di segregazione subiti dalla comunità africana attraverso il racconto di se stessa in quanto artista e in relazione alla sua espressione creativa: «La mia autenticità si basa sul riprodurre ciò che il pubblico si aspetta».
In tutti e tre gli spettacoli si riscontrano un forte elemento di autorappresentazione e una sentita necessità di affermazione del proprio essere. Sembra che questi tre artisti cerchino, seppure velatamente, un’accettazione da parte del pubblico, a cui viene richiesto in primis di compiere un processo di immedesimazione affinché l’artista stesso possa sentirsi ascoltato, e in certi casi persino compreso.

Alessandra Sabbatini

Enough is enough

Il corpo è politico. È questa la considerazione che mi resta dopo il primo weekend di Santarcangelo. È politico il corpo di Tiran Willemse che, con il suo Blackmilk, porta in scena una nuova rappresentazione profonda, ironica e malinconica dell’identità di genere e della mascolinità nera. È politico il corpo di Ntando Cele che, nel suo SPAfrica, lo usa per scoperchiare le dinamiche colonialiste del capitalismo e smascherare l’ipocrisia dell’empatia bianca. È politico il corpo di Dana Michel che, nel suo Catlass spring, parla di sessualità e lotta contro la repressione del sé più autentico.
Se c’è un filo conduttore nella narrazione proposta dal Festival di Santarcangelo in questo primo weekend, mi sembra quello dell’affermazione dei corpi. Corpi neri, fluidi, non convenzionali. Corpi che si rifiutano di rientrare nei canoni della narrazione occidentale e patriarcale. Corpi che si alzano, riempiono tutto lo spazio e ballano contro il sistema capitalista, etero e bianco-centrico, come quello di Willemse che si muove ora con sinuosità, riprendendo i gesti delle grandi dive dell’opera, ora con ruvidezza, prendendosi gioco del machismo nel mondo del rap nero. Corpi che si ribellano all’onda opprimente che li vorrebbe tutti uniformati e incasellati in delle categorie ben precise che fanno sentire al sicuro i loro oppressori, come quello fluido di Michel, che cerca di collocare la propria identità sessuale tra una moltitudine di identità complementari e apparentemente contraddittorie. Corpi che portano il dolore di essere stati a lungo soffocati, ma che adesso si riappropriano con forza della loro voce. Corpi che non accettano più di essere rappresentati ma che, finalmente, si presentano. Corpi che ci ammoniscono, come quello di Cele, che ci mostra la nostra involontaria complicità nell’avallare un sistema che perpetua le disuguaglianze. Corpi che si sono stancati di essere imbrigliati e stanno provando a reagire, perché enough is enough.

Caterina Miryam Langella

La genesi dell’io

Nell’attesa di Clashes licking, tra le ombre della scenografia si intravede una creatura raggomitolata. Dopo qualche secondo di indagine silenziosa si accende una luce fredda, e immediatamente quel cumulo di pelle intuito si trasforma in qualcosa di reale. Ecco comparire Catol Teixeira appesæ a una corda, è dondolante e prolungatæ in senso orizzontale: somiglia a un embrione unito al cordone ombelicale della madre. Indossa un abito opaco, aderente e trasparente, come fosse un ulteriore strato di pelle che læ ricopre. Oscilla morbidæ, ondeggia sinuosæ accompagnata da suoni viscerali. Poi d’improvviso læ performer, guadagnata la verticalità, si libera da quelle stesse imbracature che læ permettevano di fluttuare. Avviene la sua nascita. La creatura, prima di rivelarsi ancora ai nostri occhi, indossa nascosta una lunga parrucca scompigliata. Ciò che segue è una danza primordiale, ancestrale, un tentativo di cammino che si concretizza in movimenti quadrupedi, attraverso una ricerca per prove ed errori di stabilità e accompagnatæ da suoni sempre più profondi, in una crescita di battiti e di sicurezze.
Teixeira cade poi in un improvviso silenzio. Sedutæ si sistema i lunghi capelli sensuali e assume movenze femminili, ammiccanti che sfociano in vibrazioni corporee sincopate, forse eccitazioni, forse tremori o forse entrambe le cose. Lo spettacolo poi – attraverso un’ulteriore accelerazione delle musiche, l’illuminazione sempre più presente e i movimenti muscolari e pieni dellæ performer, che con coraggio conquista tutto lo spazio del palco – raggiunge un trasporto totalizzante. Nel punto apicale di coinvolgimento Teixeira si rivela togliendosi la parrucca; si palesa cioè nella sua essenza, nella sua natura, ma le conseguenze sono imminenti: nonostante il movimento ancora vorticoso, la scena inizia a sgonfiarsi lentamente, le luci si affievoliscono, i suoni si assottigliano fino a essere risucchiati in un buio silenzio, quello dell’inizio dello spettacolo, quello della fine della vita. Ma la creatura continua a manifestarsi.
Clashes licking è una performance potente, carnale, che esplode sul palco grazie alla potenza del corpo solo e androgino di chi danza. Esso si palesa ingombrante nello spazio e poi si ritira, riducendosi a impercettibile. Sul palco avviene come una negazione identitaria, una decompressione che è avviata dall’esterno. Ciò che viviamo insieme all’artista è la genesi dell’io: tutto si origina dal fluttuare iniziale dell’embrione, il quale poi prosegue – inserito in quel preciso contesto – nella sua formazione, cresce, diventa sessuato. Il sistema asseconda tale processo: gioisce mentre la donna gioisce, suona mentre la donna balla; e il tutto si costruisce in senso cooperativo, favorendo l’erotismo provocante. Quando però la parrucca viene tolta e la creatura si esprime appieno nella sua essenza, ecco l’inizio della fine: l’intera scena subisce una decompressione, si affievolisce compiendo un movimento opposto e contrario a quello esuberante dellæ performer. Nonostante la negazione dell’io, questa stessa creatura continua a essere, a esistere.
Le letture a posteriori di questa performance sono molteplici, ma quel che è certo è che, come scrive Teixeira sul foglio di sala, «le persone che deviano per esistere» sono quelle pronte a ricostruirsi, a disimparare, a leggere l’occasione nella maledizione. E se «il passato devia da se stesso così che ci possa essere futuro», io voglio essere come quella creatura che volteggia, che non ha forma perché in sé le possiede tutte, che per esistere sa come decomporsi e continuamente ricostituirsi in forme nuove.

Margherita Alpini

Gli altri diari dal Festival di Santarcangelo 2023

L'autore

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.