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"Presidi culturali permanenti" per rigenerare il teatro post-Covid. Intervista a Diego Sepe
di Giulia Mento pubblicato in Interviste il 9 Gennaio 2021 2 commenti 14 minuti di lettura
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Questa intervista fa parte dell’Osservatorio sulle arti infette, un progetto realizzato nell’ambito del Laboratorio avanzato di giornalismo culturale e narrazione transmediale organizzato da Altre Velocità: si tratta di una serie di conversazioni che le partecipanti al laboratorio hanno condotto con artisti, operatori e studiosi per indagare i mutamenti e le difficoltà del teatro rispetto alle conseguenze della pandemia del Covid-19.

Pandemia e lockdown hanno stravolto la vita di molte persone, travolgendo inesorabilmente tutti i settori. Uno dei più colpiti è stato quello dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo, annientati dalla chiusura dei teatri e dei cinema.
Diego Sepe è un attore e regista napoletano che vive e lavora a Roma da più di vent’anni, prendendo parte a numerosi progetti importanti: negli ultimi anni ha recitato nel Lear di Lisa Ferlazzo Natoli e ne Il Maestro e Margherita di Andrea Baracco. In ambito cinematografico invece lo troviamo nel film Martin Eden di Pietro Marcello.
La chiusura dei teatri, il blocco di numerose produzioni causate dalla pandemia ha portato Diego e altri suoi colleghi a riflettere sull’identità e sui diritti dei lavoratori dello spettacolo e sulle principali funzioni delle arti sceniche. In che modo? Ne abbiamo discusso in questa intervista.

Come hai vissuto da attore il primo periodo di lockdown, e che effetti ha avuto sul tuo lavoro?

«A marzo è stato uno shock, perché questa pandemia in generale è stata uno shock. Ero in prova al Teatro Mercadante di Napoli per uno spettacolo che è stato sospeso tre giorni dopo l’inizio delle prove. Sebbene io sia napoletano, sono residente a Roma da tanti anni, quindi sono rimasto bloccato in un bed & breakfast per un mese e mezzo. Dopo questo periodo però il teatro non mi pagava, per cui ho deciso di tornare a Roma. Il Mercadante, a differenza di altri teatri, ha avuto almeno la correttezza di riprendere buona parte degli spettacoli per la stagione estiva, ma non il nostro, che per diversi motivi non rientra nei programmi di produzione».

Come hai sopperito a questa forzata inattività?

«Sono stati mesi molto complessi. A livello professionale era tutto fermo, quindi, superato lo sconforto iniziale, è partita insieme ad altri colleghi una riflessione sulla criticità della situazione dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo. C’è stato un grande senso di partecipazione e soprattutto di appartenenza. Il nostro settore è da sempre accusato di frammentarismo, di non avere intenti comuni. La realtà è che c’è sempre stato un grande fraintendimento: la nostra categoria è di per sé atipica, e non parlo solo degli attori, ma di tutti i lavoratori dello spettacolo. Abbiamo dovuto rimettere in discussione la nostra identità, fatta di un consorzio di mestieri, ognuno dei quali con una particolare specializzazione. Non era mai stato fatto un ragionamento di questo tipo, ma era necessario per organizzare le rivendicazioni che andavano modulate sulla necessità di tutti».

Queste rivendicazioni hanno portato a degli obiettivi precisi?

«Sì. Credo che oggi, dopo ben tre manifestazioni che hanno coinvolto tutto il paese da maggio a oggi, si possa fare un altro tipo di discorso. C’è stata un’evoluzione del movimento in cui abbiamo rintracciato una tematica che unisce tutti i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo. Chiediamo di avere una serie di diritti e tutele che sono imprescindibili, a partire dalla legittimità legale di questa categoria. Il fatto che ad oggi non ci venga ancora riconosciuta è drammatico. Vogliamo che venga considerata la tipicità del lavoro: tutti i periodi di inattività devono essere riconosciuti come un momento di approfondimento della professione, in termini di formazione, di studio e di preparazione. Pertanto stiamo cercando di legittimare una componente più estesa di tutto quello che ha a che vedere con i nostri diritti e le nostre tutele».

Com’è cominciato il tuo percorso da attivista politico?

«Fino a quest’estate ho partecipato soprattutto ai lavori di “E come Eresia“, un gruppo spontaneo, libero e autonomo nato su internet. Ci chiedevamo come fosse possibile che non si possa riconoscere pari dignità ai valori artistici che hanno a che vedere col mondo dell’immateriale, dell’arte e della cultura, quali fondamenti effettivi di benessere per un paese. Ho partecipato anche ai lavori di “Attrici attori uniti“, sono entrato in contatto con il sindacato Sindacato lavoratori della comunicazione di Cgil, poi ho iniziato a frequentare le assemblee e dall’interno ho cercato di modificare in meglio le modalità di ascolto della categoria, fino ad arrivare alla manifestazione del 30 ottobre scorso nella quale ho dato una mano sensibile all’organizzazione insieme a diverse colleghe e colleghi».

Si tratta degli stessi colleghi con cui avete creato il collettivo “Presidi culturali permanenti“?

«Esatto. Siamo un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo che si vede ogni giorno per potersi conoscere e far sentire. Ci tengo a dirti che “Presidi culturali permanenti” è l’unico nome che abbiamo accettato di avere, perché non volevamo in alcun modo aggiungere un’altra sigla. È un percorso totalmente indipendente. Qualche giorno prima della manifestazione abbiamo deciso di attuare un presidio permanente sul marciapiede del Teatro Argentina, e questo ha destato un certo interesse. Oltretutto i primi giorni del presidio coincidevano con la chiusura dei teatri, e alcuni tecnici e dipendenti del teatro sono usciti e si sono uniti a noi».

Prima parlavi di evoluzione del pensiero e di obiettivi. Voi, oltre agli argomenti già trattati, cosa chiedete come “Presidi culturali permanenti”?

«Non chiediamo la riapertura dei teatri: ci rendiamo perfettamente conto che in questo momento potrebbe essere un rischio ulteriore portare centinaia di persone in uno spazio chiuso. Quello che chiediamo fortemente è che in questo periodo di lunga sospensione non si incappi negli errori passati. Si è persa completamente la possibilità di sfruttare il periodo estivo per sperimentare una nuova modalità di fruizione da parte del pubblico per qualsiasi forma d’arte. Si è fatto finta di nulla pensando che il virus si sarebbe spostato altrove, senza tenere conto dei dati che invece erano molto allarmanti. Il periodo di sospensione andrebbe finalizzato a riflessioni in merito a una nuova visione delle arti sceniche, che comprende sicuramente una nuova fruizione da parte degli spettatori, ma anche un nuovo concetto di arte in sé. Per questo crediamo che attraverso un “programma di formazione permanente” si possano gettare le basi per dei nuovi concetti, che purtroppo sono stati completamente schiacciati dalle ultime logiche produttive del sistema delle arti sceniche italiane.
Ad oggi non c’è alcun progetto di politica culturale. Abbiamo una legge sullo spettacolo dal vivo del 2014 che ha completamente schiacciato la produttività delle strutture artistiche in funzione della quantità. Si ragiona in termini di algoritmi e di alzate di sipario, senza più alcun disegno artistico. Noi chiediamo che attraverso un programma di informazione che si basi su principi di inclusività, di coesione, di partecipazione da parte di tutti i mestieri che gravitano intorno alle arti si possa ridisegnare il concetto stesso di arte in questo paese. Chiediamo alle istituzioni territoriali, quindi al Comune di Roma e alla Regione, di iniziare a lavorare sulla possibilità di avere dei presidi sanitari locali per monitorare il territorio affinché sia più sicuro. Esattamente per la stessa ragione riteniamo che ci sia bisogno di un presidio culturale di quartiere, innanzitutto per avviare tutta una serie di attività artistiche che coinvolgano la società, che riportino l’arte e la cultura al centro della città, ma soprattutto che riportino la società al centro della società. C’è bisogno di una partecipazione che rinnovi la vita sociale degli individui e la migliori, creando una rete di rapporti sociali sani e virtuosi che possano fondarne altri, e che possano a loro volta generare un circolo sano».

L’azione di “Presidi culturali permanenti” è incentrata solo su Roma oppure è strutturata a livello nazionale?

«Coloro che animano il presidio culturale permanente a Roma sono residenti qui, ma vengono da tutte le regioni d’Italia. Roma è la città che per eccellenza unisce sotto un unico cielo il lavoro dello spettacolo. Questo ci ha permesso di rimanere in contatto con il resto della penisola, tanto che hanno seguito il nostro esempio anche a Milano, dove hanno attivato un presidio permanente dinanzi al Piccolo. Non abbiamo un piano uguale per tutti: loro hanno le loro istanze, noi abbiamo le nostre e spero vivamente che continuino a uscirne altre, perché si capisca che non possiamo più subire passivamente un immobilismo politico che dura da troppo tempo. Noi non abbiamo fatto nient’altro che venire qua chiedendo a chiunque volesse aggiungersi di portare un foglio bianco dove scrivere la propria istanza da rivendicare nel mondo delle arti sceniche italiane. Questo ha permesso che Giorgio Barberio Corsetti, consulente artistico del Teatro di Roma, ci abbia chiesto di fornirgli un comunicato che è stato veicolato nei canali ufficiali del Teatro di Roma, e ciò ci ha spinto a scrivere effettivamente una sorta di programma di formazione e aggiornamento professionale per tutti i settori delle arti sceniche, che abbiamo consegnato il 3 dicembre scorso. Ci siamo messi in contatto sia con il Teatro di Roma che con la Regione Lazio per una prima sperimentazione del nostro “Programma di formazione retribuita e permanente”, con l’obiettivo di ottenere una produttività».

In altri paesi europei, come per esempio la Germania, la Francia o il Giappone, si sta da tempo parlando di nuovi linguaggi teatrali e si sono fatte diverse sperimentazioni al riguardo, a partire anche dalle strutture. In Italia invece siamo ancora molto indietro. Come mai, secondo te?

«Perché siamo per eccellenza un paese tradizionalista e, sebbene abbiamo delle forme d’arte che cerchino di liberarsi del peso della nostra tradizione che è tanto importante quanto ingombrante, abbiamo tutta una serie di occupazioni nei termini di conservazione dei beni culturali che richiedono tempo, energie e risorse. Non si pensa che quelle stesse risorse e quelle stesse energie potrebbero essere investite nel disegnare nuove forme di confronto che portino a nuove forme di concezione dell’arte. Questo è sicuramente ciò che è mancato negli ultimi trentacinque anni, dove faccio fatica a rintracciare un qualsiasi piano di politica culturale per quanto riguarda la sensibilizzazione a nuove forme di espressione, e non è un caso. Io credo che l’arte debba ripartire da quell’istituzione per niente imprescindibile della società che è la scuola. Qualcuno mi deve ancora spiegare perché il teatro e gli studi a esso connessi non fanno parte delle materie di una qualsiasi scuola superiore. Tutti gli istituti tecnici potrebbero essere dei veicoli per i mestieri che gravitano intorno alle arti sceniche, così come per i mestieri che comprendono la recitazione, il canto e la danza. Tutte le attività fisiche, tecniche e artistiche sono risorse sostanziali e determinanti per questa società. Quando ce ne accorgeremo? La tragedia greca era l’attività per eccellenza della comunità ellenica perché trattava temi che ognuno conosceva e viveva, non erano avulsi nella loro coscienza. Gli eroi greci erano il riferimento di qualsiasi classe sociale dell’antica Grecia. Se oggi pensiamo che il divo della televisione che viene a fare lo spettacolo nel teatro di provincia sia il massimo della possibilità di riserva all’arte di coinvolgere una fetta della società, siamo veramente molto indietro».

Tu come attore hai avuto modo di lavorare in diverse parti d’Italia: hai notato un diverso approccio al mondo dello spettacolo tra le varie regioni?

«Ho trovato abbastanza generalizzato che le attività serali delle arti sceniche siano appannaggio di una classe purtroppo sempre troppo elitaria e mai veramente popolare. Poi accadono anche dei piccoli miracoli: ci sono delle realtà dove fattivamente si tenta di dissimulare attraverso attività banalissime, come per esempio richiamare il pubblico a teatro per il dibattito. Io credo che sia il momento di una richiesta imprescindibile, e sono lieto di aver trovato nelle mie ultime tournée in tutta la penisola delle attività da parte di alcuni teatri che cercano di coinvolgere il pubblico con incontri con la compagnia. Questi sono vitali, perché arriva gente che ha veramente voglia di sapere qualsiasi cosa dello spettacolo che ha visto o che vedrà. Spesso non si pensa che questo tipo di attività collaterale possa essere il senso per rigenerare completamente una forma di partecipazione sociale».

In questo momento come vedi il futuro del teatro e come pensi possano essere soddisfatte le richieste portate avanti da “Presidi culturali permanenti”?

«Quello che auspico per il mondo teatrale italiano è decisamente un nuovo tipo di coinvolgimento dal basso di tutta la categoria per rigenerarlo completamente, lavorando insieme a una nuova concezione di teatro che abbia come riferimento assoluto il coinvolgimento di tutta la società in generale. Vorrei che venisse esaltata la sua funzione principale, cioè quella di permettere a chi osserva di rivelarsi a se stesso. Nel momento in cui questo accadrà, non si potrà non avere elementi di progresso della società. Questo è quello che auspico. C’è bisogno di un supporto economico reale ed effettivo. Abbiamo vissuto per mesi di una vera e propria elemosina da parte del ministero, ma qui c’è bisogno di investimenti per supportare necessariamente l’enorme platea di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che da mesi non lavora e che è drammaticamente in emergenza economica. C’è bisogno di ripensare alla categoria e all’attività delle arti sceniche e per farlo bisogna investire; non si può pensare che con un bonus una tantum venga risolto il problema. Da marzo sono stati erogati molti soldi, ma sono andati soprattutto alle grandi imprese e quasi nulla è arrivato alle lavoratrici e ai lavoratori, che sono quelli davvero in emergenza adesso».

Per quanto riguarda il tuo futuro personale, riesci a immaginare qualcosa? Hai in mente dei progetti o degli obiettivi da raggiungere?

«Non ne ho la più pallida idea. So che tutto questo ha generato in me una nuova esigenza di partecipazione e di collettivismo che ha prodotto una nuova energia in me, un’energia sopita perché erano secoli che non ero coinvolto in attività politiche. Penso che questa condizione di attivismo possa aggiungere molta potenzialità agli individui. Per quanto riguarda la mia carriera, invece, sono molto preoccupato. Negli ultimi cinque mesi sono riuscito a fare appena due provini e ho registrato in termini amichevoli la mia voce per un cortometraggio d’animazione di un amico. Questa è la mia attività lavorativa da marzo in qua, quindi capisci bene che anch’io sono in una condizione di emergenza drammatica. Nonostante tutto continuo a pensare che questo sia uno dei mestieri più belli al mondo, e continuerò a cercare di farlo con tutte le mie forze. Ho iniziato a scrivere, ho iniziato a pensare tutto quello di cui ho parlato in questa intervista e ho contribuito attivamente alla stesura di un documento di cui siamo molto fieri. Se prendesse corpo una rivoluzione del genere credo che sarebbe una gioia non solo per me, ma per tutti quelli che potrebbero essere coinvolti, e ri-disegnerebbe effettivamente i contorni di un teatro che va necessariamente rigenerato».

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  1. Mi sembra la modalità appropriata per questo progetto così ambizioso e allo stesso tempo rivoluzionario.
    È come sentirsi al posto giusto nel momento giusto.
    Se non molliamo, qualcosa cambierà.
    Merda, merda,merda!!!

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