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«Per fare performance online servono nuove piattaforme»
Intervista a Marco Mancuso
di Guendalina Piselli pubblicato in Interviste il 9 Dicembre 2020 0 commenti 5 minuti di lettura
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Questa intervista fa parte dell’Osservatorio sulle arti infette, un progetto realizzato nell’ambito del Laboratorio avanzato di giornalismo culturale e narrazione transmediale organizzato da Altre Velocità: si tratta di una serie di conversazioni che le partecipanti al laboratorio hanno condotto con artisti, operatori e studiosi per indagare i mutamenti e le difficoltà del teatro rispetto alle conseguenze della pandemia del Covid-19.

La chiusura, la scorsa primavera, di teatri, cinema, musei e centri culturali ha dato inizio a una corsa al digitale per colmare un vuoto che sembrava, a quel tempo, provvisorio. Ne è risultata una programmazione intensissima, che è poi andata affievolendosi con la riapertura estiva. Ma a distanza di mesi i luoghi della cultura sono tornati a essere chiusi e così il web si è ripopolato di eventi, incontri e contenutili fruibili online. Osservando il palinsesto proposto per questa seconda chiusura è nato un confronto con Marco Mancuso, critico, curatore e docente nel campo delle tecnologie digitali applicate all’arte, al design e alla cultura contemporanea. Punto di partenza, l’impressione che ci si trovi oggi di fronte a un ventaglio di proposte che – al di là del contenuto – sembrano mancare di una certa consapevolezza rispetto agli strumenti scelti.

La prima chiusura ha comportato, secondo Mancuso, «uno slittamento di tutto l’apparato culturale online come necessità, come un’urgenza per la quale non c’è stato probabilmente né il tempo né l’economia necessaria per pensare a dei format e dei linguaggi specifici. In una situazione di emergenza che nessuno ha mai sperimentato prima, il primo tentativo è stato quello di mettere in pratica l’idea più semplice e in quel momento più efficace, trasferendovi anche la logica dell’evento del mondo fisico nella sua unicità e nel suo costo di ingresso. La ripetizione di contenuti alla quale stiamo assistendo in queste settimane ha sicuramente a che vedere con la natura umana, alla nostra tendenza a pensare allo scenario più positivo, ma anche a una generale stanchezza».

Nel campo delle arti performative, intendendo con questo un corpo sul palco che esegue un’azione pianificata, l’utilizzo del digitale ha visto una propensione allo sfruttamento dello sviluppo delle tecnologie interattive come le tute sensoriali, Arduino o sensori ambientali. Tra le esperienze Mancuso fa riferimento ci sono «Suguru Goto, Klaus Obermaier, il più recente Dökk dei Fuse, realizzato sfruttando i dati biometrici del performer registrati in tempo reale, o ancora, il progetto Eco degli UVA, sono esempi di progetti artistici che hanno sfruttato la tecnologia come componente estetica e grafica». Un aspetto dell’innovazione che, per la velocità con la quale si muovono i linguaggi dei new media, risulta essere già in qualche modo stantio, lasciando così spazio a ricerche che rivolgono la propria attenzione ai contenuti. Tra questi, come esempio Mancuso cita le produzioni degli Hotel Modern e dei Blast Theory, che «inglobano una serie di elementi differenti (testi, video, audio, performance) generando una struttura di narrazioni differenti, proprio come per il postmediale».

Altro aspetto ancora da analizzare, secondo Mancuso, è quello legato all’interazione con il pubblico, strettamente legato al controllo dell’azione performativa stessa: «Più affidi un’azione performativa al pubblico, più ne perdi il controllo. Qualche anno fa Marcel Antúnez Roca dei La Fura dels Baus ha proposto una serie di performance nelle quali erano le persone a controllare interamente e autonomamente il dispositivo che indossava (non lontano da un Rhythm 0 della Abramovic in versione 2.0, NdR). Poi c’è lo scenario ibrido in cui all’interazione fisica, quella della presenza del pubblico in teatro, si affianca la fruizione digitale».

In entrambi i contesti, a emergere è l’importanza e la necessità di muoversi all’interno di queste sperimentazioni attraverso la costruzione di sistemi e piattaforme pensate e realizzate appositamente, proprio come accade per le architetture software dei videogiochi. Le piattaforme maggiormente utilizzate per la proposta digitale dei mesi passati e di queste ultime settimane, per lo più strumenti di online meeting, si dimostrano infatti sterili a livello di fruizione, proprio perché nate per rispondere ad altre esigenze tecniche e comunicative. «A smuovere le cose da questo punto di vista – afferma Mancuso – dovrebbe essere una spinta nel settore delle arti visive e performative stesse per la creazione di uno strumento necessario e funzionale, come è successo per esempio con Mark Coniglio e il suo software Isadora, ma anche con lo stesso Arduino». Innovazioni spesso fermate ancora prima di nascere per questioni economiche, ma anche per un certo retaggio culturale per il quale, a distanza di vent’anni da una prima fase di tecno-entusiasmo come superamento dell’analogico in tutti i campi, continua a esistere una netta divisione tra fisico e digitale. Eppure l’avvento del computer ha dato vita a un approccio ai contenuti che non li identifica più con una tecnologia: oggi fruiamo di contenuti audiovisivi da dispositivi mobili e computer, talvolta in simultanea, abbandonando così il loro legame con la televisione.

Pur sottolineando l’importanza e la necessità della presenza, se si considerano la tecnica e la tecnologia come parte dell’evoluzione umana, oggi le pratiche più interessanti sembrano essere quelle di integrazione di linguaggi e strumenti, da un punto di vista tecnico, estetico e linguistico. «Il motore, il punto di partenza – ricorda Mancuso – deve essere il continuo interesse e la conoscenza degli sviluppi tecnologici, perché le tecnologie nascono e si sviluppano in un determinato momento storico e culturale per una ragione». In fin dei conti, al di là dei codici e del computer, la macchina non è più soltanto un utensile esterno utilizzato per agevolare un’azione, ma sta diventando strumento per aumentare ed espandere le possibilità stesse dell’uomo, sia del pensiero che del corpo.

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