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Nome proprio di famiglia. Cronache da Dro 2021
di Agnese Doria pubblicato in Recensioni il 3 Luglio 2021 0 commenti 4 minuti di lettura
Di immagini intraducibili. Sotterraneo e l’Atlante linguistico della Pangea Articolo precedente Direction Under 30 2021, aperte le call per giurie e laboratorio di critica e giornalismo Articolo successivo

Cosa cerchiamo oggi a un festival? Oggi che ancora siamo distanziati, igienizzati e mascherati, cosa catturano i nostri occhi? Cosa invece possiamo far affiorare dalle oscurità e tenere accanto per i mesi a venire? Di seguito una breve surfata tra le onde della Centrale Fies durante apap_Feminist Futures Festival 2021, in cerca di qualche appiglio per proseguire il nostro incedere insieme.

“Ohana” è una parola dal suono bellissimo, peccato sia intraducibile. Racconta della possibilità di una famiglia di non basarsi solamente sui legami di sangue per definirsi, ma di abbracciare anche tutte quelle amicizie talmente profonde da far scattare un sentimento di appartenenza reciproco. “Ohana” è uno dei lemmi sui quali si interroga Sotterraneo in Atlante linguistico della Pangea, spettacolo sfrangiato che molto ci parla del momento che stiamo vivendo. Costruito nel corso della pandemia, lo spettacolo risente di una sospensione e un vuoto interessante, perché da quel vuoto si fa penetrare. Cerchiamo altri appigli: “ubuntu” racconta che una persona può dirsi tale solo attraverso gli altri, “vorfreude” rappresenta un sentimento di gioia che sta per venire, che ancora deve compiersi. E in questo bizzarro momento storico nel quale forse per la prima volta tutto il mondo si è confrontato con le comuni percezioni legate alle forme di lockdown e di distanziamento, Sotterraneo decide di ripartire dalle parole andando a illuminare come anche queste (che sappiamo essere potenti armi politiche e sociali) lascino il tempo che trovano, non riescano a tradurre tutto l’esistente tra le complesse pieghe antropologiche dell’umanità. Ci hanno già tolto tutto, e se ci togliessero anche il linguaggio, che cosa rimarrebbe?

Parte invece dai nomi propri di persone Michikazu Matsune in All together, che ci pone di fronte a una drammaturgia capace di interrogarsi e interrogarci sulle forme di presenza di chi non ci è accanto. E così nomi, storie, biografie e geografie rivelano la storia di un’umanità e di una pluralità che solo allontanandosi dal particolare e aumentando il suo fascio può illuminarci e comprenderci tutti; solo parlando delle morti in mare e nei campi di concentramento possiamo costruire una possibile famiglia umana che tutti sa nominare e comprendere.

«La routine toglie intensità alla vita» ci dice Anne Lise Le Gac in La Caresse du Coma, formato spettacolare molto aperto nel quale la performer in scena racconta della sua ricerca della felicità come possibilità di immergersi nel mondo con maggiore intensità. Intensità che si ottiene, secondo l’artista, con un ascolto profondo di se stessi e del mondo attorno, tanto da proporre agli spettatori un esercizio di ascolto nel proprio respiro, al buio, per percepirsi unici e al contempo uniti, insieme agli altri. Similmente ai cinque performer di L’uomo che accarezzava i pensieri contropelo, l’ultima creazione di Eva Geatti che proprio in Centrale Fies ha debuttato qualche giorno fa. Nell’arco di un tempo dilatato, i cinque riescono a passare dall’essere monadi a diventare un’amalgama affiatata che li trasforma in mazzo, intreccio, catasta. Il ritmo e la partitura sonora si fondono e cuciono addosso ai performer diventati magma, pronti a una deflagrazione incendiaria di rara potenza. Possiamo chiamarli anche loro “famiglia”?

Le radici evocate da Filippo Andreatta in Rompere il ghiaccio partono da nonno Enrico e nonna Elsa per provare a ragionare sulla “cartografia” come genealogia collettiva e sociale capace di intrecciare ricordi e paesaggi, mappe e lettere d’amore in una forma di biografia che affiora dal paesaggio e in quanto tale ci appartiene, nella sua mutevolezza e inafferrabilità come inafferrabile è lo stato in continuo divenire dei ghiacciai. Alleanze, sorellanze e fratellanze sono evocate nei testi ctoni scelti da Kate McIntosh per la sua lezione-concerto To Speak Light Pours Out, in cui il beat collettivo carnale, sensuale e sessuale porta il pubblico a uno stato di tensione comune, inquietandolo, schiaffeggiandolo e percuotendolo. Donna Haraway, Paul Preciado, Nina Simone e le loro questioni legate alla sessualità, alle teoria queer e alla biopolitica dialogano con un piano sonoro e viscerale, acustico e potente, nel quale lo spettatore viene immerso, suo malgrado, rischiando di esserne fagocitato.

Pare che in questi tempi spaesati, anche i formati siano fragili e perciò estremamente interessanti. Ragionare, immaginare, porre domande partendo dalla lingua, dalle famiglie possibili, dalla comunità pare essere una traiettoria che come una scia luminosa possa guidarci in questa notte d’inchiostro. Sperando non sia evanescente come le stelle comete.

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