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Nel silenzio di un fermo immagine
di Ilaria Cecchinato pubblicato in Approfondimenti il 11 Novembre 2022 0 commenti 15 minuti di lettura
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Dopo un tragitto in uno di quei microcosmi capitalisti quali sono gli aerei delle compagnie low-cost – in cui la virtuosa noia data dal godimento per il mero spostamento da un luogo a un altro viene costantemente violata da proposte di acquisto di beni assolutamente non necessari (perché comprare un mascara in sovrapprezzo a 10.000 metri di quota?) – i viaggiatori in arrivo all’aeroporto di Crotone, in Calabria, sono accolti da confortanti distese di morbide dune dorate immerse in un profondo silenzio. Sembra di attraversare un’atmosfera rarefatta, in cui i suoni son stati portati altrove, forse dall’aria mossa dalle bianche pale eoliche, che con la loro linea moderna e il delicato moto creano contrasto al fermo immagine delle colline deserte.

In viaggio su un comodo autobus – troppo grande per l’esiguo numero di passeggeri – si procede in direzione Cirò Marina, unica località raggiungibile con i mezzi pubblici vicina alla meta: Melissa, cittadina arroccata su un promontorio a circa 250 metri dal livello del mare (lo Ionico), che da tre anni accoglie RaMe – Le Radici del Mediterraneo. Festival Internazionale di Teatro e Arti Performative, a cura di Teatro Ebasko, compagnia fondata nel 2015 dal regista e direttore artistico Simone Bevilacqua e la performer e formatrice Marzia D’Angeli.

Sono quasi dieci anni in verità che Melissa tra residenze, ricerca e spettacoli è abitata e contaminata dall’arte di Ebasko, legato a questo borgo da origini famigliari, quelle di Simone, che passava le estati a casa della nonna paterna. Non era preventivato e nemmeno scontato, è capitato per caso, o forse è solo un passaggio comune nella vita di molti: andarsene per sradicarsi ma poi, d’improvviso, ritrovarsi in un’inversione di rotta che riconduce a casa per ri-trovarle, le radici.

Ma l’attrazione per queste terre è dettata anche da una poetica precisa, maturata tramite letture e sguardi, percorsi universitari e apprendistati con compagnie come Teatro dei Venti e con artisti quali Stefano Té e Mario Barzaghi; una formazione che ha condotto Ebasko sui tracciati del teatro fisico, delle arti di strada e della ricerca di una scena popolare intesa nei termini di una tensione al genuino incontro con l’altro in luoghi e situazioni non deputati al teatro, fuori dalle logiche istituzionali e dal mercato. Animati da un sentimento che Simone e Marzia sentono di definire “anarchico”, inseguono e si impongono un’etica del lavoro e della pratica teatrale all’insegna dello sconfinamento, per mantenersi lungo una strada impervia e a tratti respingente, ma in cui ritrovano sempre vivo il senso del loro fare e, in generale, del teatro.

Così il gruppo che oltre a Simone e Marzia si compone di altri membri “nomadi”, tutti fra i 20 e i 30 anni si infiltra con perseveranza e coraggio nel borgo di Melissa e nei suoi dintorni, tra le trame di un territorio complesso non solo per le arti e la loro esistenza (la provincia di Crotone ha l’indice di cultura pro capite più basso d’Italia), ma anche per le tante ombre che infestano questi luoghi, dall’abbandono all’inquinamento, dalle profonde crisi economiche fino alle violente faide.

Eppure, nel mezzo di una comunità sfaldata e lungo le sterpaglie di un territorio selvaggiamente desertico, si scoprono conservati vivaci bacini ricchi di storie, al confine tra realtà e mito. È proprio in questa linea di demarcazione che accade RaMe Festival, composto non soltanto da spettacoli, pratiche di teatro di strada, concerti di musica tradizionale e performance, ma anche da periodi più lunghi di residenza artistica, di formazione e scambio culturale (anche internazionale, grazie al progetto ErasmusPlus che quest’anno ha coinvolto 15 artisti dalla Lituania, Romania e Portogallo), di azioni di riqualificazione di spazi, incontri e simposi tra giovani artisti, studiosi, giornalisti (come gli appuntamenti di YIAS // Young International Art Symposium, un organo informale di studio e ricerca sull’arte nato nel 2020 da un’idea di Teatro Ebasko).

Ma cosa può fare oggi un teatro che intreccia le proprie trame con quelle di un territorio sprovvisto di offerta culturale e incontra la comunità di una cittadina perlopiù disabitata? Una macro-domanda che è stata posta in chiusura al reportage 2021 e che ora si rinnova in una sorta di sottotraccia del racconto di RaMe Festival 2022.

(foto: Ilaria Cecchinato)

Quale teatro?

La terza edizione di RaMe (31 agosto – 4 settembre) è stata ideata ispirandosi all’ancestrale concetto di Femminino Sacro, forza generatrice e creatrice per eccellenza, che mette in discussione le dicotomie di sesso e genere. Rappresentato da Ebasko con l’immagine di una sirena che innalza nobilmente un luminoso sole dorato – simbolo di speranza e concordia – il femminile inteso come naturale propensione dell’essere umano alla cura e all’equilibrio sembra per la compagnia non solo la traccia di RaMe 2022, ma anche una propensione ideale a cui tendere nella quotidiana pratica artistica.

A rivelarlo è la scelta di aprire ufficialmente il festival con Circe, un lavoro di Teatro Ebasko dedicato alle vicende dell’enigmatica maga, una delle incarnazioni del Femminino Sacro: figlia del Dio Sole, seppur relegata all’esilio, non sceglie la rivolta violenta, ma una pacata resistenza al Maschile Divino imperante, trovando la propria dimensione nella cura e nell’accoglienza.

Realizzato con la consulenza artistica di Mario Barzaghi e allestito nella piazza di Torre Melissa – piccolo paese lungo la costa ionica, animato perlopiù dal turismo estivo – lo spettacolo si compone di una scena artigianalmente costruita dalla compagnia: dietro a un altare, spunta un alto trono bianco attorniato da piantagioni e ornamenti, mentre in primo piano due focolari bronzei. Introduce una voce maschile, lontana e poetica, immersa in un ambiente sonoro dai toni bassi, mentre gradualmente si fa spazio una tonante musica orientale, che accoglie l’incedere fiero e maestoso di Circe, interpretata sui trampoli da una sorprendente Marzia D’Angeli.Imponente, dal portamento regale, il suo passo deciso si lascia alle spalle una scia di fumo roseo proveniente dall’alta fiaccola che porta in mano, mentre i drappi che la vestono ondeggiano al vento. La narrazione si sviluppa attraverso una delicata gestualità, intervallata di tanto in tanto da voci di narratori lontani, aedi che tengono le fila e fissano i punti salienti del racconto. La figura di Circe si configura attraverso le sue stesse azioni: manifesta la sua affascinante ambiguità di maga quando accende con grazia gli alti focolari per comporre filtri e pozioni, facendo convivere sortilegio e incantesimo; si mostra in un tacito e sereno accordo con la natura, quando danza gioiosa davanti all’altare; si rivela tormentata e fragile, quando siede sul trono pensierosa, ma anche amorevole e accogliente all’arrivo di Odisseo, in scena rappresentato da un pupo siciliano. Nonostante la disperazione suscitata dalla ripartenza dell’eroe, dopo giorni gioiosi passati insieme, Circe non lascia spazio alla distruzione, e l’oscurità del sentimento si riversa nuovamente nel femmineo: dopo una danza sconnessa e sofferente, la maga ritrova intatta la sua forza resistente, recuperando pacatezza ed equilibrio grazie all’energia rinnovatrice che le appartiene. Sebbene “muta”, la narrazione risulta chiara, facilmente fruibile anche da coloro che non conoscono il mito: la meraviglia data dal virtuosismo sui trampoli, le immagini ricreate dalla coreografia e dalla scena, la gestualità didascalica ma mai dimentica di tinture poetiche, sopperiscono al rischio di incomprensione dato dall’assenza di parola.

Porsi la questione della comprensibilità in un contesto come quello di Melissa e dintorni risulta essenziale per instaurare un vero dialogo con il (non) pubblico: una piazza che diventa un altrove grazie al teatro, infatti, non è così scontato in questi territori. Teatro Ebasko accoglie consapevolmente la sfida senza rinunciare alla sua ricerca artistica, che fin dalle origini si è spinta a confrontarsi con le figure archetipiche di storie, miti e leggende, per scavare a fondo i grandi temi universali capaci di risuonare in ognuno di noi. Andare incontro al pubblico è perciò qualcosa su cui lavorano costantemente, rivelano Marzia e Simone, ma, ci tengono a precisare, non si tratta di accondiscendere o adattarsi a certi gusti, quanto un modo per entrare in contatto e agganciare l’attenzione degli spettatori, facendo capire che quella cosa lì può riguardare anche loro.

(foto: Alexandru Cristian)

Questo approccio, così come il concetto di Femminino Sacro, Ebasko lo ha tenuto ben presente anche nella scelta degli altri spettacoli in programma. Tra questi, sono stati proposti appuntamenti capaci di intrattenere grazie al coinvolgimento attivo del pubblico all’azione performativa: è il caso de Il signor aquilone e i dispetti della nuvola Olga di Teatro Ridotto, un lavoro dedicato ai più piccoli e alle famiglie, allestito nello spazio adiacente alla palestra della scuola, che grazie a una platea a semicerchio in legno realizzata da Ebasko, si trasforma in una vera e propria arena. Altri spettacoli hanno invece destato grande interesse nel pubblico per il richiamano alla tradizione, come in Evocazioni e invocazioni, un concerto tratto dal progetto musicale di Davide Ambrogio, Walter Lauretti e Valeria Taccone, che recuperano la tradizione orale Aspromontana calabrese contaminandola di elementi sonori contemporanei.

Tuttavia Ebasko si è preso anche il rischio di proporre linguaggi teatrali meno immediati sul piano della partecipazione e lontani dal già noto, invitando così gli spettatori a un delicato incontro con ciò che ancora è sconosciuto, nel tentativo di aprire una frattura e creare quella crisi necessaria al confronto virtuoso tra arte e pubblico. È quel che è avvenuto in piazza Gramsci con Flag, una performance di Daniel Vincenzo Papa De Dios, che, inginocchiato al centro di un telo bianco, mostra la condizione sofferenza in cui riversa da anni la Colombia, sua terra d’origine, attraverso il reiterato e sempre più affaticato gesto di colpire il proprio corpo nudo con degli stracci intinti nei tre colori che compongono la bandiera colombiana. Soltanto l’intervento spontaneo del pubblico – che in questo caso ha allontanato “le bandiere-fruste” – può dare una svolta alla narrazione. Un atto performativo “puro” di non immediata comprensione e che non si può dire abbia attirato molto pubblico; tuttavia, per quanto piccolo fosse il gruppo e l’attenzione labile, la curiosità sembra aver fatto il suo gioco sul fronte della partecipazione: durante l’azione si sentivano infatti bisbigliare interrogativi e qualche tentativo di interpretazione.

Più in equilibrio sul crinale tra noto e ignoto, è lo spettacolo di teatro Sacro Il piccolo albero,allestito dalla compagnia Teatro dell’Albero (Mario Barzaghi, Rosalba Genovese e Maria Rita Simone) nel piazzale della Chiesa situata nella Piana degli Angeli, come la chiamano i melissesi per l’altitudine e la meravigliosa vista. Ispirata alle figure di donne ai piedi della croce dipinte da Nicolò dell’Arca, la narrazione si sviluppa per immagini plastiche ricreate dai corpi delle attrici e da una parola messa in musica. In primo piano, un piccolo albero secco da custodire e di cui prendersi cura, nella speranza che la dedizione e l’amore permettano una nuova fioritura. Un’esperienza performativa che, grazie alla simbologia sacra, al ritmo e al canto, riesce a tramutarsi in preghiera e rituale collettivo, coinvolgendo anche (e forse soprattutto) lo spettatore poco abituato a un certo tipo di teatro, proprio perché non è richiesta una comprensione razionale, quanto più una disponibilità emotiva, un puro atto di fede. Lo stesso tacito patto necessario al sincero incontro tra individui e che permette al fatto teatrale di compiersi.

Cosa può fare il teatro?

Lungo il percorso per raggiungere Melissa e poi passeggiando per il borgo, ci si scontra con il fascino perturbante dell’abbandono: edifici bassi, dai tetti piatti, spesso diroccati, si alternano a chilometri di promontori ingialliti, su una strada puntellata da cartelloni pubblicitari che paiono lì da decenni. Sembra impossibile che un festival di teatro possa accadere a Melissa, anzi, viene proprio da chiedersi a che cosa possa servire l’arte in un territorio in cui manca ancora molto spesso l’acqua per i suoi abitanti. Se prima, scesi dall’aereo-dei-falsi-bisogni, la quiete del vuoto aveva donato sollievo, ora a starci dentro ci si sente tormentati da un misto di impotenza e senso di colpa. Destati dall’illusoria pace, ci si perde negli sguardi pacati di anziani signori seduti fuori dalle loro case, a contemplare la bellezza dello sterminato panorama: chissà a cosa pensano, a quali ricordi hanno accesso. Si incontrano anche signore dal volto segnato, non si sa se dagli anni o da una profonda malinconia, come Maria, che racconta di aver perso ben due figli, mentre gli altri sono nel nord Italia o addirittura in Germania. Ha una nipote di cui è molto orgogliosa, perché ha vinto diversi concorsi di bellezza. Spera di rivederla presto, sapendo però che non sarà così. «Da Melissa si va via e non si torna più», rivela con un dialetto difficile da decifrare, «anche se in estate si popola», aggiunge con una punta di entusiasmo, «ma poi tutto torna come prima. Un po’ la odio, Melissa. Però sai… è casa mia». Si sente un sentimento così sincero e abissale sgorgare da queste parole, crude nella loro tenerezza, e un’umanità così profonda emergere da quegli occhi infinitamente neri e sempre patinati, che non si può uscire illesi da un simile incontro. «Alla prossima estate, allora!». Ma il saluto non sembra convinto, il sottotesto è chiaro: son cose che si dicono e quasi mai accadono, perché tutto cambia mentre qui, a Melissa, niente si trasforma e nessuno resta mai davvero.

Teatro Ebasko invece si insinua perseverante in questo fermo immagine, attraverso gli strumenti che gli appartengono, quelli di un teatro inteso innanzitutto come occasione di comunità, invito all’incontro con l’altro o, ancora «punto di aggregazione e di dialogo davanti a un fatto che accade» specificano Mazia e Simone. Quel che può fare il teatro è perciò porsi in ascolto dei contesti che abita, per portare alla luce delle questioni, porre interrogativi. «A Melissa non ci sono libri, né biblioteche, la connessione internet traballa, la tv è quel che sappiamo, gli spostamenti sono complicati. Ma noi non siamo lì per educare la gente, non stiamo portando un valore a loro incomprensibile, non siamo colonizzatori. Portiamo anche le nostre urgenze, è vero, ma ciò che intendiamo costruire è l’incontro a partire dalle questioni del presente, della vita, della società, magari proprio quelle a cui qui è difficile accedere». RaMe parte proprio da questi presupposti e, a ben guardare, è doppio: c’è il festival “esposto”, composto dalle performance di strada, dagli spettacoli, dai concerti, dalla festa e dagli altri appuntamenti pubblici; e il festival “nascosto”, ma non per questo meno evidente, ovvero quello delle residenze, degli incontri, dei momenti conviviali tra i ragazzi e le ragazze che si incontrano per creare insieme. Non si limitano al lavoro attorno alla propria pratica artistica, ma costruiscono relazioni e si guardano attorno per prendere coscienza del terreno che stanno calpestando. Lo fanno in punta di piedi, prendendosi estrema cura degli spazi che attraversano e riqualificando alcuni luoghi abbandonati, per tornare ad abitarli e donar loro vita. Si insegue così ancora una volta il concetto di Femminino Sacro, del quale lo stesso nome del gruppo, ebasko, pare esserne una delle declinazioni: è un termine greco che significa “prendere forza, divenire giovani”. Una vitalità che si riversa proprio nella resistenza alla distruzione e alla morte, alla pesantezza del silenzio a cui però i giovani artisti prestano attento e rispettoso ascolto, fino a sintonizzarsi con esso. Avviene così che l’arte è alimentata dal contesto che abita e viceversa, in una sorta di antico e onesto baratto, in cui non si pretende nulla dall’altro se non il rispetto reciproco. È qui dunque che il teatro e l’arte acquistano senso, nel contorno e non solo nell’esito, nelle relazioni che riescono a costruire attraverso il puro creare e nella fiducia che si instaura tra cittadini e artisti pur non capendosi mai del tutto. Ebasko intende proseguire il movimento verso la città di Melissa, avvicinandosi ancora di più alle sue storie, ai suoi rituali e anche alle pratiche comunitarie, per rileggerne alcuni aspetti e trasformarli in teatro, non per snaturarli o tradirli, ma per generare incontri ancora più vivi, spostando i reciproci punti di vista verso inedite direzioni.

Quel che può fare il teatro (e l’arte in generale) è dunque decidere con coraggio di restare, esercitando cura, prestando ascolto, rafforzando l’incontro. In altre parole, può perseverare nella creazione, agendo affinché dall’atto artistico si generino azioni, movimenti e trasformazioni anche nella vita, come sta accadendo a Melissa.

(foto di copertina: Ilaria Cecchinato)

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