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Dolce terra baciata dal mar. Reportage dal Festival RaMe
di Francesca Lombardi pubblicato in Recensioni il 25 Agosto 2021 0 commenti 10 minuti di lettura
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“RaMe – Le radici del Mediterraneo” è un festival organizzato a Melissa (Crotone) da Teatro Ebasko, compagnia teatrale e associazione culturale nata a Bologna nel 2015. Un’esperienza under 35 che sviluppa progetti in ambito artistico, socio-culturale, organizzativo e formativo. Il gruppo è composto da Simone Bevilacqua, direttore artistico e regista, Antonio Di Castri, fondatore e studioso di antropologia, Marzia D’Angeli, attrice e formatrice, Domenico Pizzullo, sound designer e videomaker, Fulvia Corso, social media manager e Francesca Imparato, progettista e organizzatrice.
Siamo stati alla prima edizione del festival, tenutasi dal 28 luglio al 1° agosto scorsi.

Il quarto stato

Tutti conosciamo Il quarto stato (1898-1901), il dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo in cui un gruppo di contadini, con passo deciso e sguardo fiero, marcia verso lo spettatore. Tre personaggi in primo piano e una coltre di persone sullo sfondo a formare un muro: sono marea, massa urticante. Immaginiamoci ora la stessa organizzazione spaziale: un gruppo di persone, alcune più esposte in avanti e altre più defilate, marciano verso lo spettatore. I loro abiti però non sono quelli del dipinto di Volpedo. Gonne ampie, felpe con il cappuccio, vestiti lunghi e pantaloni corti creano un puzzle di colore e diversità. In mano trascinano, legati a lunghi lacci, sradicandoli dal nero dell’universo, i pianeti del nostro sistema solare: è l’immagine scelta per la seconda edizione di “RaMe – Le radici del Mediterraneo”.

Quando mi hanno chiesto di seguire il festival, non sapevo cosa aspettarmi. Non ero mai stata in Calabria, non avevo idea delle difficoltà organizzative proprie di un evento costruito interamente dal basso e da un gruppo di under 35, in un territorio privo di iniziative culturali e in un paese come Melissa, quasi disabitato.

Il festival, alla sua prima edizione, è andato in scena dal 28 luglio al 1° agosto con un programma ricco di eventi ospitati in vari luoghi di Melissa e Torre di Melissa, la parte più nuova baciata dal Mar Ionio. Spettacoli, seminari, residenze e concerti in un caleidoscopio di stimoli ed esperienze in cui la pratica teatrale, snaturante e infestante, opera nei termini di una risemantizzazione del territorio e dei suoi spazi.

Decidere di abitare questi luoghi, di creare eventi culturali da e per la popolazione (Simone Bevilacqua, direttore artistico del festival, è originario di Melissa) è una pratica difficile e complessa. Il rischio è quello di progettare un evento in cui la partecipazione – termine insidioso – viene ridotta a mero espediente per giustificare il progetto, perdendo di vista i veri fruitori, ovvero gli abitanti autoctoni. Troppo spesso festival ed eventi tendono a rispondere a esigenze inesistenti – basti pensare a tutti i progetti con/per i terremotati – che invece di provare a risolvere o sottolineare dinamiche e processi, finiscono solo per non avere impatto sulla realtà. RaMe quindi necessita attenzione, in quanto l’operazione compiuta da Teatro Ebasko è una vera e propria forma di resistenza che nel rapporto con il territorio trova la sua ragion d’essere. Pensare e realizzare RaMe deve essere un po’ come sradicare i pianeti dalla coltre dell’universo.

Quale territorio?

Melissa è un paese arroccato nell’entroterra calabrese, in provincia di Crotone. Un agglomerato scomposto di case basse e chiare, incastrate una sull’altra come un puzzle 3D, raggiungibili tramite salite impervie che, a seconda della necessità, diventano discese scoscese. Un solo bar (ufficialmente centro sociale per anziani), quello di Ciccio nella piazzetta principale, un postamat e un tabacchino; per tutto il resto bisogna uscire dal paese. Non abita quasi più nessuno a Melissa, tra gli anni ’70 e ’80 le difficili condizioni lavorative ed economiche hanno portato gran parte della popolazione a emigrare in Germania, Svizzera e Sud America. In alcune case del borgo, ormai in totale stato di abbandono, è ancora possibile trovare valigie, mobili e vestiti a testimonianza della fuga. Inquietanti ready made di un fenomeno – i flussi migratori italiani della seconda metà del XX secolo – che tendiamo a dare per scontato, soprattutto se non siamo nati e vissuti al sud.

A una dozzina di chilometri dal paese c’è Torre di Melissa, la parte più nuova, una piccola cittadina bagnata dal Mar Ionio in cui abita la maggior parte della popolazione. Quando da Melissa arrivi a Torre la sensazione è quella di cambiare mondo, tornare nel familiare. Il lungomare, schiacciato da costruzioni abitative abusive e dotato di tutti i comfort propri del divertimento balneare, pullula di bambini, famiglie e adolescenti. L’assegnazione dell’ambita Bandiera blu nel 2012 ha reso Torre di Melissa una località turistica in cui i problemi idrici, che continuano a persistere nel paese vecchio, qui sembrano risolti.

A pochi chilometri di distanza, e all’interno dello stesso comune, è possibile fare esperienza delle due facce di questa regione: la mancanza di istituzioni sul territorio, per cui anche il diritto fondamentale all’acqua trova degli impedimenti, e la Calabria turistica, in cui il comfort riservato al consumatore, anche se limitato rispetto a quello offerto dai litorali del nord (o da alcune località del sud come Sicilia e Puglia), si scontra con un territorio abbandonato dallo Stato.

Fare teatro in questi luoghi non può risolversi nella mera volontà di abitarli di nuovo. La sfida è complessa, il margine è un luogo difficile da attraversare.

Portarsi al margine

L’attivista nera bell hooks nel saggio politico Elogio del Margine. Scrivere al buio (Tamu 2020) descrive così la doppia spinta, centrifuga e centripeta, propria dell’operare al margine:

«La marginalità è un luogo di radicale possibilità, uno spazio di resistenza. […] Non mi riferivo, quindi, a una marginalità che si spera di perdere – lasciare o abbandonare – via via che ci si avvicina al centro, ma piuttosto un luogo in cui abitare, a cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità di resistenza. Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi.»

La doppia spinta consiste in due necessità: da una parte uscire dal margine per riconoscerlo in quanto tale; dall’altra abitarlo, viverlo per renderlo un luogo trasformativo. RaMe Festival è un po’ questo, un margine in cui risiedere e agire nuove pratiche.

Il decentramento come atto politico non è nuovo al teatro – basti pensare all’operazione di “decentramento teatrale” condotta da Giuliano Scabia a Torino tra il 1969 e il 1970 – ma cosa implica, negli anni ‘20 del XXI secolo, portare l’arte del vedere in un luogo in cui nessuno può vederti? Non è una contraddizione in termini? In questo caso, forse lo è soltanto in parte. Quando si progettano eventi dal basso, in luoghi non predisposti alla cultura, ogni piccolo passo è un processo in divenire. RaMe, con la sua prima edizione, ha costruito le fondamenta per quello che potrebbe potenzialmente diventare: una realtà nazionale che proprio grazie alla capacità di abitare il margine costruisce ponti con il fuori, dopo avere ottenuto il riconoscimento dal dentro.

Dentro e fuori quindi come orizzonti di senso mobili, non dicotomici, su cui ragionare e interrogarsi soprattutto in merito al pubblico. Gli spettatori di RaMe sono prevalentemente provenienti dal fuori proprio a causa del territorio in cui la pratica teatrale è stata decentralizzata: un paese quasi fantasma. L’obiettivo di Teatro Ebasko –coinvolgere a tutti i livelli la cittadinanza autoctona – è ambizioso e difficile, necessita di cura e pazienza, di progettualità a lungo termine e di ascolto delle reali esigenze di chi nel margine abita stabilmente.

Cosa può fare il teatro?

Durante i miei due giorni a Melissa – ho seguito il festival dal 30 luglio al 1° agosto – il paese ha risuonato in ogni luogo; il teatro ha invaso la strada, la piazza, i palazzi dell’amministrazione comunale infestando e propagandosi, cercando di connettere esigenze e pubblici. Il primo giorno, appena arrivata, ho assistito all’esito della residenza organizzata e diretta da Teatro Ebasko: nove partecipanti hanno creato una performance itinerante per le strade del paese, coinvolgendo la banda comunale. Il pubblico, traghettato da canzoni e maschere raffiguranti bizzarri uomini anziani e creature fantastiche, seguiva i performer lungo un percorso in discesa, dal punto più alto fino alla piazza, ragionando sul cosmo e sulla vita.

La prima sera, nella piazzetta principale davanti al bar di Ciccio, allestita con un piccolo palco e gradinate in legno, è andato in scena Gaetano. Favola anarchica di Contestualmente Teatro. Un monologo per attore solo (Nello Provenzano) scritto e diretto da Riccardo Pisani, in cui la storia biografica di Gaetano Bresci, militante anarchico ricordato per avere ucciso Re Umberto I di Savoia, si intreccia con la favola A toccare il naso del re di Gianni Rodari. In scena un tavolo in cui l’attore, durante tutta la durata della performance, assembla un paio di ali di legno e tessuto, e un manichino bambino. Bresci parla con il se stesso fanciullo, moderno Icaro, accompagnando lo spettatore in un viaggio anarchico gioioso e prorompente, in cui re-imparare ad agire piccoli gesti politici quotidiani, come farsi beffa dei potenti toccandogli la punta del naso.

Il secondo giorno ho partecipato a due seminari su progettazione culturale e relazioni teatrali digitali. Occasioni di scambio orizzontale, da under 35 per under 35, in cui ragionare insieme intorno alla figura del mediatore, mettendo in comune competenze e capacità. Formati come questi andrebbero esportati: l’importanza di creare momenti di formazione tra giovani non risiede solo nello scambio di competenze, bensì nella possibilità di creare ponti e nuove alleanze. Spazi autonomi di crescita in cui conoscere e ri-conoscersi nelle capacità degli altri, rompendo la gerarchia dell’insegnamento, troppo spesso considerata l’unica maniera possibile per imparare.

Nel pomeriggio ci siamo spostati sul lungomare di Torre di Melissa per assistere a due spettacoli di strada per bambini e famiglie. Capitan Pulcinella di Roberto Galluccio, in cui un Pulcinella un po’ tonto ricorre all’aiuto dei piccoli spettatori per sconfiggere l’acerrimo nemico Il Capitano, e Dimmi di sì di Federica Fattori, in cui la performer, tra giochi circensi e clownerie, senza pronunciare nemmeno una parola coinvolge di volta in volta membri diversi del pubblico per assisterla. I bambini, tra i rimproveri divertiti dei genitori, partecipano appassionati alle gag proposte, arrivando in alcuni casi a rubare la scena agli attori.

La giornata si conclude con La maledizione del sud di Teatrop, spettacolo di teatro di narrazione andato in scena all’interno della torre Aragonese, edificata dagli Aragona nel XVI secolo per difendere la città dagli attacchi via mare di ottomani e veneziani e che oggi ospita un museo e un ristorante affacciati su Torre di Melissa e sul mare. Lo spettacolo racconta, scegliendo il dialetto siciliano, la leggenda di Colapesce che sconfisse Scilla e Cariddi, accompagnata strumentalmente da marimba, didgeridoo, tamburi e bicchieri. L’insieme prodotto dall’unione di dialetto, suono e movimenti dell’attore, che accompagnano ed enfatizzano il racconto creando altri piani di significazione, trasporta lo spettatore in epoche lontane.

La proposta del festival, varia e stratificata, oltre a cercare di instaurare un legame profondo con il territorio in cui opera, offre eventi di diversa temperatura, che hanno il potenziale di interessare pubblici differenti. La sfida si gioca infatti su questi due aspetti, da potenziare e affilare, attraverso una progettualità ancora più immaginifica. La funzione del teatro a RaMe è quello della mediazione, del farsi guida e contemporaneamente di perdersi, errare perché solo così è possibile accogliere l’imprevisto, vero nutrimento di ogni progetto. Cosa può fare quindi il teatro? Immaginare pratiche e prassi, instaurare un dialogo politico dal basso che metta al centro le esigenze del pubblico autoctono, legare lacci ai pianeti per arrivare all’universo.

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