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(foto di Sara Meliti)
(foto di Sara Meliti)

“Monumentum Da”, il segno danzato di una grammatica percettiva

di Caterina Baldini

Un astronauta in orbita non può ascoltare il “suono dell’universo” perché suono e silenzio non sono proprietà assolute del reale, ma categorie percettive legate alla configurazione biologica dell’essere umano e alle condizioni fisiche della Terra. Nello spazio, dove l’aria non esiste, il suono non è assente: è impossibile. L’unico paesaggio acustico accessibile è quello interno al corpo e alla tecnologia che lo mantiene in vita — il battito cardiaco, il flusso sanguigno, il respiro, il ronzio dei sistemi di bordo. La migliore approssimazione terrestre a questa esperienza è una camera anecoica: un ambiente privo di eco che costringe il soggetto ad abitare il proprio corpo come unico spazio sensibile.

È in una simile condizione percettiva che Monumentum Da, in scena al festival Gender Bender, colloca lo spettatore. Lo spettacolo, di e con Kristal Rizzo, coreografa e dancemaker, e Diana Anselmo, performer e attivista sordo, è la terza tappa di un progetto iniziato nel 2022, il cui filo conduttore è la riflessione sul Monumento inteso «come traccia vivente e materia corporea».

In scena, il gesto diventa un campo di negoziazione tra due statuti: da un lato la lingua dei segni, dove significante e significato tendono a coincidere in un corpo che enuncia; dall’altro la danza, dove il senso è meno agganciato a un lessico stabile e più affidato a ritmo, qualità e direzione.

(foto di Sara Meliti)

Da qui la tensione più interessante: non la “fusione” armonica dei codici, ma la loro frizione produttiva, ad esempio quando Anselmo interpreta Le sacre du Printemps, creando un gesto in base a ciò che vede nella musica. In contrapposizione alla performance di Anselmo viene citato Nelken di Pina Bausch, come caso di appropriazione e invenzione. Nello spettacolo dell’artista tedesca, infatti, un danzatore su un palco pieno di garofani, interpreta “The man I love”, utilizzando una lingua dei segni inventata, che diventa accessorio e non struttura compositiva.

Proprio perché il progetto è concettualmente forte, tuttavia, il lavoro corre il rischio che l’apparato teorico preceda l’esperienza. Si può avvertire la tentazione di “dimostrare” la tesi — la critica al fonocentrismo —più che di lasciare che la scena produca attrito da sola. Solo sul finire la parola prende voce, in un dialogo tra DA, Rizzo e un’interprete LIS, che si stacca dal pubblico, sale sul palco, e la conversazione prende avvio. L’innesto è ambivalente: da un lato rende visibile la mediazione, dall’altro tranquillizza lo spettatore, tornando a una discorsività di tipo verbale.

In un continuo gioco di disconnessioni, Monumentum Da ci provoca a ripensare la nostra concezione di linguaggio, comunicazione e corpo. Ed è qui che si fa manifesto politico: fa sentire che il linguaggio non è soltanto ciò che si dice, ma è anche la grammatica percettiva con cui decidiamo chi può parlare, e in quale forma.

Articolo scritto per lo speciale Gender Bender 2025. Altri articoli dello speciale:

Memoria danzata. “About Love and Death” di Emmanuel Eggermont
di Petra Cosentino

Tapis roulant e incantamento sonoro. La “Fuga” di Palermo/Petrosino
di Irene Ringozzi

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