Un astronauta in orbita non può ascoltare il “suono dell’universo” perché suono e silenzio non sono proprietà assolute del reale, ma categorie percettive legate alla configurazione biologica dell’essere umano e alle condizioni fisiche della Terra. Nello spazio, dove l’aria non esiste, il suono non è assente: è impossibile. L’unico paesaggio acustico accessibile è quello interno al corpo e alla tecnologia che lo mantiene in vita — il battito cardiaco, il flusso sanguigno, il respiro, il ronzio dei sistemi di bordo. La migliore approssimazione terrestre a questa esperienza è una camera anecoica: un ambiente privo di eco che costringe il soggetto ad abitare il proprio corpo come unico spazio sensibile.
È in una simile condizione percettiva che Monumentum Da, in scena al festival Gender Bender, colloca lo spettatore. Lo spettacolo, di e con Kristal Rizzo, coreografa e dancemaker, e Diana Anselmo, performer e attivista sordo, è la terza tappa di un progetto iniziato nel 2022, il cui filo conduttore è la riflessione sul Monumento inteso «come traccia vivente e materia corporea».
In scena, il gesto diventa un campo di negoziazione tra due statuti: da un lato la lingua dei segni, dove significante e significato tendono a coincidere in un corpo che enuncia; dall’altro la danza, dove il senso è meno agganciato a un lessico stabile e più affidato a ritmo, qualità e direzione.

Da qui la tensione più interessante: non la “fusione” armonica dei codici, ma la loro frizione produttiva, ad esempio quando Anselmo interpreta Le sacre du Printemps, creando un gesto in base a ciò che vede nella musica. In contrapposizione alla performance di Anselmo viene citato Nelken di Pina Bausch, come caso di appropriazione e invenzione. Nello spettacolo dell’artista tedesca, infatti, un danzatore su un palco pieno di garofani, interpreta “The man I love”, utilizzando una lingua dei segni inventata, che diventa accessorio e non struttura compositiva.
Proprio perché il progetto è concettualmente forte, tuttavia, il lavoro corre il rischio che l’apparato teorico preceda l’esperienza. Si può avvertire la tentazione di “dimostrare” la tesi — la critica al fonocentrismo —più che di lasciare che la scena produca attrito da sola. Solo sul finire la parola prende voce, in un dialogo tra DA, Rizzo e un’interprete LIS, che si stacca dal pubblico, sale sul palco, e la conversazione prende avvio. L’innesto è ambivalente: da un lato rende visibile la mediazione, dall’altro tranquillizza lo spettatore, tornando a una discorsività di tipo verbale.
In un continuo gioco di disconnessioni, Monumentum Da ci provoca a ripensare la nostra concezione di linguaggio, comunicazione e corpo. Ed è qui che si fa manifesto politico: fa sentire che il linguaggio non è soltanto ciò che si dice, ma è anche la grammatica percettiva con cui decidiamo chi può parlare, e in quale forma.
Articolo scritto per lo speciale Gender Bender 2025. Altri articoli dello speciale:
Memoria danzata. “About Love and Death” di Emmanuel Eggermont
di Petra Cosentino
Tapis roulant e incantamento sonoro. La “Fuga” di Palermo/Petrosino
di Irene Ringozzi


