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(foto di Samuel Cimma)
(foto di Samuel Cimma)

Tapis roulant e incantamento sonoro. La “Fuga” di Palermo/Petrosino

di Irene Ringozzi

Gaetano Palermo e Michele Petrosino proseguono il loro studio sul suono e le potenzialità che esso racchiude con FUGA BWV 565, presentata in occasione della 23esima edizione di Gender Bender Festival all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La performance dà luogo alla comunione tra la fuga, intesa come atto della corsa, e la fuga, intesa come forma musicale, omaggiando, in particolare, la celeberrima Toccata e fuga in Re minore di Bach. Palermo ha voluto costruire l’architettura dello spettacolo seguendo la struttura del brano del compositore di Eisenach: si inizia, dunque, con la suddetta sonata che funge da apertura (toccata) e si prosegue con la fuga, oltre al corpo centrale della composizione dove si verifica lo svolgersi contrappuntistico di un tema, il quale, in questo caso, pare più concettualmente che musicalmente inteso. Infine, la coda libera, affidata alla marcia funebre della regina Maria di Henry Purcell.

Avvolti dalla maestosa cornice dell’Aula Magna, assistiamo, attoniti, all’allenamento di Petrosino su di un tapis roulant: per venti minuti l’attore, semplicemente, corre, in silenzio; eppure, questo banale esercizio squaderna la visione di svariati mondi possibili, autodromi affollati e metropoli in fermento. Il ticchettio robotico del tapis roulant mima le note d’apertura della Fuga di Bach per poi lasciarne esplodere, non appena Petrosino indossa gli auricolari, l’organo baroccheggiante. Fissi con lo sguardo sulla sua figura veniamo come ipnotizzati dal movimento iterativo della corsa e quel suono, da sottofondo pomposo di un semplice allenamento si trasforma in una confusa marea di variazioni su tema. Nel momento in cui la musica dilaga nella sala, è come se fossimo risucchiati dentro la sua testa: ciò che vediamo non è più la realtà dell’Aula Magna, ma la proiezione di un’immagine mentale di cui siamo all’interno, mentre lui ci fissa, ci riconosce e sembra quasi spalancare uno spazio interiore perché possiamo entrarvi.

Una sensazione di disagio ci pervade nel sentirci a nostra volta osservati: l’attore sembra sfidarci, intraprendere una corsa verso di noi, verso il suo spettatore, come a volerlo forzare all’abbandono spazio-temporale evocato dal paesaggio sonoro che dilaga in scena. Si invita all’evasione dalle statue e arcate neoclassiche e alla tensione verso mondi altri, verso il suo mondo interiore, grazie al solo veicolo del suono. Non si tratta, appunto, di una fuga dal reale mossa per empatia, per commozione o distrazione, ma di un incantamento sonoro e basato sui gesti che ci obbliga, paradossalmente, a essere presenti a noi stessi e a chi si ha davanti e, al contempo, a slegare l’ordine razionale dei pensieri.

La ricca sala si riempie e si trasforma, e, rincorrendo le diverse scene che emergono dall’officina mentale dell’attore, ognuno, costruisce il proprio privato cortometraggio. Una gara automobilistica alla Fast and Furious, un’ immensa arena di atletica in cui riecheggiano applausi scroscianti e la voce di un mentore che incoraggia alla vittoria, al successo. Che sia il nostro privato cinematografo a fabbricare la narrazione visuale o sia l’esatta volontà registica ad averla guidata, Petrosino, da semplice corridore, tramite tale impasto sonoro, si erge a campione olimpionico, a uomo determinato e inscalfibile, come se stessimo assistendo al training motivazionale di questo “ginnasta del weekend”.

Tale solenne esortazione, ironicamente, si riduce a una tensione impossibile, a uno slancio in avanti proibito dalla ciclica corsa sul posto del tapis roulant. Di lui si negano, benché incitato al trionfo con furore, le possibilità di progresso e di fuga allo stesso tempo. Quest’ode all’invincibilità, paradossalmente perpetrata sopra uno “sfigato” tapis roulant, si chiude in un disvelamento magnificente della mediocrità dell’uomo: Petrosino, sulle note della marcia funebre di Purcell, conclude l’allenamento, scende, fa stretching e se ne va con la nonchalance di chi ha appena trasformato la corsa in un atto artistico.

Articolo scritto per lo speciale Gender Bender 2025. Altri articoli dello speciale:

Memoria danzata. “About Love and Death” di Emmanuel Eggermont
di Petra Cosentino

L'autore

  • Irene Ringozzi

    Laureata in Lettere Classiche all' università di Bologna, ritrova la sua passione per il teatro dall' altro lato del sipario. Attualmente studentessa di Italianistica con all'attivo una tesi sulla drammaturgia italiana riletta secondo la critica transfemminista.

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