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Lapsus urbano. Quattro sguardi su Dissenso unico
di Ilaria Cecchinato Ornella Giua Gianluca Poggi Sofia Longhini pubblicato in Recensioni il 21 Febbraio 2019 0 commenti 9 minuti di lettura
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Kepler-452 torna sui “lapsus urbani” bolognesi con Dissenso unico, seconda performance urbana audioguidata alla ricerca del rimosso, del non detto, di interstizi di desiderio e ribellione che fioriscono tra le crepe della pianificazione urbana. Mentre la prima esplorazione, Rimozione forzata, lo scorso anno era dedicata alla storia del quartiere Bolognina, Dissenso unico scandaglia le vie medievali della zona universitaria, dai giardini del Guasto a piazza Verdi. Il regista Enrico Baraldi e il drammaturgo Riccardo Tabilio attraversano gli spazi della città prima ancora delle sue contraddizioni, tracciando un percorso di esplorazione affidato alla voce di Nicola Borghesi, narratore e guida tra le storie e i frammenti di luoghi dall’esistenza precaria, alcuni ignoti, altri così familiari da essere ormai invisibili. Lo spettatore si ritrova ad acuire i sensi, a esperire una spazialità più accorta, una collocazione del corpo in relazione al circostante (e agli altri) più consapevole, se non altro meno irriflessa. Il dispositivo tecnico delle cuffie, sintonizzate sulle stesse frequenze, produce una piccola comunità temporanea, accomunata da una stessa direzione ignota, quasi completamente affidata alla voce guida. Essa funge da coscienza collettiva installandosi sulla nostra, a tal punto da chiederci: che effetto ha il dispositivo sull’autonomia dello spettatore? Certo, si tratta sempre di un gioco di finzione, eppure il medium si innesta così bene sul nostro incedere quotidiano da indurci a un’identificazione, quantomeno a una silenziosa e progressiva sovrascrittura della voce interiore. Sembra prodursi così una relazione oscillante tra il dettato registico e il contributo creativo individuale, in grado di disporre, in ultima istanza, degli elementi e delle voci che lo attraversano per dare forma alla sua personalissima esperienza urbana, lasciando scorrere ciò che della narrazione non gli parla e trattenendo nel flusso le immagini e le parole che più risuonano rispetto allo sfondo cittadino che emerge, simile eppure esposto a prospettive infinitesime.

Abitare

Che cosa significa abitare un luogo? Qual è la differenza tra occupare uno spazio e abitarlo? Così recita la Treccani alla voce Abitare: «Avere la propria dimora, la propria abitazione, cioè la propria casa». Ma come si fa, allora, a rendere “casa” un luogo? Ci pare che la compagnia Kepler 452 si chieda, tra le altre cose, anche questo.

Nel viaggio itinerante che conduciamo per il quartiere universitario, la risposta si svela timida, la bellezza esplode inattesa tra i vicoli maleodoranti, le serrande abbassate, le meravigliose biblioteche solitamente chiuse al pubblico, l’arte arrogante e silenziosa sui muri della città, le case degli studenti fuori sede. Ecco che abitare diventa desiderio e, ancora prima, bisogno di conoscere, di dialogare con quei luoghi. Prendere coscienza di quello che sta intorno, dentro palazzi inaspettati e ancora di più fuori, per la strada, per la piazza. Ché casa non sono solo le quattro mura, ma anche (e forse soprattutto) la porta che conduce fuori.

Insomma, abitare come ricercare ciò che dei luoghi traballa, riconoscere con gentilezza che, a dover sopravvivere e meritarlo, è proprio questo. Allora, forse, la differenza tra esistere fisicamente in un dato luogo e abitarlo sta in una parola piccola, di antico richiamo: cura. Quella di chi custodisce i segreti, di chi rende un luogo di passaggio un luogo d’incontro, di chi sa guardare, pensare, ragionare. Ed è così che cura diventa responsabilità, quella di chiamare casa non solo quello spazio con il letto e la cucina, ma prima e soprattutto, la piazza, dove la gente si è sempre incontrata, e dove ancora oggi, si incontra. E va protetta. E va cullata.

Presente e passato

«Com’era la città un tempo?», ci chiede la voce alle nostre orecchie mentre ci guida per le vie di Bologna. Tutto scorre in un divenire dagli inevitabili mutamenti, impercettibili nell’attimo, riconoscibili a uno sguardo attento. Noi stessi, nel tempo, siamo cambiati: prima non c’eravamo e ora eccoci qui, in questa città. Ma l’abbiamo osservata bene? L’invito è di guardarci attorno per interrogarci: il tempo nel suo scorrere corrode il passato? I muri e portici dai colorati graffiti e affissioni, gli studenti seduti a terra in piazza verdi con “le birrette” – magari acquistate da venditori ambulanti – hanno compromesso la città autentica? Ma poi, in fondo, esiste davvero un’autenticità?

Seduti di fronte alla Basilica di San Giacomo Maggiore, ne ammiriamo l’imponenza. Ottocento anni son trascorsi dalla sua costruzione e lei è ancora lì, un residuo di storia, un pezzo della città passata accanto ai segni del nuovo. Chiudiamo gli occhi per qualche minuto. Li riapriamo. Qualcosa è cambiato, la luce è diversa e allunga le ombre della città. Anche tra noi, senza che ce ne accorgessimo, un mutamento è sopraggiunto: siamo meno di quando siamo partiti. Non è da temere il cambiamento, si tratta di prenderne atto, osservare i «segni di morte» come «residui di bellezza» e seguire l’avvenire senza paura. Così ci suggerisce la voce. Osservando la città dall’alto forse ha proprio ragione: il perenne dinamismo delle cose, impercettibile quanto inevitabile, è parte di questo mondo, la cui legge sembra racchiusa in quell’ordine e armonia che osserviamo, un microcosmo perfetto, in cui presente, passato e futuro paiono un tutt’uno. Assomiglia(mo) un po’ al cielo sopra di noi.

Conflitto

In che termini si può parlare di “conflitto” in un periodo storico in cui è difficile individuare i nemici? Kepler-452 ci accompagna per lo storico quartiere universitario divenuto teatro di conflitti fra studenti e forze dell’ordine, o fra l’eleganza delle pellicce delle signore davanti al teatro comunale e gli studenti con delle bottiglie in mano seduti in piazza Verdi. Il concetto di conflitto è indispensabile per il progresso della storia e l’evoluzione dell’umanità, non solo nel suo significato base di “scontro tra parti opposte”, ma anche nel senso di “oltrepassare i limiti concessi”: ce lo ricorda la biblioteca universitaria di via Zamboni, depositaria dei tempi in cui l’uomo si scontrava con l’infinito dell’universo e tentava di possederne i misteri.

Passeggiamo fino al teatro comunale e assistiamo, dall’alto della terrazza, alla neutralizzazione dei conflitti, dove tutto è accettabile e non esiste una parte dalla quale pretendere riconoscimento. La realtà come “teatro del conflitto” fa spazio al teatro stesso, il quale, se poteva essere un’occasione in cui i conflitti entrano in scena, ora ospita la realtà descrivendola e rivelandosi un palcoscenico in cui i soggetti individualmente convivono e si esibiscono ognuno con il proprio singolo disagio. Questo “teatro” diviene culla e poi sistema all’interno del quale un soggetto si può collocare autonomamente. La posizione rimane fluida e la priorità è coesistere. Allora, forse, il conflitto è solo uno stato di malessere dei soggetti verso la realtà data, dove la realtà è armonia, mentre l’individuo o si conforma a essa o è portatore di degrado. Viene così da chiedersi: è di realtà che ha bisogno l’uomo, oppure di tensione verso l’infinito?

Il guasto, la rabbia

Su che cosa poggia una città? Di che materia sono le fondamenta di Bologna, che sostengono chiese, piazze, strade e palazzi? Seminascosto e rialzato, inattesa collinetta nel centro cittadino, Bologna custodisce un segreto: i giardini del Guasto, strano groviglio umbratile di arbusti e cemento, popolato di murales di mostri e animali, un po’ guide un po’ guardiani al cuore cavo di quel luogo. Cinquecento anni fa qui sorgeva un palazzo nobiliare, oggi resta solo questo cumulo informe. Trionfo della morte? Del tempo? No, della Rabbia. Una forza irruenta, repentina, distruttiva scaturita da un guasto. «“Guasto”: danno permanente in un sistema, non eliminabile con i mezzi a disposizione, senza effettuare la fermata del sistema». Su quanta rabbia sono lastricate le vie di Bologna, i suoi portici, le sue chiese secolari? Attraversiamo vicoli “malfamati” – TripAdvisor dixit! – osserviamo dall’alto piazza Verdi, alter ego dinamico e attuale dei Giardini, coi suoi grandi piccoli conflitti quotidiani a cielo aperto. Sogniamo un cataclisma, che la forza pulsante dalle fondamenta irrompa come un terremoto, che scuota tutto di una città inceppata, in cui i confini tra degrado e alternativa alle policies urbane si sovrascrivono continuamente, come i graffiti che ci scorrono accanto. Immaginiamo che tutta la città crolli sotto alle sue contraddizioni. Ci ispiriamo a diorami di campi di battaglia, configurazioni di conflitto organizzato, ma sono miniature: dalla terrazza del Comunale, la rabbia è il sogno di una tabula rasa, a perdita d’occhio. Ecco il mistero del Guasto: la rabbia è un buco nero che inghiotte persino i Signori; abbatte, distrugge, rimuove; ma lascia sempre un resto, increspature che deformano la tabula come cicatrici. Per quanto la mano sarà ferma, il nuovo tratto non sarà ancora netto.

Outro

Nel confronto con la performance precedente di “Lapsus urbano”, Dissenso unico si contraddistingue per una maggior maturità sia nella gestione del medium, sia nell’intreccio dei contenuti. La voce narrante sembra disporsi maggiormente al dialogo, rivolge domande sospese e in attesa non solo della complicità di chi ascolta, ma di risposte intime quanto interiori. Il racconto restituisce una coralità di voci e di testimonianze che in cuffia dibattono, si confrontano e in un certo senso dislocano il dialogo e la dialettica dall’esterno, nel confronto con l’altro, a un interno sfrangiato, non più univoco bensì molteplice, sfaccettato; un interno che si scopre privo o privato di soluzioni definitive, sostenuto e aggregato attorno alla parola detta e a quella ascoltata. La voce rinuncia alla tirannia solitaria per chiedere a chi ascolta ospitalità: per altri parlanti, per altri luoghi, e per tutti quei paradossi insoluti alla ricerca di chi li osservi, li attraversi e dia loro spazio.

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