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[Ipercorpo 2022] Cartolina #3 – Assalto al cielo
di Damiano Pellegrino Francesca Lombardi pubblicato in Materiali il 29 Maggio 2022 0 commenti 6 minuti di lettura
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Antonin Artaud assalta il cielo. L’opera scultorea di Nicola Samorì Artaud fa da padrona durante la terza giornata di Ipercorpo con una presentazione in grande stile dal vivo da parte dello stesso artista romagnolo e del curatore della sezione arte del festival, Davide Ferri. Alle ore 19:00 il pubblico è invitato a raggiungere l’Arena Forlivese, una rovina dello spettacolo dal vivo della prima metà del Novecento che Alberto ha ereditato dalla sua famiglia e che cerca di tenere in piedi prendendosene cura. Per l’occasione Alberto ha ostruito i passaggi agli spalti e verso la cabina di regia posta su in cima. L’intero boccascena del palco è cucito su misura da una fitta e grande rete da pesca e si offre alla nostra vista attraverso un effetto labirintico. La rete come l’intrico della Storia che sommerge quel luogo: un tempo fu pista di pattinaggio, ring di pugilato, cinema e teatro lirico. Per l’occasione al centro della platea vuota svetta molle, dinoccolato e cascante il busto di Samorì, sbarcato a Forlì dopo essere stato una delle opere protagoniste, collocata su un piedistallo sgombro e dedicato ai caduti, nell’ambito della mostra itinerante Panorama a Procida. In quell’occasione – rivela Samorì – la curvatura dell’isola, che rimodula e caratterizza i contorni fisici del Golfo di Napoli, e il forte vento causavano alla statua quel ripiegamento, un moto all’ingiù esasperato, che gettava quel corpo in uno stato di crisi e di profonda instabilità, trasformandolo quasi in una bandiera fluttuante. 

A Ipercorpo Antonin Artaud assalta l’aria. Alberto assiste alla presentazione pubblica dell’opera, si rallegra sotto i baffi neri e vive uno stato di eccitazione. Fa bene. L’Arena del suo bisnonno è piena di persone incuriosite, che insidiano la statua su tutti e quattro i lati e riempiono di domande l’artista. Artaud compare sui materiali promozionali di tutto il festival, fende l’aria di Forlì e, disposto su un altissimo basamento di quasi due metri, respira un’altra aria rispetto all’osservatore, eccede e si esaspera nella sua torsione, piegando fino al limite le possibilità ideali di portare avanti una ricerca artistica. Nell’opera forse si nasconde il viaggio nel teatro di Artaud, la sua spinta oltre il teatro, in cerca di qualcos’altro, scrutando dall’alto la realtà su più livelli. La visionarietà del suo pensiero rischia di spezzare le membra del suo corpo: una fisicità senza organi e disincarnata, scorticata, come l’ha definita lo stesso Davide Ferri nell’introduzione, destinata a flettersi fino a disegnare un arco pericoloso. Nella genesi dell’opera la materia adoperata dall’artista è la plastica. Ma un processo di lavorazione successivo, offerto dalla tecnica pittorica, trasmette all’osservatore la sensazione di avere di fronte una pietra incrostata, calcarea e butterata. Dopo la presentazione abbiamo l’opportunità di scambiare due parole con Nicola, che cita il titolo di un’opera del visionario francese, a cui ha lavorato per la realizzazione di illustrazioni originali da inserire nell’edizione a stampa e che si annida come materiale febbrile nella fase di progettazione del busto scultoreo. Ecco un breve frammento sonoro ricavato dalla conversazione con lui:

Nello spazio del teatro tenda ci attende Il Magazzino degli Scarti, installazione vivente di teatro amatoriale multimediale, nata dal Laboratorio di Scrittura – Auser Insieme del Comune di Peschiera Borromeo, tenuto dalla regista e drammaturga Serena Favari. Al centro della scena una catasta di vecchi oggetti: mobili di diverse dimensioni, mappamondi, valige, abiti, scarpe. Gli attori, disposti a cerchio in postazioni singole, attendono gli spettatori. Tramite un codice QR che rimanda a una registrazione audio, il pubblico è invitato a sedersi davanti ai personaggi, quadri viventi di vite spezzate, soffocati dai costumi che rivelano piccoli indizi, e a fruire delle dieci storie raccontate, tra realtà e finzione. 

Abbiamo fatto due chiacchere con Mara, una delle attrici in scena, bibliotecaria in pensione con una formazione da storica. Mara ci dice che per lei la parte più interessante del lavoro è stata la ricerca documentaria, la ricostruzione e scrittura di queste storie che vogliono essere una cura, una medicina per l’anima, un ponte emotivo d’ascolto. La storia di Mara è quella di una ragazza triestina dalle lunghe trecce, internata nella Risiera di San Sabba, sopravvissuta per miracolo al forno crematorio. Mara ha scovato vecchi giornali di cronaca e ha ricostruito la vicenda, aggiungendo nella scrittura parti narrative che danno consistenza al personaggio. Dopo due anni di pandemia, interviene la regista Serena, l’arte è stata la prima a essere scartata e l’ultima a essere recuperata. 

La giornata di sabato si è conclusa con due appuntamenti musicali. Stefano Pilia e Paolo Spaccamonti ci hanno accompagnato in un viaggio sonoro tra le immagini del capolavoro del cinema muto sovietico L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, nel magazzino dell’ex deposito ATR. La pellicola è stata mostrata per la prima volta con la musica che lo stesso Vertov aveva immaginato per il film. Le immagini costruttiviste si susseguono con un ritmo esasperato e altalenante. Impossibile distrarsi. La cinepresa è un organo vivente, un essere indipendente dalla volontà del regista, cammina, muove la testa, si alza e si abbassa, confondendo le nostre percezioni. 

A seguire un dj/vj set di Cemento Atlantico, progetto del producer e DJ romagnolo Alessandro “ToffoloMuzik” Zoffoli, nato tra 2020 e 2021 grazie a materiali d’archivio, composti da field recording e sample di suoni naturali, impressioni e frammenti, dai viaggi di Zoffoli ai confini del mondo: Marocco, Vietnam, Perù, Cambogia, Colombia, India, Guatemala e Myanmar. Mentre il pubblico balla rapito dalle melodie trip-hop una scritta compare alle spalle del musicista: STOP THE WAR

I direttori della sezione musica di Ipercorpo Davide Fabbri e Elisa Gandini ci hanno raccontato la genesi dei due lavori sopra citati, le esigenze alla base delle loro scelte di programmazione e che cosa significa co-dirigere un festival. Prima di salutarvi con l’ultima cartolina dal primo week end di Ipercorpo, lasciamo alla loro voce il racconto.

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