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(foto dalla pagina di Hangar Teatri)
(foto dalla pagina di Hangar Teatri)

Fine dell’ordalia. Un diario da Come pesci volanti

di Giuseppe Di Lorenzo

Uccidi il Buddha. Sono le prime tre parole che spuntano fuori dai miei appunti, qualcosa che suona a metà tra un monito e una provocazione. Le ho scritte la sera del 28 novembre 2025 in quel di Trieste, ospite di Hangar Teatri per la prima edizione ufficiale di “Come pesci volanti.” Nel 2024 partecipai a quella che fu un’edizione sperimentale, acerba (qui sul sito trovate il report di quell’esuberante esordio: c’erano danza, studi, prosa, sperimentazione senza redini), a due anni di distanza Hangar ha raccolto intuizioni, pareri e critiche, aggiungendo un nuovo tassello in una progettualità che sta cambiando il volto del teatro triestino, e non solo.

Sì perché in quel di via Luigi Pecenco 10 ne accadono di cose: da una rassegna per bambini di grande successo (Mulini), passando per un progetto di traduzione di nuove drammaturgie dall’estero (Words Beyond – Translating Borders), e poi musica, progetti per le scuole, mostre di opere, corsi di teatro, scrittura, yoga (!) e da poco perfino un bar/sala proiezioni dal significativo nome di Vitalenta, giusto a un civico di distanza al teatro. Quello di Hangar è ormai non un progetto teatrale ma un vero e proprio ecosistema, nel quale “Come pesci volanti” rappresenta non solo una vetrina per il teatro emergente, ma un vero e proprio momento di riflessione sullo stato dell’arte dei giovani a teatro, di quello che hanno da dire. Il festival viene finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e reso possibile dalla sinergia tra il Centro Universitario Teatrale di Trieste (tramite il progetto “Cantiere Cultura”) in collaborazione con Hangar Teatri e il Teatro degli Sterpi, ma senza l’ambizione e la visione delle persone che animano Hangar, in quel complesso condominiale dove sorge il loro teatro non ci sarebbe niente di tutto questo.

A innervare le scelte della direzione artistica vi è una palese prossimità poetica, perché così come il teatro di Hangar si caratterizza per una ricerca intorno al verosimile-surreale, anche i lavori selezionati per questa prima edizione sono categorizzabili allo stesso modo. Questo lo affermo consapevole che nessuno degli artisti presenti, così come i membri della compagnia ospitante, si riconoscerebbero in un’etichetta o in un genere, ma l’allergia delle nuove generazioni ai confini poetici è un dato storico che però non contraddice la presenza di prossimità e divergenze, elementi che definiscono certi percorsi e li connotano entro certi linguaggi performativi. Quest’anno ad accompagnare le giornate di festival c’è stata anche una fruttuosa tavola rotonda a cura di Ateatro, coordinata da Patrizia Cuoco e Mimma Gallina, tutta incentrata sulla coproduzione. Una scelta anche questa indicativa dell’idea di festival che Hangar cerca di esprimere, in cui non solo tutti gli artisti restano in città durante l’intera durata della rassegna, ma anche gli eventi collaterali cercano di attivare forme di collaborazione di natura non solo teorica ma anche economica. È uno stimolo a far gruppo, a costruire una collettività, o forse (chissà!) una scena.

(foto dal sito Teatro Verdi Pordenone)

Ci sono due spettacoli che hanno brillato in questa prima edizione, e lo hanno fatto partendo da premesse e storie diverse e per certi versi opposte. Da una parte Ilva Football Club degli Usine Baug, uno degli spettacoli più amati non solo dalla critica ma sempre di più anche dal pubblico generalista, di cui potete trovare una puntuale analisi qui sul nostro sito a firma di Petra Cosentino Spadoni e Francesca Lupo. Dall’altra un lavoro decisamente meno conosciuto, che non sta praticamente girando da nessuna parte, eppure non meno rilevante e ambizioso del capolavoro degli Usine.

«Uccidi il Buddha», lo scrissi di getto durante i primi apocalittici istanti di Karaoke Tomato Ketchup, lo spettacolo di e con Pietro Barbanente, Ornella Bavaro e Salvatore Coscione, posto ad apertura della festa di Hangar. Questo spettacolo, se così si può definire, rappresenta la fine dell’ordalia del teatro: come comunicheremo tra di noi una volta che il mondo sarà finito? Quale sarà il linguaggio che potremo usare per riconciliare il senso con la parola? La risposta per Barbanente, Bavaro e Coscione è semplice: il karaoke. Le coordinate visive, così come il linguaggio dello spettacolo, sono frammentate nel flusso irrequieto dell’archivio vivente della cultura popolare. In scena abbiamo tre personaggi (Ken, Bimbo, Ona) che sembrano spuntati fuori da un anime degli anni ’90 disegnato da Ōtomo, se non fosse che hanno i volti bianchi e caricaturali da teatro Kabuki, le tute colorate da Power Rangers, le pose plastiche degli studenti di Crows Zero (2007) di Takashi Miike e ovviamente la furia iconoclasta di Emperor Tomato Ketchup (1971) di Shuji Terayama. Non si capisce se sono amici, fratelli, parenti di qualche grado, o tre tipi che si sono conosciuti qualche ora prima nel mezzo delle macerie di un paesaggio post-apocalittico. Sappiamo solo che il mondo civile è finito, e che Ken, Bimbo e Ona provano a comunicare con noi spettatori tramite il karaoke con l’espediente del teatro. I generi spettacolari costituiscono una partitura surreale grazie alla quale comprendiamo i caratteri dei personaggi, perlopiù muti. Bimbo sembra un boxeur fallito ma incapace di gettare la spugna. Ona sembra una mina pronta a esplodere nella violenza più assoluta, ma nasconde un animo materno e protettivo. Ken invece è un affascinante Frank-N-Furter, intento nel dirigere questo spettacolo/esperimento le cui cavie naturalmente siamo noi. I tre fin da subito ci scrutano consci della nostra presenza, quando non ballano si urlano contro, litigano, si picchiano, giocano, raccontano storie di quotidiana sopravvivenza, dove l’assurdo si rivela un’ottima strategia di fuga dagli orrori del reale. La scenografia spoglia, nella mente dello spettatore si riempie dei riferimenti culturali suggeriti dall’azione in scena (Ken Shiro, Le avventure del ragazzo del palo elettrico, Akira, Fallout 2, ecc.), e quando non sono gli attori allora lo stesso pubblico è chiamato (o per meglio dire, trascinato) sul palco per cantare al microfono di un karaoke. I grandi successi popolari di Ugo Tognazzi e Lucio Battisti si susseguono, così come le parole delle loro canzoni sullo schermo di una vecchia TV che troneggia sul proscenio. Il karaoke diventa così il simbolo di tutti i linguaggi culturali, della loro capacità di attraversare il senso con il corpo, la voce, la musica, la performance, ultimo presidio umano dopo l’apocalisse post-atomica. Karaoke Tomato Ketchup è un invito e una provocazione verso un’intera generazione che vive costantemente nella perfomatività del proprio doppio digitale, che si iscrive ai corsi di teatro ma non va a teatro. Quello che oggi consumiamo, cantiamo, fischiettiamo, saranno i presidi culturali di domani. Consci di questa responsabilità la storia di Ken, Bimbo e Ona ci mette di fronte a una domanda tutt’altro che scontata: siamo proprio sicuri di aver fatto le scelte giuste?

(foto dal Hangarteatri.com)

Sulla scia surreale e irrequieta di Karaoke Tomato Ketchup nella programmazione del festival era presente anche Inizia con la lettera A della compagnia FanniBanni’s, andato in scena sabato 29. L’intera scenografia si riduce a una porta al centro della scena, che come la celebre pagina marmorizzata del romanzo settecentesco Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne, rappresenta la morte. Due sorelle, interpretate da Giorgia Iolanda Barsotti e Nicoletta Nobile, accatastano ricordi, bugie e epifanie nella forma di dialoghi serrati che hanno tutta l’immediatezza degli sproloqui quotidiani del teatro di Francesca Sarteanesi. Dall’altro lato della porta si cela il corpo morto di loro padre. Una porta che sembra quasi invalicabile per via della presa di coscienza che essa comporta, una singolarità che fa emergere i non detti tra le due sorelle. Dopo poco si aggiunge una nuova figura, interpretata da Gabriele Anzaldi, una sorta di clown che avrebbe il compito di sollevare gli animi delle persone nella sala d’attesa della camera mortuaria. Se nello spettacolo la chimica fra i tre personaggi, che recitano spostando continuamente i registri dal tragico al comico con esaltante credibilità, funziona egregiamente, la drammaturgia si presenta invece come una sequenza di omissioni che, pur creando inizialmente un certo tipo di aspettativa, poi non sembrano approdare da nessuna parte, lasciando lo spettatore in uno stato di spaesamento che è la risultante di un incompiutezza, più che di un ondeggiare fra romanticismo e tragicità parallelo alla recitazione. Così, il continuo girare intorno alla morte fa sì che questa alla fine sfugga sempre: rimane solo come calco di un black humor piuttosto lineare (come lineari sono anche luci e costumi) che risolve in una prevedibile ironia la questione di spogliare delle sua nevrosi la “banalità borghese” raccontata in scena. Quello dei FanniBanni’s resta comunque un lavoro che esprime un linguaggio peculiare e ipnotico, dove il potenziale è talmente evidente da lasciare impresso un chiaro desiderio di tornare a vederli.

Il terzo e il ultimo giorno di festival è stato dedicato a due spettacoli che assieme a Ilva Football Club condividono quello spazio liminale tra realtà e racconto, tra denuncia e poesia. Ad aprire la serata Ahmen, prodotto da Cromo Collettivo Artistico con la regia di Tommaso Burbuglini. La dinamica della messa in scena ricordava molto per qualità e complessità tecnica quella di Affogo, lavoro di Dino Leopardo con Mario Russo e Alfredo Tortorelli, presentato proprio durante l’edizione zero di “Come pesci volanti”. Vediamo in scena delle taniche riempite di latte, bottiglie di vetro ordinatamente posizionate in un cestello, una lavatrice usurata, una sedia, altri oggetti nascosti nella penombra e l’enorme teschio di una mucca appeso in alto all’estrema destra del proscenio. Ahmen (Andrea Perotti) è un immigrato che si barcamena tra lavori umili e usuranti mentre combatte con il Moloch della burocrazia italiana per poter rivedere la moglie che vive ancora in Pakistan. Il realismo surreale di Carrozzerie n.o.t. (che non a caso compaiono come residenza produttiva per lo spettacolo) e il passo claudicante e imbarazzato del protagonista, che ricorda quello di Her On di Giulia Spattini, sono le due direttive su cui si dipana una storia di resilienza e identità, dove i bisogni e i diritti umani si scontrano con l’insoffribile indifferenza del sistema (rappresentato da Valerio Sprecacè in veste di vari personaggi deprecabili, come i clienti abituali della lavanderia di Ahmen o un corrotto funzionario pubblico). Le vicende dello sfortunato Ahmen sono direttamente ispirate a quelle di Asim Javed, pakistano immigrato da dodici anni in Italia, che dal 2021 si arrabatta proprio sulle pratiche per ricongiungersi con la moglie. L’Italia contemporanea si mostra in tutta la sua crudeltà nei confronti degli ultimi, dei diversi, degli stranieri, la politica è un miasma che inquina il quotidiano normalizzando l’ignavia verso chi chiede di vedersi riconosciuti i diritti minimi per definirsi umano. La scenografia cambia continuamente, le luci costruiscono spazi e significanti opposti tra di loro (come il passaggio repentino dalla luce stanca di una lavanderia ai tagli eleganti di una sfilata di moda), la stessa lavatrice diventa una scrivania, uno sfogo, un posto sicuro. Il teschio della mucca invece è lo svilimento del sacro, la sua vampirizzazione, è il “memento vivere” di Ahmen. Il prezioso lavoro di Eleonora Pace come dramaturg e la sensibilità di Burbuglini in regia, rimano con naturalezza con tutti gli elementi di questo brillante spettacolo, una produzione che ha tutto il respiro di una compagnia scafata con decenni di rappresentazioni sul curriculum.

(foto da Hangarteatri.com)

A chiudere la kermesse di Hangar Teatri una produzione del Teatro Metastasio di Prato, ovvero Anonimasequestri di Leonardo Tomasi. L’idea alla base dello spettacolo meriterebbe da sola la costituzione di un premio Ubu all’intuizione più originale: tre giovani sardi, un regista amatoriale e due attori, stanchi dei soliti provini a vuoto per recitare lo stereotipo dell’isolano violento, decidono di mettere sù una banda di sequestratori. L’ironia di questa contraddizione tra rappresentazione e iconoclastia è l’incipit che apre a una digressione tarantiniana meta-teatrale, in cui il banditismo e Macbettu sono parte di un immaginario che li vede molto più vicini di quanto fosse prevedibile. La scena è invasa da questa scrivania piena zeppa di fogli, laptop, mixer, bottiglie di Ichnusa, circondata da sedie (come durante una sessione di lettura a tavolino), in fondo un grande telo per proiezione, e in un angolo un tizio legato a una sedia con un sacco in testa. Federico Giaime Nonnis e Daniele Podda sono i due attori, non proprio sveglissimi, che si sostengono a vicenda in quella che sembra più la pantomima di un’identità che un’identità culturale vera e propria. Tomasi interpreta il cugino di Podda, stereotipo dello studente fuori corso del DAMS, che con una piccola macchina digitale riprende quello che accade sul palcoscenico, immagini che vengono proiettate in tempo reale sul telo. In questa meta-narrazione squisita s’inserisce l’elemento del grottesco quando i tre decidono di sequestrare per finta la nonna di Podda, scatenando una serie di eventi uno più catastrofico dell’altro. A questo punto però Anonimasequestri però si ingolfa, ripetendosi sia nell’umorismo che nei momenti di tensione, che diventano così rituali necessari quanto prevedibili per arrivare al minutaggio di uno spettacolo fatto e finito. È come se l’intuizione iniziale rimanesse immobile, non cambia, non si mette in discussione, non progredisce, come una fotografia in cui ogni dettaglio è al suo posto (perché in effetti Tomasi dimostra di avere in mente un’immagine ben precisa del proprio lavoro) ma la cui drammaturgia interna risulta alla lunga un po’ irretita e priva di movimento reale, nonostante l’intesa in scena degli attori.

Secondo Shunryu Suzuki-roshi, celebre monaco e insegnante Zen Sōtō giapponese, uccidere il Buddha è necessario quando perdiamo contatto con la nostra identità: «Uccidi il Buddha, se il Buddha esiste in qualche altro posto. Uccidi il Buddha, perché devi recuperare la tua intima natura di Buddha. Fare qualcosa significa esprimere la propria intima natura. Non esistiamo in funzione di qualcos’altro. Esistiamo per noi stessi». Nei tre giorni di “Come pesci volanti” è stato come vivere un esercizio di presenza. E non intendo solo quello degli artisti al festival, ma degli spettatori, dei tecnici, di quelli che si fermavano al bar per una chiacchiera. La chiarezza con cui Hangar Teatri ha messo in risalto la scena contemporanea è qualcosa che sembra sempre più raro trovare anche in festival che si possono permettere programmazioni di tutt’altra scala. E ci riescono perché prima di tutto guardano in se stessi, alle proprie urgenze, ai propri spazi, curando il proprio pubblico e gli artisti con cui vengono in contatto. Non cercano il teatro da altre parti, lo portano a casa loro. Se volete sapere cosa varrà la pena di vedere a teatro nei prossimi anni fate un salto a Trieste, via Luigi Pecenco 10, abbiate solo l’accortezza di partire dopo aver ucciso il vostro Buddha.

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