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F. non esiste se non dentro di noi. Sul nuovo spettacolo di Kepler-452
di Valeria Minciullo pubblicato in Recensioni il 15 Aprile 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
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Questa recensione è stata redatta nell’ambito del “Laboratorio avanzato di giornalismo culturale” a cura di Altre Velocità. Spettacolo visto l’8 marzo 2019 al Teatro Arena del Sole (Bologna).

Il palco, così come il mondo, non è un luogo per tutti. Sul palco possono stare gli attori, gli oggetti di scena, e può salirvi una persona a caso presa dal pubblico purché abbia prima firmato un contratto. E per aver firmato un contratto deve avere un nome, un cognome e un codice fiscale; deve essere riconosciuta dalla legge e, di conseguenza, dal mondo.
Ma cosa succede se la persona che si vuole portare in scena, o anche solo dentro un teatro, al posto del nome ha solo un’iniziale, F., e se gli si chiede: “chi sei?” lui risponde soltanto: “io sono io”? A partire da questa domanda, la compagnia bolognese Kepler 452 – nata nel 2015 dal fortunato incontro tra Nicola Borghesi, Enrico Baraldi e Paola Aiello – tenta di costruire il nuovo spettacolo F. Perdere le cose, uno degli ultimi appuntamenti a chiudere l’edizione 2019 del Vie Festival e in vista del quale è stato realizzato un laboratorio di ricerca lo scorso autunno.

Anche quest’ultimo lavoro, prodotto da Emilia Romagna Teatro, rimane in linea con il modus operandi della compagnia: da un lato la missione di portare nelle sale, con uno stile vivace e scanzonato, il pubblico più giovane degli “under 30”, normalmente interessato ad altre forme di intrattenimento; dall’altro l’urgenza di uscire dal teatro stesso, tra la gente comune, per raccogliere storie che meritano di essere raccontate sul palco.

Quanto a F., in realtà, non sappiamo cosa ci sia di vero in questo incontro, o se sia proprio tutta finzione. Le uniche informazioni che riceviamo sul suo conto sono che F. è un immigrato nigeriano senza un tetto – se non il cielo di Bologna e quello del dormitorio dove è stato visto per la prima volta – che ha smarrito il permesso di soggiorno, e per rinnovarlo deve prima dimostrare di avere un lavoro. Ma il dilemma che si pone a questo punto è il seguente: come farà mai, quest’uomo, a trovare lavoro se non ha un permesso di soggiorno, e per di più è anche un po’ matto? (Disgrazia che peraltro potrebbe servire da escamotage e, paradossalmente, rivelarsi una fortuna?)

Così, la presenza/assenza di F. si insinua nella sala Salmon dell’Arena del Sole di Bologna, dapprima esclusivamente come voce nella cuffia dell’attrice/spettatrice che gli darà la parola, poi come voce in un corpo di cassa stereofonica, successivamente come immagine in un video, e infine in carne ed ossa; mentre gli attori, che si arrovellano per trovare una via d’uscita – tra scritti legali, codicilli, e burocrazia a rendere tutto ancor più impossibile – perdono piano piano ogni certezza.

A un anno dal debutto de Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso – vincitore del Premio Rete Critica 2018 – F. Perdere le cose prosegue il percorso già avviato dalla compagnia. Ma se nella rivisitazione dell’opera di Čechov ci si interrogava sulla perdita di un luogo dell’anima per ragioni economiche, qui la questione è posta su un livello ancora più intimo, di identità. Gli unici attori che “esistono” sul palco – Nicola Borghesi e Paola Aiello – ci fanno infatti cadere insieme a loro in quell’abisso di pensiero dove non troviamo più le coordinate che ci identificano, dove è già precipitato F., e in cui perdiamo la nostra dimensione finita e rassicurante per diventare solo un io senza tempo e luogo, legittimati finalmente a poter dire: io sono a disagio, io posso stare nello spazio vuoto, io posso fare uno spettacolo tutto in silenzio perché non ho niente da dire; e posso persino vedere ciò che mi fa paura, ciò che fin da bambini ci hanno sempre detto di non guardare, ritrovando un sentimento che in un primo momento sembra disperazione, ma che, in fondo, altro non è che libertà.

F. Perdere le cose è uno spettacolo che senza prendersi troppo sul serio – con uno stile all’apparenza improvvisato e brioso – ci pone domande più che serie e sacrosante (perché un oggetto può circolare liberamente e non può farlo una persona? Cosa distingue gli esseri umani dalle cose?) in un crescendo di esasperazione che ci condurrà sull’orlo della commozione per poi farci riprendere il filo della comicità una volta scoperto che F. aveva già rinnovato il suo permesso di soggiorno, e la sua dimenticanza era stata solo il frutto dell’ennesima allucinazione. Parallelamente, anche la perfomance degli attori seguirà il medesimo andamento: la tensione e il nervosismo per un problema che, in apparenza, non li riguarda in prima persona crescono esponenzialmente man mano che realizzano di trovarsi in una impasse e, soprattutto, non appena si rendono conto che la questione non coinvolge solo F., ma loro stessi e qualsiasi essere umano privato delle sue sovrastrutture. Nicola e Paola, a volte insieme a dialogare sulla scena, a volte alternandosi singolarmente, mantengono sul palco due temperamenti differenti: Nicola resta sempre il più lucido della coppia, Paola, invece, la più emotiva e instabile. Ma una volta arrivati al culmine, entrambi ridiscenderanno rapidamente verso una nuova presa di consapevolezza, allentando anche il ritmo della recitazione, come dopo aver inspirato a lungo e tirato un profondo sospiro di sollievo. La rappresentazione, allora, si concluderà compiutamente nella sua impossibilità, tenendosi in piedi sull’impalcatura di domande rimaste ancora senza risposta, sebbene la base, il problema su cui si è costruita la riflessione, sia venuta a mancare; e non si sentirà nemmeno l’esigenza di continuarla o realizzarne un’altra adesso che F. può tranquillamente e legittimamente stare sul palco. Ma se per gli attori il “non spettacolo” sembra risolversi una volta sbrogliato il nodo interiore, più che quello, ormai irrilevante, delle vicende di F., il pubblico non riuscirà forse a cogliere appieno l’illuminazione solamente raccontata, e non sperimentata, e andrà via dalla sala con in mente le domande insolute di una matassa ancora intatta e tutta da sbrogliare.

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