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Di immagini intraducibili. Sotterraneo e l’Atlante linguistico della Pangea
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 14 Luglio 2021 0 commenti 3 minuti di lettura
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L’avant-pop di Sotterraneo si fa stilema e assume una forma espansa, quasi “da manuale”, in Atlante linguistico della Pangea. Se con Daimon Project la compagnia toscana aveva scandagliato l’inconscio esistenzial-politico della nostra generazione e con il più recente Overload aveva trainato lo spettatore dentro un dispositivo di interazione complesso e multidirezionale, la loro ultima performance – vista da poco alla Centrale Fies di Dro – si sviluppa tutta in orizzontale, su uno spazio scarno e bianco che sembra un tavolo da lavoro, un “laboratorio a scena aperta”. I cinque attori (Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini) – ma sembrano più una “compagnia di ventura”, una spedizione di esploratori con tanto di zaini, torce e scarponi – fanno capolino sul palco, con l’aria di chi entra in una dimensione aliena e sconfinata. Si guardano attorno, appoggiano le attrezzature e iniziano a parlare. Sono dei personaggi? Sono pedine in uno schema più grande di loro: per quanto ciascuno dei cinque mostri e conservi nel corso dello spettacolo un proprio “carattere”, quanto fanno e dicono è tutto in funzione di un disegno esterno, di preciso stampo divulgativo. L’intento esplicito dello spettacolo è, infatti, “compiere un viaggio” attraverso parole di varie lingue del mondo che sono “intraducibili”. Sotterraneo seleziona vocaboli, concetti e termini molto particolari, dal russo al finlandese, dall’hawaiano al tedesco, che riescono a coagulare tanti mondi in pochi fonemi. Alle Isole Trobriand, per esempio, buritilaula significa “confrontare le proprie patate per risolvere una disputa”, mentre in lingua bantu ubuntu dà l’idea di una connessione e di un legame profondo fra persone, oggetti, animali e il cosmo tutto. Gli attori “rimbalzano” da una parola all’altra mettendola in scena con ironia e inventiva, inciampano dentro situazioni surreali e metaforiche, compongono bozzetti che esemplificano, talvolta in maniera didascalica talvolta in modo molto più allusivo, i vari concetti. Il tutto è inframmezzato da inserti video, in cui si mostrano stralci delle conversazioni che Sotterraneo ha avuto con diversi madrelingua durante la parte di preparazione dello spettacolo, e musicali, con tanto di coreografie di tono smaccatamente parodico e satirico. La performance intera, anzi, vira con decisione verso il divertissment e si risolve infine in una “piccola enciclopedia tascabile” di comicità slapstick, gioco metateatrale, multimedialità scenica e drammaturgica: i piccoli episodi e “quadretti” portati sul palco si legano come fossero capitoli di un libro, tutte voci, appunto, di un grande dizionario illustrato.

Se, come annotava argutamente Alex Giuzio su queste pagine, Atlante linguistico della Pangea ci traghetta verso il “pluriverso” del “dopo”, facendoci intravvedere le possibilità di un teatro radicalmente ecologico e l’importanza di lasciar proliferare i linguaggi (poiché «la scomparsa di una lingua significa la scomparsa di una visione del mondo»), occorre però anche capire come questo pluriverso riesca poi ad abitare la scena e i suoi risvolti formali: può una struttura totalmente orizzontale, un puro montaggio di bozzetti e scenette che stanno quasi tutti sullo stesso piano, per quanto ben calibrato, sostenere la radicalità del messaggio? Può il solo registro dell’ironia render conto delle complessità, delle sfaccettature culturali e politiche che il tema delle parole intraducibili evoca?

C’è un ultimo scampolo, uno squarcio di tono profondamente diverso. Abbandonato il palco, gli attori scompaiono dietro il telone a bordo scena, lasciando che lasciando che la luce delle loro torce rimanga a illuminare soltanto un triangolo di spazio sulla parete laterale dove sono agganciati i cordoni che tirano il sipario. Dopo tanta trasparenza fra parola e azione, fra testo e rappresentazione, finalmente un’immagine muta, racchiusa in se stessa. Qualcosa che, pur restando fissa, testimonia di un incombere. Non sappiamo se in qualche lingua esista un termine intraducibile per esprimere questo concetto. Eppure ci sembra già una visione di mondo, un’idea di teatro.

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