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(Foto di Francesco Capitani)
(Foto di Francesco Capitani)

Costruire su una crepa. Due giorni nella 4° edizione di “Tutta La Vita Davanti”

di Vincenzo “Notta” Riccardi

La Liguria è la regione più anziana d’Europa. Una statistica compilata da Eurostat (con dati aggiornati al 2025) colloca il territorio ligure in cima alla classifica con un’età media superiore ai 52 anni. Uno sguardo ai più recenti dati ISTAT delinea inoltre un quadro interno ancora più preciso: la provincia di Savona viaggia verso i 50 anni di media, seguita a breve distanza dall’ancora attempata Genova, mentre Imperia e La Spezia recitano la parte dei “giovani di casa” con ormai quasi 49 candeline da spegnere. Lunga fenditura che affaccia sul Mediterraneo, la Liguria e i suoi bordi irregolari ci appaiono dopotutto come un corpo che ha già vissuto, un’anziana signora stesa al sole che aspetta solo lo scorrere del tempo. Eppur qualcosa, in maniera timida e impercettibile si muove e fa rumore. Tra le sue crepe la gioventù ancora respira e continua a resistere, a sviluppare idee e visioni nuove, ad abitare i margini e risvegliarsi dall’inerzia circostante.

Attraversare lo squarcio

Il festival Tutta La Vita Davanti nasce (non a caso) nella “giovane” La Spezia nel 2023, e giunge ormai alla sua quarta edizione. Ad organizzarlo, come gli scorsi anni, il centro di produzione SCARTI nella cornice de Il D!alma, un avamposto culturale che seziona verticalmente il capoluogo spezzino, come un punto di sutura tra il centro urbano e la periferia. La curatela artistica, da sempre curata da Alice Sinigaglia, si arricchisce quest’anno anche della presenza di Francesca Lombardi ma gli scopi e le dinamiche rimangono le medesime: una tre giorni (dall’8 al 10 maggio) dove poter mettere in scena le profondità più dirompenti e originali delle arti performative under 35. L’obiettivo è la ricerca di nuove modalità di espressione al di là di qualunque etichetta o classificazione, una destrutturazione del linguaggio teatrale dove la continua sperimentazione tra codici e registri eterogenei possa non solo dar vita a traiettorie e direzioni inaspettate, ma anche gettare nuove fondamenta per la rappresentazione del contemporaneo.

Non è affatto casuale in questo senso l’apertura con I’ve loss of attention del Collettivo Effe, giovanissima realtà di base a Torino sempre in bilico tra teatro e performance, che nei propri lavori ha sempre offerto un perturbante punto di vista sul corpo e le sue interazioni in scena col video in presa diretta. Indagine sulla soglia dell’attenzione, lo spettacolo vive innanzitutto della danza agitata e istintiva di Camilla Soave, unica performer in scena. In uno spazio liminale e scarsamente illuminato, circondata da schermi e con una telecamera a centro scena che ruota senza sosta trasmettendo frammenti casuali dello spazio e del corpo della performer, le musiche di David Tomat seguono in maniera mimetica i movimenti e le espressioni contratte di Soave, intenta a dare forma a un sovraccarico di stimoli con movimenti rapidi e scomposti. Mentre la musica rallenta e si trasforma gradualmente in un drone ambientale languido e sofferto, il suo corpo rallenta spossato e si riempie di macchie blu, a riflettere il defluire lento dell’attenzione fuori da sé, il destino tragico di un’umanità incapace di ritrovare il tempo di fermarsi.  Anche il pubblico viene chiamato in causa in questo processo, e l’impatto con la sala è volutamente disorientante ancor prima di aver preso posto. Le luci ancora accese nonostante la performer già in azione da chissà quanto e gli schermi sul palco sollecitano infatti lo sguardo degli spettatori, sfidandoli con immagini attraenti o interrogativi surreali (ad esempio, chiedendo di tenere il conto di quante caramelle consumi una donna seduta accanto a un gorilla). Le due platee sono poi costrette a incrociare i propri sguardi, disposte ai due lati paralleli alla scena e non di fronte all’attrice, in modo da aggiungere un ennesimo elemento di distrazione. Se quindi da un lato Soave ci mostra la sua spirale verso la perdita dell’attenzione, è la regia di Giulia Odetto a trascinarci davvero nel vortice, innestando nella drammaturgia un sottile e perverso gioco di coinvolgimento. Lo si nota ad esempio nei momenti in cui gli spettatori sono costretti a inseguire i diversi testi che rimbalzano da uno schermo all’altro (da una parte in blu, dall’altra in rosso): una dinamica che frammenta la concentrazione e obbliga la sala a una stancante, alienante partita di ping-pong visivo, dove il filo del discorso continua a sfuggire anche quando si crede di avere finalmente il controllo. Di distrazione in distrazione, la performance si chiude con Soave sempre più vicino alla telecamera in scena, immobile, finalmente in grado di riposarsi, con l’obiettivo a indugiare in zoom che mettono in evidenza il suo sguardo e suoi lividi blu, le macchie di un corpo martoriato ma vivo, finalmente in pace. Lo schermo si accende un’ultima volta, la frase “Educami alla passione. Se c’è passione c’è attenzione” lo illumina. La capacità di guardarsi davvero, con cura, restituisce Camilla Soave a se stessa, e restituisce al pubblico un monito attraverso cui ritrovare la propria strada. Al di fuori della sala, mi piace pensare che i cellulari di tutti siano rimasti spenti qualche minuto in più, o forse, perché no, tutta la sera.

(Foto di Francesco Capitani)

Stiamo già invecchiando

Col suo autoproclamarsi “festival di teatro per vecchi del futuro” TLVD si impegna non solo a ricalcare le sghembe linee dell’oggi, ma anche a proporsi come piazza comune di immaginazione del domani, un laboratorio di ricerca del senso che mette al primo posto lo scambio e il confronto nella speranza che l’indagine del presente sia l’unica arma per far luce sul futuro. Non è un caso che il pomeriggio del giorno successivo, il 9 maggio sia dedicato alle attività di Stratagemmi Prospettive Teatrali e al loro progetto Sottobanco, che coinvolge gli studenti delle scuole superiori di Milano, Firenze e La Spezia in laboratori di critica teatrale.

Si inizia con la presentazione di Play The Critic!, restituzione del laboratorio di La Spezia sotto forma di rivista cartacea. Vero e proprio contenitore miscellaneo di idee e approcci, la rivista documenta il percorso della redazione (interamente al femminile!) attraverso la visione di diversi spettacoli della stagione 2025/2026 de Il D!alma. E lo fa alternando formati più convenzionali (interviste frontali, recensioni) a tentativi di narrazione più creativa, come lo scambio epistolare tra critico e artista (Claudia Marsicano e Ermelinda Nasuto, tra gli altri) o la scrittura dei “Tipssssssssss”, brevi pareri sotto forma di consigli spesso inseriti dopo la più lunga e strutturata recensione. Un successivo talk nell’ampio cortile della struttura ha invece coinvolto sia i laboratori di Milano e Firenze che diversi artisti del festival (Giulia Odetto, Matteo Di Somma, Violetta Ghersina, Davide Pascarella e Giulio Santolini) in una densa tavola rotonda di chiacchiere e suggestioni libere. Al centro della discussione diversi temi, come la distanza tra il teatro e il mondo giovanile, le pressioni sociali ed economiche messe sulle spalle dei lavoratori dello spettacolo e il ruolo dei classici nella formazione dei nuovi attori e drammaturghi. Ammirevole il clima ospitale e la totale mancanza di barriere tra il pubblico under 18 di Sottobanco e gli artisti, impegnati non solo a rispondere alle domande dei ragazzi ma anche disponibili a aprire tra di loro nuove riflessioni: la necessità di un pubblico teatrale “più grezzo” invocata da Santolini citando Gramsci, la messa alla berlina dei teatri istituzionali visti da Davide Pascarella come “luoghi spesso inospitali e incapaci di creare comunità” o la necessità di riflettere su nuove strategie per parlare ai “non teatranti” invocata da Alice Sinigaglia. Temi che mettono in evidenza problemi sistemici a volte dati per scontati, ma che nello spazio meditativo del confronto escono fuori come necessari, ferite scoperte che il pubblico può riconoscere e accogliere in se stesso, scoprendosi anch’egli capace di avere voce in capitolo.

Assenti al talk (in quanto impegnati nelle prove) è la compagnia BumBumFritz, che apre la serata premendo sull’acceleratore col suo Dad Or Alive, 90 minuti di drammaturgia sonora tra musica elettronica, campionamenti dal vivo e ritornelli bubblegum. La cornice festosa non potrebbe essere tuttavia più distante dal contenuto. Partendo dall’analisi statistica di un Occidente che non fa più figli, Michele Tonicello e Giovanni Frison costruiscono in scena, canzone dopo canzone, una minuziosa indagine sui motivi e sul come siamo arrivati a questa situazione. Scomodando il cambiamento climatico, l’aumento del costo della vita e la mancanza della fiducia verso il futuro lo spettacolo riesce a bilanciare perfettamente la sua indagine documentaria alla verve performativa, grazie anche a un’estetica minimale quanto azzeccata. Lo sfondo nero che sovrasta il pubblico come un gigantesco schermo, le videoproiezioni dilaganti che interagiscono dinamicamente con la scena e gli attori e l’alternanza tra la pulizia formale di scritte e grafici e i glitch saturi e colorati che occasionalmente illuminano la platea sono solo alcuni degli aspetti che rendono perfettamente l’idea di una contemporaneità consapevole del proprio destino ma noncurante delle conseguenze, che preferisce far festa incurante del crollo piuttosto che farsi guidare dall’avvistamento delle prime macerie. I picchi drammaturgici si raggiungono in particolare fuori dall’elenco dei dati, quando alcune testimonianze di umana quotidianità fanno capolino, solitamente rallentando il ritmo di questa festa impazzita. Spesso audioregistrazioni amplificate direttamente dal cellulare di Michele Tonicello, sono perlopiù voci stanche e disperate. Sanno raccontare cosa vivono ma non come uscirne, dare voce a quanto lo spettacolo rivela ma mai fornire risposte. E se anche i BumBumFritz, staccata la spina dalla console, non ci lasciano alcuna soluzione, quantomeno ci forniscono magistralmente i nomi dei colpevoli. Se mettere al mondo un figlio sia oggi un atto di coraggio o di incoscienza rimane una domanda aperta, ma non più nebulosa. Fatte le proprie scelte, l’unica cosa che ci rimane è solo buttarci in pista.

(Foto di Francesco Capitani)

Crepe come cicatrici

Chiude la giornata Kamikaze, spero vada meglio dell’ultima volta di Giulio Santolini. Gioco metateatrale che usa il fallimento come dispositivo critico e dissacrante, Santolini mette in scena tre performance introdotte schiettamente come insuccessi, ancor prima di rivelarne al pubblico il minimo dettaglio. Rompendo fin dal primo momento il patto spettatoriale (proponendo una serie di comici inizi alternativi, tutti presi in considerazione per lo spettacolo) si invita fin da subito la sala a risvegliarsi dal proprio torpore e diventare giudice attivo, anche grazie all’elezione di un rappresentante che, dotato di carta e penna, dovrà comunicare al performer il gradimento della platea alla fine di ogni esibizione. A ogni performance applaudita corrisponderà un premio, ad ogni insuccesso conclamato una penitenza. In questo, Kamikaze è innanzitutto un potentissimo showcase del talento di attore di Santolini e della sua presenza magnetica. In una scena teatrale spoglia e che si presenta come tale, con luci, console e (finto) tecnico in vista (interpretato da Daniele Boccardi), la grande vitalità del performer riempie la scena scattando in lungo e in largo con l’energia di un rodato mattatore televisivo, animato da un entusiasmo giullaresco candido e sprovveduto, ma solo in superficie. Più che esibizioni egoiche infatti, le tre performance finiscono lentamente per svelare i lati più oscuri del rapporto tra messa in scena e realtà del mondo teatrale, tra performer e persona dietro l’artista. La goffa danza che si riallaccia ad un ricordo d’infanzia indaga ad esempio la fallace convinzione dell’arte come semplice e genuina catarsi del proprio vissuto, mentre la messa in scena di una simpatica marionetta umana finisce per esplodere in un selvaggio burnout, tra suggestioni autobiografiche e taglienti considerazioni sull’eterna e sfiancante giovinezza degli artisti emergenti. Ciò che si presenta all’inizio come one man show assume sempre di più i tratti di un manifesto ideologico divertito, surreale ma chiarissimo nei suoi intenti. Il teatro, smontato pezzo per pezzo, tenta di offrirsi al pubblico attraverso il guscio vuoto dell’intrattenimento ma non riesce a non emergere tra le pieghe della scena, a parlare di sé, del suo futuro e soprattutto a continuare ad esercitare la sua magia. Come nella terza e ultima performance, dove Santolini consegna la sua lettera d’addio scritta prima di morire a una persona delle prime file, e scompare mentre questa inizia a leggerla nel buio pesto della sala. Una lettera che si rivolge ad una madre che è in realtà una completa sconosciuta, che legge una lettera dichiaratamente finta mentre il morto, al massimo un po’ sudato e stanco, attende gli applausi dietro le quinte. Eppure funziona. Tutto è finto ma capace di toccarci in maniera reale, e la verità risiede soltanto in chi, in quel buio, è capace di andare a fondo, stare al gioco della rappresentazione. Il desiderio di morire in scena si trasforma nella speranza di non fallire, di essere riuscito a comunicarsi, di aver lasciato il segno. E tutto, in quel momento, diventa così vero.

Esco dalla sala del D!alma che sono ormai le 11 passate. Il mio treno via da La Spezia riparte tra neanche 6 ore, ma prima di fuggire in albergo riguardo il cortile per l’ultima volta. Il tavolo da ping pong sonnecchia solitario dopo due giorni che non l’avevo mai visto vuoto, i food truck sono già tornati a casa e gli unici rumori vengono da un tavolo poco distante dove i giovani laboratoristi di Stratagemmi, instancabili, accerchiano Giulio Santolini per l’ultima intervista della giornata. Riconosco le facce di chiunque, che sono le stesse del giorno prima e sono sicuro saranno le stesse domani. Rispetto al crocevia di persone che popola ogni festival, la folla di TLVD mi è sembrata forse più composta, tranquilla, sparsa. Ma è allo stesso tempo attenta, energica, appassionata. Non dunque un festival estremamente movimentato, ma dove è evidente a ogni angolo la più totale e genuina voglia di perseguire nella propria missione. La costruzione di uno spazio amichevole, aperto e senza barriere, l’attenzione per la giovane critica emergente e l’originalità nella selezione di temi e argomenti universali e necessari sono valori che il festival porta avanti come fosse un compito sacro, sicura di fare la sua parte contro quel mondo che cade a pezzi e che riesce così bene a descrivere.

Dopotutto, queste crepe non si risaldano senza lasciare cicatrici. E il giovane corpo del festival, quasi alla fine del suo quarto anno, non può non esibire gli stessi segni sul corpo della gioventù che ha ospitato tra le sue file. Le sue paure per un pubblico con una soglia dell’attenzione ai minimi storici, la spasmodica voglia di crescere in un mondo che gli impedisce a tutti i costi di diventare adulto e soprattutto la paura costante del fallimento, sempre dietro l’angolo. Ma qualcosa si può sempre fare. Finché abbiamo Tutta La Vita Davanti, in qualche modo, ce la faremo.

L'autore

  • Vincenzo "Notta" Riccardi

    Giornalista, montatore video, fonico di presa diretta, futuro bibliotecario. Dal 2024 nel nucleo redazionale di Ubu Dance Party. Segue con fervido entusiasmo le scene underground della sua città (Roma), tra serate di poetry slam, spazi mostre minuscoli e festival di arte performativa.

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