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foto di Manuela Giusto
foto di Manuela Giusto

#13 Balliamo nell’apocalisse. ‘Dad or alive’ di BumBumFritz

di Altre Velocità

“È sicuramente folle
appunto
mmmh
l’idea di aver figli 
però 
boh
mi piacerebbe 
e quindi”

E quindi… È così che inizia Dad or alive, uno spettacolo teatrale pensato (quasi) come un concerto di musica elettronica dal vivo di BumBumFritz, un duo artistico composto da Giovanni Frison e Michele Tonicello con Christian Reale per la tecnica del suono.

Il festival di In/Visibile Cities con questa performance ha ridisegnato la facciata del Comune di Gradisca d’Isonzo in Corte d’Aviano e non solo… Ha provato a ridisegnare anche il profilo della società capitalista in cui viviamo, cercando una luce possibile nel vivere collettivo.

Ad accoglierci è la voce di un tenero bambino che invita il pubblico, mediante alcune regole, a stare nello spazio insieme. Appena i performer varcano la scena, parte un audio-messaggio e si procede portando in musica i pensieri della gente raccolti per vocali e sondaggi attorno a un interrogativo: perché avere figli nel mondo d’oggi? Le persone sono al centro della narrazione, ma anche i media. Il prologo si chiude infatti parlando di inverno demografico, tra dati e ripetizioni del termine prese dalla cronaca, lasciandoci con la frase «e smettete di volere l’estate!». Un invito che sembra mettere già in discussione la nostalgia per una crescita demografica ormai incompatibile con le condizioni del presente e che troverà nell’epilogo una risposta più ampia. Ma ci torneremo. 

La performance è scandita in un prologo, tre atti e un epilogo, mantenendo così una struttura apparentemente classica, che viene però scardinata sul piano audiovisivo. Il prologo, come nel teatro greco antico, affida al coro il compito di introdurre la vicenda: qui sono infatti molteplici le voci che si alternano per aprire uno spettacolo complesso, soprattutto per la varietà dei temi affrontati. Questioni che sputano in faccia alla contemporaneità in un’ottica dichiaratamente anticapitalista, senza però pretendere di esaurirle: lo spettacolo semina, piuttosto, piccoli spunti di riflessione su problemi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. Lo spazio scenico è volutamente scarno: 5 cubi bianchi ne costituiscono l’unico arredo. È il videomapping a riempire la scena, investendo i corpi dei due performer vestiti di bianco che diventano schermi insieme ai cubi, spostati durante la performance per essere di volta in volta illuminati da colori, numeri, scritte, spezzoni di conferenze, interviste e reportage giornalistici. Particolarmente riuscita è la composizione sonora, che alterna registrazioni di confessioni personali, interventi dal vivo, e spezzoni di servizi giornalistici, il tutto supportato da musica elettronica eseguita in tempo reale tramite controller.

La connessione tra i diversi linguaggi scenici e il movimento dei performer è calibrata al millimetro: ogni spostamento è funzionale a un preciso incontro tra corpo e fascio luminoso. Il ritmo complessivo è serrato: le parole corrono sulla musica quasi fossero rap, mentre il videomapping scorre veloce, a tempo, sulla facciata del Comune e sullo spazio scenico. Questa velocità, non troppo distante da quella dello scrolling su smartphone, è capace di catturare l’attenzione di un pubblico ormai abituato a ricevere tutto, subito. Non è solo una scelta stilistica, ma una necessità drammaturgica: è ciò che permette allo spettacolo di reggere la mole di dati, percentuali e statistiche disseminati lungo la base musicale, restituiti con una recitazione incalzante. Se affidati a una lettura più distesa o a una recitazione tradizionale, quegli stessi contenuti avrebbero rischiato di appesantire il ritmo e disperdere l’attenzione dello spettatore.

Potrebbe sembrare una scelta anacronistica fare uso del ritmo della velocità capitalista, ma è proprio quando la parola viene affidata alle voci registrate e quando, nell’epilogo, questo flusso rallenta, che trova spazio una riflessione più ampia sul presente e sulla collettività. È qui che D(e)ad or alive sembra trovare il proprio «e quindi?»: non una risposta definitiva, ma una scelta. Nonostante tutto, continuare a fare, continuare a creare. Continuare a prendersi cura, a cercare meraviglia anche quando non sembra esserci alcuna ragione per farlo. Perché se tutto è destinato a finire, allora forse il senso non sta nel produrre qualcosa che duri per sempre, ma nel decidere insieme cosa vale la pena far esistere adesso.

di Sabrina Bello e Simone Pigat

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