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Irruzioni nel mondo dell’infanzia. Al di là del vetro del Teatro Testoni, intervista a Carlotta Zini
di Agnese Doria Damiano Pellegrino pubblicato in Interviste il 18 Giugno 2021 0 commenti 9 minuti di lettura
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Lo scorso marzo abbiamo incontrato Carlotta Zini, responsabile per la programmazione e consigliere di amministrazione del Teatro Testoni Ragazzi di Bologna, per farci raccontare un progetto che si è sviluppato, a partire da gennaio del 2021, tra gli spazi a cielo aperto dei plessi scolastici bolognesi. In Al di là del vetro i performer e i piccoli spettatori si incontrano “causalmente” attraverso i vetri della scuola, sperimentando un campo di fruizione inedito rispetto sia al convenzionale spazio teatrale, che all’uso degli schermi digitali impostaci dall’emergenza pandemica. Il progetto ha coinvolto circa una decina di istituti tra nidi e scuole d’infanzia, esigendo da educatori e insegnanti una complicità e un’intesa tali da permettere al bambino di accedere a un’esperienza fisica, sensoriale e di gioco aperta a qualsiasi input dall’esterno e non fissata a priori.

A partire da quali riflessioni e desideri è stata concepita questa iniziativa dedicata all’infanzia? Quale urgenza ha accompagnato il pensiero che ci sta dietro?

«Il progetto Al di là del vetro è stato realizzato per la prima volta lo scorso gennaio durante gli Small size days, tre giornate dedicate alla prima infanzia in cui si svolgono attività artistiche di vario genere [l’evento viene organizzato da sette anni dall’associazione internazionale per le arti performative dedicate al pubblico da zero a sei anni Small size network, di cui fa parte anche il Teatro Testoni Ragazzi – La Baracca, NdR]. Per realizzare questo progetto il Teatro Testoni Ragazzi – La Baracca ha aderito al protocollo d’intesa 036 dell’area Educazione, istruzione e nuove generazioni del Comune di Bologna, all’interno del quale si è proposto di programmare una serie di eventi teatrali validi sia per i nidi sia per le scuole dell’infanzia comunali. Ogni anno per supportare l’ideazione delle nostre proposte svolgiamo un lavoro di ricerca preliminare e costante insieme a un gruppo di pedagogisti. Quest’anno, non essendo consentito entrare all’interno delle scuole e sentendo la necessità di ritrovare uno spazio di incontro con i più piccoli, ci siamo chiesti che cosa poter proporre. In un’ottica di ricerca e sperimentazione, in grado di superare le difficoltà dettate dalla pandemia, abbiamo pensato di realizzare un progetto nuovo. L’idea è nata immaginando che un interprete – in questa prima fase abbiamo coinvolto soltanto attori del nostro teatro – potesse presentare negli spazi esterni di un nido o di una scuola dell’infanzia un frammento di una performance di dieci o quindici minuti. Tramite la complicità dell’educatrice o delle insegnanti i bambini si sarebbero così trovati “casualmente” ad assistere a un’azione performativa realizzata al di là del vetro della loro classe. Come reagisce un bambino di fronte a un evento che accade per caso, come un frammento di una performance, eliminando tutti quei momenti di rito tipici dei luoghi deputati allo spettacolo che generano un’aspettativa ben precisa? I bambini, colti inaspettatamente da una performance, possono infatti decidere se osservarla, avvicinarsi al vetro oppure continuare a fare quello che stava facendo prima dell’accadimento. L’idea è di metterli di fronte a un atto performativo “puro”, senza cioè anticipare loro nulla e senza spiegare l’accaduto come un fatto teatrale.
Questo progetto è stato ripreso ai primi di marzo e continuerà fino a maggio, con una trentina di date tra nidi e scuole d’infanzia, cercando di focalizzarsi maggiormente sull’intervento performativo, che comincia già nel momento in cui l’attore è visibile attraverso la vetrata. È interessante capire anche quanto le insegnanti e le educatrici riescano a mantenere questa casualità, questo “patto” che hanno stipulato con noi, né guidando i bambini né portandoli a osservare o indirizzando il loro sguardo verso la vetrata, bensì provando a partire dalla loro libera osservazione».

Questo vostro progetto a quale domanda risponde?

«La domanda riposta in Al di là del vetro è: “come facciamo a mantenere una relazione con i più piccoli nonostante le difficoltà del momento?”. La necessità è stata quella di mantenere un legame e fare in modo che i bambini potessero fruire di attimi o frammenti artistici. Nel pensare al cosa, visto che siamo coinvolti nel progetto europeo Mapping, centrato sulla ricerca artistica e sulla creazione di una relazione sensibile con l’infanzia, abbiamo scelto di porre il bambino/spettatore non di fronte a uno spettacolo ma davanti a un atto performativo, un frammento più breve. A monte del progetto c’è comunque la volontà di mantenere una relazione e di offrire esperienze artistiche nonostante le difficoltà che stiamo vivendo in questo periodo storico».

Avete avuto la percezione che il teatro mancasse ai bambini?

«Sicuramente ciò che avvertiamo è che a noi manca molto incontrare i bambini. Dopo le prime quattro giornate di Al di là del vetro, quello che ci hanno riferito le insegnanti è che mai come adesso c’è un forte bisogno di poesia e di arte. Nelle parole delle educatrici si percepiva la grande emozione vissuta nel momento dell’incontro, anche da parte di bambini molto piccoli – alcuni, per esempio, anche della sezione lattanti – che il teatro non lo hanno mai sperimentato. Credo che si sia instaurata immediatamente una relazione potente. Per esempio, durante una delle performance che è stata realizzata – parte di uno spettacolo più ampio cui stiamo lavorando dal titolo Cornici: ricordi in tre atti incentrato sull’assenza della parola e sulla relazione con le immagini – un bambino è andato a prendere uno straccio e ha iniziato a riprodurre sul vetro il gesto che la performer aveva fatto: cancellare un disegno su una tavoletta. Un altro bambino, vedendo le attrici andare via, ha detto “Io voglio ancora il teatro!”, senza che questa parola fosse stata tirata fuori da un adulto. Magari è un bambino che è già stato in teatro, però è interessante constatare come autonomamente abbia riconosciuto quell’atto come un evento teatrale. Stiamo cercando di dotare i performer anche di GoPro affinché possano cogliere gli sguardi e gli incontri con i bambini, fornendoci un materiale da studiare a posteriori».

Come avete scelto i partner durante questa fase di sperimentazione? Come vi siete orientati nella scelta delle scuole o delle insegnanti da coinvolgere?

«Per individuare i partner è stato molto utile il protocollo 036 stipulato con il Comune di Bologna, ma anche la relazione con il gruppo Lo sguardo altrove formato da pedagogisti, insegnanti, educatrici che da molti anni svolgono un lavoro di osservazione della scena teatrale per l’infanzia, principalmente all’interno del festival Visioni di futuro, visioni di teatro. Una parte degli insegnanti che si è prestata ad accogliere questo progetto infatti fa parte di questo gruppo. Abbiamo raccontato loro qual era la nostra ricerca ed essendo figure particolarmente sensibili e abituate a questo tipo di interventi, hanno accolto la nostra proposta coinvolgendo a loro volta altre classi e altri colleghi. Successivamente, avendo selezionato ben trenta partner, abbiamo fatto degli incontri e raccontato a tutti la nostra proposta in modo più approfondito».

Allo scadere della pandemia, secondo te di quale teatro dedicato all’infanzia ci sarà bisogno? Da che cosa si potrebbe ripartire dopo tutto questo momento?

«Un’insegnante tempo fa mi diceva che, secondo la percezione dei bambini, gli artisti è come se si siano dileguati: “Per loro voi non esistete più, siete spariti”, mi ha detto. Ho una grossa fiducia nei bambini e nelle loro competenze e mi auguro che istintivamente ci sia subito un incontro che spazzi via questo tempo. Quel bambino che ha detto la parola “teatro” senza che nessuno gliel’avesse suggerita mi fa ben sperare. Non so se ci sarà bisogno di un teatro diverso, ma sicuramente ci porteremo dietro le esperienze che ognuno di noi ha fatto in questo anno di chiusura. Sarà forte la voglia di rincontrarsi e spero che l’emozione dell’incontro dal vivo mantenga ancora quella potenza. A dire la verità mi spaventa molto il rapporto con le scuole. Mentre le famiglie, quando riapriremo, potranno decidere di riportare le bambini e i bambini a teatro, le insegnanti dovranno continuare ad affrontare tutte le limitazioni derivate dai protocolli sanitari. Le insegnanti si portano dietro tante difficoltà, ma quello che continuano a chiederci, di fronte al vuoto culturale che la pandemia ha generato, è la necessità di una continua sensibilità di sguardi e attimi poetici in grado di amplificare la realtà. Una necessità di continuare ad alimentare un confronto tra arte e prima infanzia, ritornare a cogliere la curiosità e la spontaneità delle bambine e dei bambini nel loro essere spettatori».

In che periodo si terranno questi trenta incontri?

«Al di là del vetro è partito nella prima settimana di marzo e si spingerà fino a metà maggio. Gli ultimi appuntamenti di questo progetto dovrebbero corrispondere con il periodo del festival Visioni di futuro, visioni di teatro. Da maggio in poi l’idea sarà quella di continuare a proporre spettacoli da portare all’esterno dei servizi, per esempio nei giardini e nei cortili dei nidi e delle scuole, con la possibilità di invitare successivamente alcune classi più temerarie anche a teatro. La grossa preoccupazione è recuperare una relazione con l’adulto perché nel teatro per bambini essa è fondamentale».

Perché agli insegnanti non sta mancando il teatro?

«Probabilmente manca anche a loro ma credo che, al momento, siano talmente stravolti che a prevalere sia soltanto un grande senso di preoccupazione. Non possiamo non tenerne conto».

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