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#11 Frequenze di ‘cura’. CUNA di Giuseppe Comuniello

di Altre Velocità

Quante forme può assumere la percezione di una stessa performance?

Un profumo si diffonde nell’aria sospinto dal movimento di un telo, una ventata d’aria arriva sino al pubblico. Un’arpa risuona nella penombra, mentre un gesto può essere seguito con gli occhi oppure restituito attraverso una voce o il contatto.

Ed è dentro questa pluralità percettiva la forza di CUNA – Dal buio prende forma un universo di sensazioni, performance di Giuseppe Comuniello, danzatore e coreografo cieco, con l’arpista e performer Marilia Caso. Quattro sensi – vista, udito, tatto e olfatto – entrano in gioco, ma non necessariamente nello stesso modo per chi assiste.

Delicatamente tocco un corpo che non è il mio. Il buio ci avvolge, ed è come essere in una piccola bolla dove esistiamo insieme. La sua mano pesa sulla mia e mi tiene ancorata alla terra mentre i miei sensi vagano per intercettare e rendere attraverso il tocco ed il sussurro lo spettacolo. Sono Sabrina Bello e la mia esperienza come audiodescrittrice per una persona cieca per questo spettacolo inizia ad aprile con il laboratorio “Intuizioni tattili”, condotto da Comuniello per il progetto “ARIA. arti, ricerca, immaginazione, accessibilità”.

Ma cos’è l’audiodescrizione sussurrata? Come ci si sente? Mi piace immaginarmi come una radio che capta tutte le frequenze e le canalizza verso una persona cieca o ipovedente attraverso la voce e, quando possibile e con il suo consenso, anche attraverso il corpo. Non si tratta però di trasmettere tutto ciò che accade: la descrizione è necessariamente una scelta. Bisogna decidere cosa nominare, cosa lasciare al silenzio, quale gesto tradurre in parola o tocco e quale invece affidare agli altri sensi. La prima volta che ho attraversato questo processo, durante il laboratorio condotto da Comuniello, CUNA era ancora una ricerca in divenire. Abbiamo lavorato sulla relazione, sullo spazio intorno al corpo, sul contatto e sulla costruzione di un alfabeto condiviso di gesti e movimenti. Tornare alla performance compiuta, ancora una volta come audiodescrittrice, ha significato quindi incontrarla con uno sguardo diverso, cercando di trasmettere anche la poetica, illustrata dall’artista stesso prima della performance a chi tra lo Young staff di In\Visible Cities ha fatto da audiodescrittore. 

Ad assumere il mio stesso ruolo c’era anche Francesca Spanghero. Da persona ipovedente si è ritrovata a fare da audiodescrittrice a Lisa, persona vedente esperta in audiodescrizione che ha scelto di bendarsi per attraversare lo spettacolo da una prospettiva diversa. Un rovesciamento dei ruoli che ha reso l’audiodescrizione stessa uno spazio di ricerca. Per Francesca la sfida più grande è stata dosare le informazioni. Da un lato, avrebbe voluto descrivere il più possibile: ogni movimento, ogni interazione con l’arpista Marilia Caso, ogni gesto, ogni immagine. Dall’altro voleva permetterle di vivere lo spettacolo interiormente, ascoltare la musica, i rumori, sentire le proprie emozioni, riflettere. Un equilibrio sottile. Poi il finale: Comuniello si avvicina al pubblico e depone delicatamente il fagotto che ha stretto tra le braccia nella performance proprio tra quelle di Lisa. Un gesto che, per Francesca, trasforma la distanza tra performer e spettatrice in un contatto inatteso.

Contatto che però è mancato nell’esperienza di Marianna Canfora. Da spettatrice vedente, senza il dispositivo dell’audiodescrizione, si è trovata davanti a un’esperienza diversa: quella di chi può vedere tutto, ma proprio per questo rischia di affidarsi soprattutto alla vista. I piccoli movimenti di Comuniello nello spazio, dopo cinquanta minuti, possono apparire faticosi da seguire se isolati dagli altri livelli percettivi della performance.

CUNA ci pone, dunque, una domanda radicale: cosa significa davvero  percepire? Aver accostato qui le nostre esperienze mostra che l’accessibilità non consiste nel vivere tutti la stessa esperienza, ma nella possibilità di entrare in relazione con ciò che accade attraverso canali e sensi diversi. A tutte è arrivata la sensazione di culla che questo spettacolo ha cercato di restituire, nel prendersi cura dell’altro, nelle sospese vibrazioni dell’arpa o nel volteggiare dell’artista. 

CUNA è, d’altronde, il termine arcaico di “culla”, ciò che accoglie e accompagna senza imporre una direzione. Proprio ciò che, anche noi, abbiamo cercato di restituire in questo corale racconto.

A cura di Sabrina Bello con Francesca Spanghero e Marianna Canfora

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