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Vivere la comunità. Conversazione con Ryszard Kalinowski (Teatr Tanca Lublin) 

di Francesco Brusa

Abbiamo incontrato al festival PlaStforma Ryszard Kalinowski, danzatore e coreografo della compagnia Teatr Tanca Lublin.
Il Teatr Tanca Lublin proviene da una realtà interessante non solo dal punto di vista del teatro, ma anche da quello delle politiche che lo dovrebbero sostenere. Il Center for Culture di Lublin è infatti una struttura comunale data in gestione ad artisti e compagnie e che quindi coniuga l’orizzontalità della gestione con la verticalità del supporto istituzionale. Non è forse un caso che questo avvenga in Polonia, la cui società si trova in un momento di forte dinamismo che sta trasformando anche i modi di intendere e vivere la comunità. Così come non è forse un caso che lo spettacolo della compagnia, The stories we never told us, parli proprio dello stare insieme come gruppo, condividendo percorsi artistici. Il Center for Culture di Lublin è situato in un edificio storico in stile barocco, Casa della Cultura della città dal 1975, che ha recentemente subito una lunga operazione di restauro. Al suo interno sono attive, anche a livello gestionale, alcune compagnie teatrali che si pongono esplicitamente come “alternative” ai teatri con un repertorio determinato presenti a Lublin (The Central Theatre assembles the activities of the Provisorium Theatre, Kompania “Teatr”, Lublin Dance Theatre, MAAT Project Theatre, InVitro Prapremier Stage and neTTheatre. Lublin’s Artistic Salon). Oltre al teatro, il centro vanta anche proposte relative al cinema (Kinoteatr Project) e al campo delle arti visuali (Biała Gallery). Infine, altre iniziative cercano di mantenero vivo e in costante evoluzione il rapporto con la comunità circostante, inserendo in programma festival (Theatre Confrontations, Bitter-Sweet Theatre Festival, International Dance Theatre Meetings, Lublin Jazz Festival, Lublin Gala of Independent Film “Golden Anteaters” and Freaked Out Films Festival, Young Stage, Multicultural Lublin), workshop educativi riservati sia a giovanissimi che adulti e studi sull’impatto della cultura nelle dinamiche del contesto urbano.

La vostra attività è profondamente intrecciata al Center for Culture di Lublin, in cui operate e che gestite. Ci puoi spiegare gli aspetti più significativi di questa esperienza?

Gestiamo il centro per la cultura per conto del comune di Lublin, di cui siamo di fatto dipendenti. Ciò che rende interessante questa struttura è la sua dimensione di apertura, il suo essere un ricettacolo per idee che altrimenti non avrebbero gli strumenti per essere realizzate. Si tratta veramente di un “ponte” fra la cittadinanza e la sfera culturale pubblica, in cui le proposte non sono mai unilaterali, sia che provengano da una parte o dall’altra. Lo dimostra il fatto che sempre più persone ne vogliano far parte, dopo avere magari partecipato a workshop o iniziative. Penso che un’iniziativa di questo genere sia stata resa possibile anche dal particolare tessuto urbano della città. Lublin è infatti una città che, pur non essendo estremamente piccola, puoi percepire come una comunità coesa e omogenea. Inoltre, è un centro universitario che beneficia dunque dell’energia e intraprendenza degli studenti. Non è un caso, secondo me, che da Lublin sia passato molto della scena teatrale alternativa, soprattutto il teatro politico dei ’70 e la nuova danza dei ’90.

Come è nata la vostra compagnia?

Anch’essa nasce dall’intreccio con altre esperienze, nello specifico l’organizzazione di un festival internazionale su proposta del nostro mentore mentre eravamo studenti all’Accademia. Il festival ha ottenuto una risposta positiva da parte della cittadinanza e ciò mi ha permesso di diventarne direttore dal 2001. Nel frattempo, abbiamo formato la compagnia, anno dopo anno. Ma, soprattutto, è stato ciò che potevamo vedere al festival che ci ha influenzato e ci ha dato l’energia per costruire anche il nostro futuro professionale. Le compagnie dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti sperimentavano con forme che noi non immaginavamo neppure. Dopo la caduta del comunismo, vedere tutte queste influenze che arrivavano dall’esterno è stato qualcosa di straordinario, che ha segnato profondamente la scena polacca.

Si è trattato di un’imitazione di modelli che arrivavano da fuori?

All’inizio certamente, poi col tempo si è ovviamente sviluppata una poetica più personale e definita.  A quei modelli si univa inoltre l’influenza del nostro teatro alternativo, che aveva una marcata connotazione politica. Se ciò che ci affascinava della scena occidentale era l’estrema libertà della forma e l’accuratezza estetica, dalla nostra tradizione abbiamo ereditato l’importanza del messaggio, la consapevolezza che “danzare significa sempre agire”. È stata, in qualche modo, la combinazione di una dimensione astratta a noi sconosciuta con la concretezza politica del nostro teatro. In tale contesto la figura che forse più di ogni altra è emersa è stata quella di Jacek Luminski. Ha infatti saputo trovare un linguaggio innovativo e personale, mescolando l’astrattezza occidentale, la tradizione del ballet, influenze statunitensi ed elementi del folklore ebraico. Inoltre è riuscito a proporre un metodo e, in un certo senso, a canalizzare l’energia di un’intera generazione teatrale. La nostra compagnia e il nostro festival risentono dei suoi insegnamenti.

Che ne è oggi della dimensione politica del teatro dei ’70 che hai descritto?

È certamente cambiata, anzi, direi che si tratta di qualcosa che appartiene esclusivamente a quel periodo. Il solo fatto di lavorare col corpo proiettava l’agire teatrale in una dimensione già politica. Significava infatti poter immaginare diverse possibilità di esistenza, nuovi modi di rappresentare l’esistenza. Con la caduta del regime cadevano anche i presupposti per un teatro di questo tipo. Si è aperto lo spazio per una danza più concettuale e per un uso del corpo in un certo senso maggiormente intimistico. Oltre alle influenze estetiche di cui parlavo prima, la democrazia ha portato con sé anche una diversa concezione dell’artista, non più portatore di un messaggio nei confronti della società ma disponibile a “ibridare” le sue pratiche.

foto di Maciej Rukasz

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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