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Una misteriosa foresta di ombre. Il Fauno e la Sagra per Marie Chouinard

di Lucia Oliva

Per questo appuntamento di Focus Quebec la programmazione del Teatro Comunale di Ferrara si confronta col passato. Non solo con il passato storico, come appare alla lettura dei titoli in programma, Prélude à l’après-midi d’un faune e Le sacre du printemps, rivoluzionari e scandalosi spettacoli firmati da Nijinskji all’alba del Novecento, ma anche con il passato prossimo dell’artista a cui la serata è dedicata, Marie Chouinard. Entrambe le creazioni appartengono infatti alla storia della coreografa canadese. Il primo risale a quando ancora la Chouinard eseguiva unicamente assoli: il debutto del suo Fauno è del 1987, in una versione allora amputata dalla musica di Debussy, mentre la Sagra, divenuto uno dei cavalli di battaglia della compagnia Chouinard, è del 1993.
Il Fauno, che negli anni Ottanta era accompagnato da un tappeto sonoro prodotto live dai movimenti della danzatrice, è stato restituito dal 1994 alla musica originale del compositore francese, riunendosi così alla traccia di movimento nel ricordare e flirtare con l’immaginazione che si ha del balletto originale. La Chouinard ha creato la sua partitura utilizzando le fotografie che Adolphe Meyer fece a Nijinskji: l’effetto è quello di un’estrema bidimensionalità che richiama la pittura egizia, da cui erompe però la natura ibrida della creatura. Il capro galoppa e scalcia, i saltelli ritmici punteggiano il suo territorio, insieme ai simboli fallici, suggeriti nei gesti ed esplicitati da una trasformazione del costume: la breve coreografia, soli dieci minuti, è davvero il racconto di un desiderio. Ma questo capro arrapato è anche estremamente umano, nella curiosità, nell’esplorazione e nell’inerzia ineludibile del suo pomeriggio e soprattutto nella frustrazione lancinante del suo desiderio. Chouinard trasforma le ninfe in fasci di luce inafferrabili su cui il fauno balza in uno slancio struggente, che si tramuta incessantemente in una nuova delusione.

La Sagra della primavera della Chouinard, al contrario, è quanto di più diverso esista concettualmente dall’idea di Sagra a cui la storia della danza ci ha abituato. Sparisce quasi completamente la dialettica individuo/comunità, che si sfuma in una diffrazione di presenze e di protagonismi. La coreografa costruisce questo balletto come un mosaico di soli, un caleidoscopio multiforme di discorsi che si danno in compresenza, che incendiano l’attenzione, che si sbalzano dal buio e ipnotizzano lo sguardo. La comunità in realtà è sempre presente, nella trama che sostanzia il linguaggio di movimento di questa sagra, nell’angolare e morbida slogatura del gesto, nell’isolazione parcellizzata che pure attraversa e connette le membra, e attraversa e connette ogni singolo corpo di questo spettacolo. La differenza è che non esiste un’eletta, o perlomeno non un singola eletta, ma tutti sono chiamati protagonisti nel sacrificio tremendo e meraviglioso che l’esistenza compie su di noi.
La partitura musicale originale viene qui accompagnata da un progetto sonoro di Robert Racine che ha la funzione di preludio, un’architettura mantica abitata collettivamente dal gruppo di danzatori che entrano srotolando le schiene come onde in appoggio su appendici sottili, invadendo lo spazio scenico con un incedere ritmico e rotondo perfetto come il volo collettivo di uno stormo di uccelli o l’incedere pulsante di una mandria di antilopi. Queste schiene, questi corpi sono come un paesaggio su cui si staglia brevemente una singolarità la cui presenza in proscenio interpella e sfida lo sguardo, sfida lo spettatore nella sua ricerca dell’eletta, per poi tornare a sciogliersi nella foresta di arti alle sue spalle. Nel frattempo la musica ansima e graffia, anch’essa creatura viva e bestiale al pari dei corpi.

Con l’arrivo della musica di Stravinskji si dispiega appieno il pensiero della coreografa e delle sue creature ferine e sensuose, un’animalità unisex di pelle e nudità, di schiene ondivaghe e linee rette. La danza è animata da un’energia tellurica, da un impulso vitale primigenio che prende le forme di una sensualità creativa e incadescente, lontana dai beceri stereotipi odierni ma che si immerge profondamente nel pozzo dei sensi e restituisce l’uomo al reame animale. A volte gli arti sono angolari e come spezzati in zoccoli e artigli, a volte morbidi e avvolgenti come le spirali di un anaconda, un duetto ricorda il rimbeccarsi amoroso degli uccelli del paradiso e all’improvviso sorge una mandria di tori, forse mitici minotauri, che pulsa scrutando l’orizzonte.

Ma non c’è solo la cifra animale: con un’alchimia preziosa questa danza è in grado anche di portare l’astrazione purissima del segno grafico, come bassorilievi bidimensionali schiacciati in una corsa sul posto, o come le psichedeliche comparse di piante aliene, entità ermafrodite e misteriose create con appendici che fioriscono a corolla attorno a braccia e gambe, quasi artigli vivi e pulsanti in una misteriosa foresta di ombre. 
Tutto ciò viene restituito in una struttura cristallina, reticolare, in cui i soli dei danzatori si accendono sotto il fuoco dei fari, ognuno particella plastica e figurale a se stante, in realtà intimamente connesso a questa miscela collettiva. Un richiamo potente che parla di una bellezza diversa che solo la distanza temporale dal debutto ha reso, a tratti, conciliante, e dice delle potenzialità di un corpo collettivo che sceglie di darsi allo sguardo come una collana di singoli.

foto di Marie Chouinard

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