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Un caleidoscopio di rapporti. Intervista con gli attori della compagnia stabile di Ert

di Altre Velocità

Poco più di una settimana fa, abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con Simone Francia, Diana Manea e Jacopo Trebbi, tre degli otto attori della compagnia stabile di ERT. Ci hanno raccontato dei progetti del gruppo; abbiamo discusso dei limiti e delle occasioni di questo periodo, di educazione al teatro, di letteratura, e dei molteplici rapporti di cui le arti performative vivono. Noi di Bologna Teatri li ringraziamo per la disponibilità.

Innanzitutto, come è nata la compagnia e quali sono stati gli sviluppi dell’originaria collaborazione con l’attuale direttore Claudio Longhi?

Simone Francia: La compagnia stabile di ERT si è costruita attorno alla figura di Claudio Longhi, che, in seguito alle sue esperienze al Piccolo Teatro e al Teatro di Roma, ha conosciuto e coinvolto ciascuno di noi in progetti correlati alle varie realtà in cui lavorava. Se lo spettacolo che ha dato forma alla matrice del gruppo è stato La resistibile ascesa di Arturo Ui, Il ratto d’Europa ha invece gettato le basi della nostra idea di “teatro partecipato”, che nella costruzione degli spettacoli pone per necessario l’uscire dalle strutture e il rivolgersi al pubblico per instaurare uno scambio diretto di competenze. Per Il ratto di Europa, progetto dedicato alla comunità di Modena in collaborazione con il Teatro di Roma, abbiamo operato in varie realtà aggregative per fornire al pubblico attività collaterali di formazione, nell’ottica di inquadrare l’argomento dell’attività, ovvero la storia e il futuro dell’Europa, con eventi, letture e “atelier”, cioè spettacoli i cui veri protagonisti, dopo un percorso di due giorni con la compagnia, sarebbero stati dei non addetti ai lavori. Spesso queste realtà aggregative cominciavano a cooperare anche in maniera indipendente dal fatto teatrale, e così vedevamo raggiunto un altro dei nostri scopi. Anche Carissimi padri, incentrato sul periodo antecedente la Prima Guerra Mondiale, è stato preceduto da un anno e mezzo di lavoro sul territorio. Solo gli attori sono andati in scena ma il pubblico, nell’assistere, aveva una consapevolezza diversa: molte persone mai entrate a teatro prima uscivano con il sorriso sulle labbra anche dopo spettacoli impegnativi. Da allora, indipendentemente dagli sviluppi della compagnia, la vocazione è sempre rimasta la stessa.

A dispetto del lockdown, siete riusciti a dare continuità ai laboratori rivolti alle scuole e finanziati dal Comune nell’ambito del PON Metro 2014-2020. Di che progetti si tratta?

Jacopo Trebbi: Nonostante i limiti del caso, grazie alla collaborazione di insegnanti davvero disponibili, ERT ha saputo dare continuità a quei rapporti invisibili che però il teatro aveva di fatto stretto all’interno del tessuto scolastico e non solo. Così sarà! La città che vogliamo era incentrato su una serie di laboratori da svolgersi nelle classi che avrebbero portato alla stesura di testi o a trasposizioni sotto forma di atelier e, ora che ci vediamo solo online, abbiamo aggiustato il tiro di conseguenza. Il progetto proseguirà fino alla primavera 2021, in un percorso articolato su tre fasi; per immaginare assieme la città del futuro, i laboratori di questa prima fase si sono concentrati sulla mappatura delle città esistenti: ogni ragazzo deve individuare delle città del mondo, reali o meno e per lui rappresentative, da mappare secondo un’accezione autobiografica oppure un interesse sociopolitico o culturale. Noi attori, col supporto di un team di collaboratori, rielaboreremo il caleidoscopio di mappature che ne risulterà per poi ampliarlo l’anno prossimo. Anche per i corsi serali di Modena e Bologna abbiamo mantenuto il contatto con gli iscritti – non in proseguimento del progetto, ma sotto forma di “parentesi d’incontro” gratuita, a disposizione di chi ci aveva dato fiducia.

Quanto è importante educare al teatro, anche nel contesto delle limitazioni imposte dall’emergenza?

Jacopo Trebbi: È una domanda che sollevano spesso anche i ragazzi. In prima battuta, l’essere stati giovanissimi spettatori di teatro ha fatto scattare in noi stessi quelle scintille che poi ci hanno guidato nel nostro percorso professionale. Il teatro nelle scuole deve essere una forma di educazione, perché è portatore di un saper stare nella società diverso da quello cui si è abituati quando si è ragazzi. Tuttavia non bisogna convincere nessuno ad andare a teatro. L’essenziale è far capire che il teatro ha diritto e dignità di esistere, e sono due cose diverse. Ci si deve concentrare più sul rapporto paritetico e di scambio che si instaura tra chi recita e chi ascolta. Si tratta di un ragionamento sottile, che va sì portato avanti, ma non come un’imposizione, scevro da un’autoreferenzialità che non gli sarebbe propria.

Per quanto riguarda le vostre letture streaming, quali criteri vi hanno guidato nella scelte dei testi? Quali chiavi di lettura consigliereste ai vostri ascoltatori?

Diana Manea: Per scrivere Le tigri di Mompracem, Emilio Salgari non si mosse, come noi ora, dalle sue quattro mura, eppure riuscì a immaginare luoghi mai visitati. L’avventura e il viaggio ci fanno evadere dallo stordimento del vivere sedentari; la storia d’amore riesce invece a far collimare il tutto. D’altronde, il mito di Sandokan appartiene a un immaginario ormai entrato nella nostra mappatura genetica: si potrebbe spegnere il video, e sarebbero ugualmente le parole a farci viaggiare. Noi comunque offriamo la nostra presenza fisica perché chi ascolta non si scontri solo con dei suoni, ma abbia la possibilità di confrontarsi con qualcuno a dispetto della solitudine in cui al momento siamo costretti. La scelta di Uno, nessuno e centomila segue la medesima direzione: in questi giorni stiamo scoprendo dei lati di noi che non conoscevamo, perché siamo obbligati a reagire a situazioni che mai abbiamo incontrato prima.

Come quest’iniziativa si innesta sul tema della stagione, “Bye-Bye ’900?”?

Diana Manea: Alla scritta “Bye-Bye ’900” segue un punto di domanda, a intendere: “salutiamo il Novecento, oppure lasciamo che il passato ci ritorni addosso?”. Spesso i fatti si ripetono, basta guardare le foto relative al periodo della Spagnola. Allo stesso modo, intellettuali vissuti cento anni fa hanno avuto una serie di intuizioni per noi preziose: Salgari, Verne, seppur nell’immaginario, hanno inventato il futuro; i primi del Novecento sono stati forieri di cambiamenti radicali. È utile recuperare quel bagaglio proprio per capire meglio l’oggi.

In merito alla messa in onda delle mise en espace a tema “teatro e filosofia”, com’è stato ripensare gli spettacoli nell’ottica di trasmetterli durante questo periodo?

Simone Francia: Il Collegio San Carlo si occupa di studi filosofici da anni: la nostra compagnia ha drammatizzato i testi proposti per renderne comprensibile un linguaggio a volte complesso. Il nucleo del progetto ruotava attorno alle opere di Platone, poi gli orizzonti si sono estesi per esempio in occasione di ricorrenze, come quest’anno con il cinquantenario dall’allunaggio. La volontà di riprenderne i filmati ha avuto una duplice valenza. In primis, volevamo far fronte alla chiusura dei teatri, dimostrando che ERT si sarebbe posta in maniera attiva rispetto al problema lockdown. I prodotti erano compatibili con le richieste della Regione e di EmiliaRomagnaCreativa perché documentati integralmente. Certo, riguardarli, e sentir pronunciare adesso e ad alta voce quei testi fa capire che certe cose possono essere dette, seppur con declinazioni diverse, in tutti i tempi: la situazione è inedita, ma i problemi ai quali questi pensatori cercavano di dare risposta ricorrono nella vita indipendentemente dalle cause che li hanno generati, siano esse guerre, pandemie o eventi simili.

Tutti questi progetti ruotano attorno a riflessioni di vario genere su dei testi di letteratura. Fino a che punto è lecito parlare di teatro in termini letterari?

Diana Manea: Io ho avuto la fortuna di avere tra i miei maestri Luca Ronconi, un grandissimo regista che ha fatto della letteratura teatro, sfidando varie barriere di genere. A teatro tutto è concesso. Che il teatro si modifichi è la sua meraviglia. Il teatro però nasce necessariamente in presenza, nel momento in cui esistono un pubblico e un attore, e si crea un rapporto tra queste due realtà: se chi ascolta riceve delle emozioni, anche chi recita percepisce una presenza determinata – ogni sera uno spettacolo cambia perché entrambi, attore e spettatore, cambiano. Adesso dobbiamo sopperire alla mancanza di questo rapporto. Credo sia importante non smettere di lavorare per conservarlo: è necessario che ci sia un dialogo continuo anche e soprattutto nei momenti in cui tutto sembra remarci contro. Noi attori, inoltre, abbiamo l’occasione di sperimentare una palestra, perché purtroppo non possiamo ricevere, al di là dello schermo, un riscontro immediato.

Come si svolgono le “Classroom Plays”? In che modo il teatro può sconfinare da un ambito dichiaratamente finzionale nella realtà? Che tipo di riscontro in merito avete ricevuto da questi ragazzi che hanno assistito a delle lezioni spettacolo direttamente nelle loro classi?

Jacopo Trebbi: Le Classroom Plays sono delle rappresentazioni che da due anni, grazie alla drammaturgia di Davide Carnevali, avvengono nelle classi con la complicità degli alunni. I ragazzi escono dall’aula e non sanno cosa vedranno quando rientreranno. Noi intanto ci travestiamo e disponiamo dei semplici oggetti di scena. Durante lo spettacolo alterniamo poi momenti in cui entriamo in personaggi a situazioni di rapporto diretto con i ragazzi. Alla fine dell’evento, chiediamo le loro opinioni. Spesso ci è stato detto: «Ogni volta che rientrerò in classe, mi verrà in mente come voi l’avete trasformata». Noi non facciamo un lavoro sullo spazio, ci limitiamo a viverlo per com’è. È più il clima che si crea con i ragazzi a operare una trasformazione dello stare a scuola. Credo che il teatro abbia bisogno di essere svecchiato in questo senso, per stare al passo con tempi: andare a teatro significa instaurare una molteplicità di rapporti, un rapporto mio con la città, mio con l’edificio, mio con la comunità, mio con gli attori. Quando si fa teatro fuori dal teatro bisogna valorizzare il rapporto attore-spettatore, perché tutti gli altri rapporti sono già dati, mentre noi rappresentiamo l’elemento di novità, un nuovo rapporto.

Quali sono le prospettive future della compagnia, al di là ma anche in relazione a questo periodo?

Simone Francia: Sicuramente rifletteremo sul significato del nostro mestiere, soprattutto perché adesso siamo costretti a sostituire l’atto fisico con l’atto del pensiero. Idee per l’estate e per la prossima stagione ce ne sarebbero, ci stiamo arrovellando sulle strade da seguire, ma finché non abbiamo una certezza di azione, possiamo solo ragionare per ipotesi. D’altronde, tutta la compagine teatrale ha questo problema: fermi non siamo capaci di stare, difetto, pregio o condanna che sia. Stiamo cercando di essere presenti, ma non vogliamo mostrarci a ogni costo. Non critico chi desidera dare un contributo, ma certe produzioni possono sembrare eccessive. ERT cerca come sempre di coltivare la relazione con il pubblico, anche perché fortunatamente è il pubblico a chiedere di noi. Siamo in un limbo d’attesa, per ora navighiamo a vista e cerchiamo di fare il nostro meglio.

Elisa Ciofini

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