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Tropicana: di cosa parla veramente una canzone?
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 7 Gennaio 2019 0 commenti 20 minuti di lettura
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Tropicana funziona. Per usare una terminologia che ritorna più volte in scena, Tropicana – lo spettacolo di Frigoproduzioni presentato a Castrovillari nel 2017 e riproposto recentemente anche al Festival 2030 – “funziona”. Scorre liscio su un’architettura drammaturgica sempre riconoscibile ma stratificata, alterna con sapiente dosaggio momenti di dirompente comicità a dialoghi surreali e stranianti, imbastisce un raffinato gioco di specchi fra realtà (realtà della vita dei protagonisti, ma anche realtà della cultura italiana come “fenomeno storico”) e teatro (che è innanzitutto sinonimo di finzione, ma in secondo luogo significa sistema del teatro, industria dello spettacolo).
Tra l’altro, sarebbe interessante capire quando e come ha iniziato a diffondersi l’utilizzo di questo verbo, andando a indicare un principio di prestazione e massima efficacia in svariati campi. “Funziona”, ovvero gira, “acchiappa”, è fatto come non poteva essere diversamente. Forse ha avuto origine proprio in quegli anni ‘80 passati alla storia (o, forse, a questo punto sarebbe meglio dire entrati in un particolare tipo di narrazione) come periodo del riflusso, un periodo in cui il mondo della cultura iniziava a confermarsi a certe logiche pubblicitarie e comunicative e da cui prende peraltro spunto lo spettacolo Tropicana. Quindi “funziona”, cioè fa successo. Può essere uno slogan, una strategia d’intrattenimento o – per traslare all’oggi – un post Facebook: viene visualizzato, viene condiviso, prende tanti like, e tant’è. È appunto funzionale, anzi funzionante, rispetto a un determinato obiettivo. Ma, allo stesso tempo, è anche il segno di una “aderenza astrattiva”. Cioè, passa spesso a indicare un qualche rapporto con l’ineffabile, con il mistero della riuscita. Quel particolare verso, un passaggio (anti-)narrativo o una scena all’apparenza ingiustificata “funzionano” perché tradiscono tutti i codici finora conosciuti, eppure esprimono con chiarezza lampante l’inevitabilità del tradimento. Rendono evidente il “limite dell’incomprensione”, di cui però – grazie a meccanismi inspiegabili – facciamo una comprensibile e ragionevole esperienza.
Tropicana, in qualche modo, parla anche di questo. O meglio, si colloca nella frattura di una simile ambiguità. Dicevamo, prende spunto dagli anni ‘80 poiché costruisce l’intero spettacolo su una canzone che potrebbe facilmente racchiudere l’essenza del periodo: il singolo del misconosciuto Gruppo Italiano è, con la sua orecchiabilità e le sue sonorità a ritmo calypso, un inno alla spensieratezza e alla voglia di evasione. Frigoproduzioni gioca con un mescolamento di identità. Gli attori si presentano come i componenti della band autrice del brano Tropicana, ma sono evidentemente anche la compagnia che quarant’anni dopo mette in scena uno spettacolo omonimo. Tanto che a un certo punto si rivolgono direttamente al pubblico per chiarire: «Noi non siamo il Gruppo Italiano!». L’avete capito, no? Eppure, non sembrano sicuri neanche loro, gli attori, perché troppe sono le analogie con il gruppo musicale: giovani (per i criteri dell’industria spettacolare), schiacciati dal dovere del successo, in precario equilibrio interno per aspirazioni divergenti o dissapori. Destinati comunque al successo, poiché arguti e in connessione con lo spirito del tempo, ma al successo proprio delle meteore, giusto lo spazio di una breve illuminazione come breve è il nostro rapporto con uno spettacolo che sembra pensato per folgorarci in un lampo e lasciare dietro di sé solo scie.

Ma c’è un equivoco di fondo. La canzone Tropicana, almeno se si analizza il suo testo, non è un inno alla gioia e alla spensieratezza. Nella prima parte dello spettacolo, gli attori sono presi appunto dal “confezionamento” del brano. Si discute di quale musica e ritmo sarebbero più appropriati per la storia che si racconta. Francesco Alberici (che nella finzione è l’autore del testo sia della canzone che dello spettacolo) parla di come sotto ci vedrebbe bene un “crescendo elettronico e angosciante”. Daniele Turconi, che impersona il chitarrista e arrangiatore del gruppo (il più attento alla possibile “vendibilità” del pezzo), gli risponde che lui aveva invece pensato a delle sonorità caraibiche, un ritmo calypso leggero e incalzante. Tanto è una canzone estiva, no? Stiamo descrivendo un’isola, dei balli… Ma come? Ma avete capito quello che c’è scritto? C’è qualcuno che lo ha letto, il testo? E qui Alberici sembra rivolgersi più al pubblico in sala che ai propri “compagni di palco”…
In effetti, se si presta un poco di attenzione, ci si accorge di come Tropicana sia un piccolo racconto distopico. I protagonisti stanno ballando su un’isola e al ritmo di un’orchestrina jazz, questo sì, intanto però c’è un vulcano che erutta. La lava scorre e scioglie tutto ciò che incontra sul proprio cammino, mentre come se non bastasse arrivano anche un uragano e un’esplosione atomica. La canzone di Gruppo Italiano è al cento per cento una “cartolina dall’apocalisse”!
Ma l’elemento ancora più dissonante è che nessuno dei personaggi sembra accorgersi di quello che sta accadendo. I felici e spensierati protagonisti del testo continuano a ballare e la loro attenzione è interamente catalizzata dal televisore che recita il ben noto ritornello: «Bevila perché è Tropicana, ye».
Frigoproduzioni rende sempre più evidente nel corso dello spettacolo come il brano, che spesso viene derubricato a superficiale hit estiva, sia in realtà una critica spietata (in forma di parodia estremizzata) alla società dello spettacolo. Siamo sull’orlo della distruzione completa, ma il potere pervasivo dei media (della pubblicità, del comfort, del divertimento generalizzato, dell’american dream… qua ci possono entrare veramente tante cose) è talmente forte che neanche ce ne accorgiamo. Peggio, scegliamo di non accorgercene per lasciarci sedurre dalle sirene del marketing che ci vendono un benessere fasullo.

Come dice lo stesso Alberici in un’intervista, Tropicana ha insomma «un contenuto nero sotto una confezione colorata e brillante». E lo spettacolo di Frigoproduzioni vuole appunto far uscire questo contenuto nascosto, questa ombra. Perché è qualcosa che parla a tutti noi: dice di un disagio diffuso, tradisce l’ansia di prestazione che sta al fondo dell’inconscio collettivo, mostra il motore oscuro delle nostre società dell’abbondanza, tutt’altro che serene e invece al limite dell’isteria.
Per condurci in questi territori, la compagnia milanese escogita un meccanismo tutto sommato molto semplice ma estremamente efficace. Costruisce una meta-narrazione del testo di Tropicana, che si dispiega in maniera perfettamente mimetica rispetto all’andamento del brano. In una delle scene iniziali vediamo gli attori fermi (due in piedi e due seduti) in posizioni di tre quarti, mentre una luce gialla li illumina frontalmente. Sono come “stregati” da questa luce, come ipnotizzati dal suo calore (che è in effetti il calore dell’esplosione, che è la seduzione della tele che passa spot…). Alberici racconta di aver fatto un sogno, dove loro si trovavano su un’isola a ballare eccetera eccetera, fino a chiedersi collettivamente: «Ma voi come ve la immaginate la Fine?». Facile capire il prosieguo.
È come se alcune scene dello spettacolo “magnificassero” il contenuto letterale della canzone. Dopodiché altre scene riprendono la canzone vera e propria, mostrandoci come gli attori, in fondo, non stanno aggiungendo niente: è tutto lì, nel testo e nelle parole di una hit anni ‘80 di tre minuti e mezzo. Anzi, stupisce proprio la fedeltà di Frigoproduzioni a Gruppo Italiano (e infatti, dicevamo, a un certo punto hanno l’esigenza di specificare – al pubblico o a se stessi? – che in realtà non sono Gruppo Italiano).
Complice questa astuzia drammaturgica, complice il disteso “spazio percettivo” che offre il teatro, sentiamo finalmente tutta l’inquietudine delle immagini evocate e ci incazziamo con noi stessi per non essercene accorti prima (ma anche qua, forse come per l’apocalisse, è troppo tardi). Gli attori non fanno che pungolarci: per quarant’anni abbiamo ballato questa canzone senza capirci niente, ci ripetono impietosi. E Tropicana non è certo l’unica cosa che ci ha tratto in inganno. Chissà quanti altri brani, libri, messaggi che continuiamo a travisare, perché deconcentrati in dettagli insignificanti. Chissà se questa seduzione per le “forme leggere e veloci” non stia cambiando la stessa nostra visione generale del mondo. Frigoproduzioni si aggancia così alle tematiche di cui si compone anche Overload di Sotterraneo: il sovraccarico di stimoli, l’eccesso di dati e fonti di informazioni sta riducendo la capacità di attenzione del genere umano? E in effetti, guardando Tropicana, ci sentiamo a un certo punto consapevoli che c’è qualcosa che non va e cionondimeno noncuranti, appunto ebeti e contenti (per usare una bella espressione di Rodolfo Sacchettini a proposito dello spettacolo di Sotterraneo).
L’idea, affascinante e anticipata nelle scene iniziali, è che la Fine non sia in fondo un avvenimento tragico e roboante, l’esito ultimo di uno scontro fra forze titaniche e opposte, ma quasi un inciampo, l’effetto di una leggera distrazione (leggera ma di massa). Una distrazione, piccola ma irresistibile, dal reale (quale poi in fondo è l’arte?), per cui durante l’apocalisse staremo – con legittimo piacere – davanti alla TV: «Dimmi, dimmi, non ti senti come al cinema?».

La forza di Tropicana sta proprio nel far convergere verso una medesima logica narrativa questi due elementi, che appaiono in contraddizione: il principio di distrazione (o forse, il desiderio di distrazione), il continuo salto fra stimoli diversi, con un intreccio drammaturgico che però procede su binari ben riconoscibili e non lascia quasi mai scampo. I dialoghi e i monologhi dello spettacolo sono infatti quasi sempre imperniati sul proprio stesso fallimento. Gli attori, cioè, si lanciano il più delle volte in discorsi che girano a vuoto, in ragionamenti che si ingolfano e si “incartano” tanto che alla fine la suspense è data dall’attesa per l’errore, per la parola che conflagra su se stessa, più che dall’apprensione per lo sviluppo degli eventi. E così noi, attraverso quello degli attori, sperimentiamo l’ingolfamento del nostro pensiero. Che cosa stiamo osservando esattamente? Tropicana non cessa di evocare questioni ultime: l’apocalisse, il riflusso, la spietatezza del mercato, l’individualità che si annulla nell’arte. Eppure, e in questo sta forse la maggiore intelligenza dello spettacolo, ci tiene incollati a ciò che sembra esservi di più futile: il testo (peraltro mai ascoltato con attenzione) di una canzonetta. È come se fossimo costantemente chiamati a divergere, a distrarci, dal focus centrale ma una tale distrazione non ci venga mai concessa del tutto. Più seguiamo Frigoproduzioni nello smontare pezzo per pezzo il brano di Gruppo Italiano, più sentiamo che la terra sotto i nostri piedi si sgretola e cadono certezze. Capiamo, infine, di essere vittime di un grande abbaglio. Ed ecco che è proprio questa impossibilità di distrazione, nell’ambito finzionale, a chiamare in causa – di contro – la nostra incapacità invece di sfuggirvi nella vita reale. Contenti come spettatori, ma ebeti una volta usciti da teatro?

Frigoproduzioni approfondisce ancora di più tale dinamica. Anzi, sembra a tratti fornirle una rassicurante giustificazione. C’è infatti tutto un secondo piano del discorso, che ha un suo sviluppo parallelo a quello più prettamente meta-teatrale (e meta-musicale). Come dicevamo, gli attori sono allo stesso tempo i componenti di Gruppo Italiano e loro stessi. Non tanto per una scelta drammaturgica, quanto per effettive analogie esistenziali e artistiche. Sono all’inizio di una carriera promettente e si sentono braccati dall’esigenza di “fare colpo”, dalle esigenze del successo. Sanno che, almeno in una certa misura, devono tradurre le ossessioni e le ispirazioni più intime nel linguaggio del mercato. È questo dilemma a essere, in fondo, uno degli argomenti centrali dello spettacolo.
Quindi esiste, in realtà, un nocciolo di “dramma”, una dialettica fra forze opposte. È quella cui accennavamo all’inizio, quando gli attori (pardon, i membri di Gruppo Italiano) discutono di come “confezionare” musicalmente il testo della canzone. Alberici, l’autore, vorrebbe rispettarne lo spirito e ricalcarne, attraverso l’arrangiamento sonoro, la componente satirica e angosciante. Ma così non “sfonderà” mai, si impone il chitarrista. Serve un ritmo trascinante e accessibile a tutti, magari che strizzi l’occhio ad atmosfere esotiche e alla voglia di vacanza. Insomma, alla fine di questo conflitto vince il mercato. È evidente allora come la critica al consumismo contenuta in Tropicana sfugga di continuo: è ben sepolta sotto un ritornello volutamente stupido e incalzante, sotto un groove rotondo che fagocita tutto il resto. Non è colpa nostra, dunque: c’è un sistema che sbiadisce le provocazioni e neutralizza qualsiasi attacco.
Ma attenzione: è vero che l’arrangiamento proposto (e quello che c’è effettivamente nella canzone) rappresenta una scelta facile e accattivante, una sottomissione – possiamo dirlo – all’esigenza di vendibilità del pezzo. Tuttavia, ci mostra lo spettacolo, ciò risponde anche a genuine necessità di chiarezza formale e di “abbassamento dell’ego”. Frigoproduzioni, a un certo punto, inscena un’ipotetica “sala prove”. Claudia Marsicano, la cantante, nel ripassare il brano si esibisce in vocalizzi e gorgheggi decisamente eccessivi e autoreferenziali. Il chitarrista allora sbotta: «La devi cantare dritta!». In un altro momento, anche l’autore Alberici confessa come molte volte ci si innamori delle proprie parole, a costo di sfociare nel soliloquio e di non essere più capiti.
Quello della “confezione”, anzi del “confezionamento”, potrebbe sembrare un problema secondario, ma è invece un terreno su cui si giocano le maggiori contraddizioni, soprattutto a teatro! Non a caso, la scenografia dello spettacolo Tropicana è un onnipresente green screen che ricopre i tre lati del palco. È come se Frigoproduzioni fosse talmente indecisa rispetto alla veste da dare all’opera, che la scelta finale è quella di mostrare l’indecisione stessa: tie’, sceglietevelo voi cosa mettere sullo sfondo, componetevi come meglio credete il contesto.

Il fatto è che Tropicana, la canzone, va presa così com’è. Impossibile disgiungere il testo dalla musica. La hit di Gruppo Italiano non parla di un incubo a discapito delle sonorità allegre e leggere, ma proprio perché possiede questa componente accattivante e superficiale. Tuttavia, lungi dal rappresentare un’aspirante critica del consumismo distorta dalle logiche commerciali, è invece il sintomo di una sensibilità nuova, che andava nascendo proprio in quegli anni. Su Rinascita del novembre 1983 se ne accorgeva Roberto Roversi, che al brano (e al suo “gemello” Vamos a la playa) dedicava un acuto articolo:

«La catastrofe atomica (tante volte promessa) è già sopravvenuta, noi siamo i superstiti di questa catastrofe. Quindi non è più in atto il terrore dell’attesa e il conseguente impegno per prevenirlo. Ogni azione è conclusa, ogni progetto è annientato, ogni parola bruciata. Non c’è più nulla da raccontare, in quanto tutto è già stato visto. Per questo le due canzoni sono “terribili” per l’assenza e non “catastrofiche” per la violenza, perché non promettono ma constatano; e si appoggiano a relitti o reperti archeologici che galleggiano su un mare ancora ribollente, ma che si sta progressivamente quietando, dopo non una sola, ma dopo le esplosioni atomiche di una guerra; Le parole cantate si capiscono male; arrivano a spizzichi, a intermittenze, sono tanti piccoli bagliori/segnali accesi, spenti».

L’articolo si intitolava, significativamente, Le canzonette dell’ultima spiaggia. L’“ultima spiaggia” non è, semplicemente, l’opzione B o C. È, più alla lettera, l’unica spiaggia rimasta, concreta o metaforica che sia, ovvero la situazione in cui non ci sono più alternative (come può essere appunto l’eruzione di un vulcano su un’isola o l’apocalisse nucleare). Ma non solo: è anche la sensazione di sollievo che può accompagnare una situazione siffatta.
L’anno successivo all’uscita di Tropicana e Vamos a la playa, veniva pubblicato negli Stati Uniti il saggio di Christopher Lasch L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti. Leggiamo dall’introduzione:

«Gli uomini hanno perduto ogni fiducia nel futuro. Posti di fronte a fenomeni come la corsa agli armamenti, l’aumento della criminalità e del terrorismo, il progressivo deterioramento dell’ambiente naturale e la prospettiva di un prolungato declino economico, hanno cominciato a prepararsi al peggio, in casi estremi spingendosi sino a costruire rifugi antiatomici e accumulando provviste, ben più spesso mettendo in atto una sorta di ritirata emotiva di fronte a impegni a lungo termine, che presupporrebbero un mondo stabile, sicuro e tranquillo. Benché fin dalla seconda guerra mondiale la distruzione totale dell’umanità sia apparsa un’eventualità tutt’altro che remota, il senso di pericolo è notevolmente cresciuto negli ultimi vent’anni, e non solo perché le condizioni sociali ed economiche sono diventate oggettivamente più instabili, ma anche perché la speranza in una soluzione politica, in una riforma dall’interno del sistema politico, è bruscamente tramontata. Questa speranza in un’azione politica capace di rendere via via più umana la società industriale ha alimentato la determinazione a sopravvivere al generale sgretolamento o, meno enfaticamente, a proteggere la consistenza della propria vita di fronte alle crescenti pressioni esercitate dall’esterno. […] In stato d’assedio l’io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità e […] l’occuparsi di se stessi, tanto tipico ai nostri giorni, assume il significato di una sollecitudine per la propria sopravvivenza psichica».

Quella che lo studioso americano chiamava in un altro suo famoso saggio “cultura del narcisismo” non deriva quindi da una sopravvalutazione del proprio io, da una sensazione di individualità sovrana. Tutto al contrario, è l’espressione di un “io assediato”, che trova nel ripiegamento personale l’unica strategia esistenziale possibile, dal momento che la sua capacità di incidere all’esterno è oramai azzerata.

La “sensibilità nuova” da cui proviene Tropicana è appunto quella mentalità della sopravvivenza che si traduce in narcisismo, dunque – almeno per alcuni dei suoi risvolti “pratici” – in edonismo. La hit di Gruppo Italiano esprime una contraddizione veramente lacerante: la consapevolezza che la catastrofe sia inevitabile è qualcosa di “terribile”; ma, al tempo stesso, reca anche un certo sollievo, una strana vertigine: quella della de-responsabilizzazione totale nei confronti del futuro (che tanto sappiamo non esserci più). L’arrangiamento allegro e spensierato, quel ritmo calypso che tanto ci sembra stridere con il significato letterale del testo, è in realtà la manifestazione chiara e profonda di questo piacere (meglio, di questa piacevolezza). La piacevolezza di potersi occupare dell’io senza senso di colpa alcuno verso la collettività, di potere coltivare il proprio personale orticello (anche quello del successo artistico, perché no?), visto che comunque non vi è realisticamente altro da fare.
Se esiste un dubbio che lascia lo spettacolo di Frigoproduzioni, riguarda proprio la parziale omissione di una tale dinamica inconscia. Il conflitto che vivono i protagonisti non è solo quello della contrapposizione fra genuine urgenze artistiche ed espressive di fronte alle esigenze del mercato e del successo. È, a suo modo, anche un “dramma” tutto interno e psicologico: la consapevolezza che il “narcisismo” sia un rischio sempre presente, che il cosiddetto mercato – lungi dal rappresentare semplicemente un campo di forze del tutto alieno e autonomo – è anche la risultante di nostri spontanei e profondi bisogni. Perché abbiamo ballato la canzone Tropicana per quarant’anni senza capirci niente del testo? È la nostra soglia di attenzione che si avvicina a quella di un pesce rosso? È il fatto che la pubblicità e il marketing ci hanno plagiato il cervello? Tutt’altro. È perché il brano di Gruppo Italiano coglie un nostro desiderio profondo e ineludibile, un bisogno assolutamente umano. Che non è quello di distrarci dall’apocalisse imminente, ma di concepire l’apocalisse come una suprema distrazione.
E qui si arriva alla seconda “sotto-categoria di dubbi” che può lasciare lo spettacolo Tropicana. Perché, in maniera implicita, il lavoro di Frigoproduzioni ha anche una componente generazionale. L’evidenza con cui le biografie e le personalità degli attori sono messe in gioco ci fa capire che si sta parlando soprattutto di una particolare fetta di “classe creativa”, quella che si aggira attorno ai 25-30 anni e intraprende il proprio percorso all’interno del teatro di ricerca. In questo senso, quanto è legittimo evocare – seppure attraverso un oggetto culturale molto “leggero” quale è la canzone di Gruppo Italiano – lo scenario catastrofico e apocalittico come metafore dell’ambiente artistico in cui ci si ritrova ad agire? Lo diciamo senza voler muovere una critica diretta a uno spettacolo che legittimamente parte da uno spunto di questo tipo e che, ancor più legittimamente, gli resta fedele nel corso dello sviluppo drammaturgico. Tuttavia, la rileviamo come una tendenza spesso presente in manifestazioni e iniziative che cercano di porre al centro una “questione giovanile” (prendiamo giusto gli ultimi due titoli del Festival 20 30: Catastrofe e Salto nel vuoto…). Viene il dubbio, cioè, che tratteggiare catastrofi e apocalissi sia a volte più una forma di auto-indulgenza e de-responsabilizzazione (in virtù del meccanismo psicologico che si descriveva in precedenza), che una maniera decisa e forte di criticare il presente.

A ogni modo, Tropicana rimane uno spettacolo importante. Perché coglie un umore diffuso, e perché lo fa chiamando in causa una “origine culturale” mai veramente esplorata sino in fondo quando si tratta di voler spiegare la contemporaneità. L’inconscio nascosto di tanto pop italiano (anni ‘80 e non) è un patrimonio inesauribile di dissenso latente, di divergenza implicita: basti pensare a una parabola come quella della “voce dimenticata” di Giuni Russo, che sotto a incalzanti melodie estive proponeva eretici messaggi di emancipazione erotica e sessuale.
Oppure, il lavoro di Frigoproduzioni è semplicemente l’esplicitazione di una logica intrinseca all’atto teatrale. Che cosa resta, una volta risalita l’intera catena di possibili significati e significanti? Qual è il messaggio ultimo che sorregge ogni opera artistica? Di che cosa parla veramente una canzone?, si chiedevano i Tre allegri ragazzi morti in un loro brano di qualche anno fa, e non potevano che rispondersi: «Del piacere che ho provato / a stare oggi assieme a te». Aggiungendo però subito: «Dentro al letto, sopra al letto / col futuro che non c’è». Ovvero, l’annullamento del domani come principio di convergenza del desiderio. Ovvero il teatro, dentro e sopra Tropicana: un’apocalisse necessaria.

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