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Tre spettacoli e qualche domanda intorno a NID 2019
di Gianluca Poggi Valeria Venturelli pubblicato in Approfondimenti il 20 Novembre 2019 0 commenti 10 minuti di lettura
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Nel difficile ambiente della cosiddetta “nuova danza”, che fatica a trovare una rappresentazione nel teatro istituzionale e uno spazio nei cartelloni, una piattaforma sostenuta da Mibact, Regione Emilia-Romagna e Comune di Reggio Emilia si propone come una delle possibili strade per promuovere il dialogo tra produzione e programmazione, offrendo allo sguardo di operatori nazionali e internazionali uno spaccato del panorama della danza contemporanea italiana, tra compagnie affermate e giovani emergenti.
Dalla sua prima edizione nel 2012, la NID (New Italian Dance Platform) si è via via affermata come luogo di mediazione in un Paese in cui, fatto salvo ecosistemi a sostegno della giovane danza d’autore come Rete Anticorpi XL – non a caso tra i partner della rassegna reggiana – la danza contemporanea è quasi del tutto assente dalla programmazione istituzionale. Così, ad esempio, affianco agli spettacoli autoriali, selezionati da una commissione internazionale tramite bando pubblico, troviamo le progettualità di quattro Centri di produzione della danza (DANCEHAUSpiù, Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, Compagnia Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà Danza). Se la NID rappresenta, in questo senso, un tentativo dall’interno di apportare elementi di innovazione al sistema, resta difficile apprezzare quanto questa “vetrina della danza” sia in grado di scalfire gli alti steccati che ancora persistono in gran parte della programmazione teatrale, ancora soggetta a delimitazioni di genere che vedono sovrapporsi il “classico” al classista.

Sono senz’altro diverse le occasioni concepite per favorire lo sviluppo di reti di collaborazione e co-produzione: dalla possibilità offerta agli operatori di dialogare direttamente con le compagnie in appositi corner allestiti al NID Point ospitato allo Spazio Gerra, alle sessioni Open Studios – volte a presentare progetti ancora nel vivo del processo creativo – segnalando così un’attenzione crescente della NID stessa nei confronti della sensibilità diffusa per la dimensione progettuale rispetto al prodotto spettacolare finito.

All’interno degli spazi di Fonderia – Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, in condizioni acustiche e luminose avverse si susseguono così la ricerca visuale e gestuale attorno all’osceno di Opacity#5 di Salvo Lombardo, le sperimentazioni di coreografia acefala di Pastorale di Daniele Ninarello, composizioni corali che si innestano nella memoria collettiva di una comunità come in Annotazioni per un Faust/Evocazioni di Tommaso Monza e Claudia Rossi, ma anche affondi satirici tra parossismo del comico e canto civile in Les Misérables di Carlo Massari, celebrazioni dell’estetica Punk Rock con Punk. Kill me please di Francesca Foscarini e Cosimo Lopalco, così come indagini attorno a generazioni della danza a confronto in Grandprix di Giuseppe Vicent Giampino e infine dialoghi con lo spazio nelle forme dell’abitare in Home di Daniele Albanese e della connessione col paesaggio in Elegia (o delle cose perdute) di Stefano Mazzotta.
Venti minuti per lanciare al pubblico di osservatori qualche lampo di intuizione, per indicare la propria poetica e lasciar scorgere il proprio metodo nella ricerca dentro e fuori dal palco; ma anche per provocare l’interessamento di operatori e sostenitori per le fasi successive della creazione e della produzione. In questo spazio grigio, in cui valutazioni e giudizi si rivelano necessariamente prematuri, sorge qualche interrogativo: quanto conviene esporre a una platea esclusiva ma decisamente ampia uno stadio ancora così fragile della creazione artistica? Quale influenza esercita l’eventuale sostenitore intervenendo in una fase ancora iniziale della ricerca? Può forse questo modello rappresentare un’effettiva alternativa produttiva, in cui alla logica dei bandi si sostituisce quella del mecenate, se non del committente? L’impressione è che in definitiva anche la sezione dedicata agli Open Studios penda più dalla parte della produzione che non da quella della ricerca artistica, offrendo agli artisti selezionati la chance di partecipare all’esposizione, piuttosto che un’occasione di confronto e contaminazione pubblica con la platea di osservatori.

Bad Lambs di Michela Lucenti

Sui palchi del Teatro Valli, dell’Ariosto e della Cavallerizza va intanto in scena la proposta centrale della NID, seguita con interesse da più di 350 operatori accreditati e con una partecipazione eccezionale dall’estero che sfiora la metà degli osservatori. Tra gli appuntamenti in programma si alternano spettacoli già affermati in Italia e all’estero e debutti illustri: è il caso di Bad Lambs di Michela Lucenti.
Dall’alto del proscenio, cinque figure in controluce attendono che gli spettatori prendano posto. Tra loro, Giacomo Curti su una sedia a rotelle, Giuseppe Comuniello, non vedente, e Aristide Rontini, privo di un braccio. Fin da questa prima scena spalancata sulla platea, lo spettacolo si distingue tra le proposte – insieme a Seeking Unicorns di Chiara Bersani – per la presenza di una forte componente drammaturgica-narrativa, sviluppata attraverso le possibilità espressive di corpi “non conformi”: al nucleo stabile della compagnia Balletto Civile si aggiungono infatti tre performer con disabilità, che hanno sperimentato con la coreografa e i danzatori in un processo di ricerca e creazione artistica di armonia tra corpi diversi. Tutto parte da una storia: quattro uomini, membri del “Circolo dei poeti maledetti e scapestrati”, sono coinvolti in un incidente stradale. Il maestro Emilio Vacca alla guida perde la vita, mentre i restanti subiscono evidenti conseguenze fisiche e psicologiche. Dramma e realtà si uniscono – carica di significati la scelta di dare ai personaggi i nomi stessi dei performer – e la disabilità reale degli attori in scena s’inserisce nella finzione drammaturgica. Il risultato è uno spettacolo che affronta il tema della resilienza rendendo labili i confini tra finzione e realtà, che non nasconde ma piuttosto rivela l’alterità di corpi autentici e proprio per questo carichi di una forza drammatica imprevedibile. Ma è anche, e soprattutto, una narrazione fisica e testuale che mostra efficacemente la rabbia e la guerra che tutti noi affrontiamo durante l’elaborazione del lutto, attraverso una danza feroce e spietata controbilanciata da una drammaturgia non banale e ricca di effetti comici. Alla coreografia di Lucenti, in scena nei panni della sorella di Emilio, si affiancano la drammaturgia di Carlo Galiero e le installazioni video di Giorgina Pi.

Avalanche di Marco D’Agostin

Se nell’opera di Lucenti la drammaturgia testuale è funzionale alla creazione di una storia, la parola svuotata del suo valore semantico e considerata nelle sue implicazioni ritmico-sonore è uno degli elementi ricorrenti di gran parte della danza della quinta edizione di NID. Spicca tra tutti Avalanche di Marco D’Agostin, vincitore Premio Ubu 2018 come miglior performer under35: il suo è un approccio originale alla parola e al rapporto tra partitura testuale e movimento. Questa non si limita a scandire il ritmo entro il quale sviluppare la coreografia, ma la determina. Se da un lato il gesto sembra essere mosso dalla volontà di afferrare ciò che il linguaggio non riesce a esprimere, dall’altro il testo pesa sui corpi dei danzatori come un macigno: corpo e mente uniti, si avventurano alla ricerca accanita e tormentata di un esito, di una fine. La performance elabora una visione del corpo come custode della memoria, a partire da una riflessione sui concetti di accumulo, archivio e infinita tendenza all’enumerazione come cifra dell’uomo contemporaneo, in una prova di precisa costruzione della parola e del gesto costellata di mordente ironia. I protagonisti, un uomo e una donna (Marco D’Agostin e Teresa Silva) vestiti con una tuta blu da operaio, occupano una scena vuota, sono «Atlanti che camminano all’alba di un nuovo pianeta» – leggiamo nelle note di regia. Il testo si spezza, si frantuma in un paesaggio neutro, la sintassi declina in un accumulo di segni, di lingue diverse che si sovrappongono in un dialogo impossibile, riflesso del vuoto dei discorsi di argomenti vacui. Cosa resta dell’uomo, dopo che tutto è già stato detto, tutto dimenticato? Dopo che anche l’ultimo archivio è andato perduto? Frammenti di un testo, jingle televisivi, nomi propri di persone che mutano in nomi di Stati, canzoni pop, arie liriche… soprattutto gesti e movimenti, scoperti per la prima volta, come da esseri umani orfani di una tradizione millenaria, mentre muovono i primi passi su un nuovo pianeta.

È un’interrogazione ricorrente della tradizione, quella a cui assistiamo nei quattro giorni della NID, con un approccio interdisciplinare che spazia dall’arte visiva moderna alla contemporanea, come la scultura di Antonio Canova che ispira Graces di Silvia Gribaudi ma anche delle opere cartografiche del pittore catalano Jorge Pombo in Lost in di Aterballetto; dalla musica novecentesca (in VN di Cristina Kristal Rizzo, la musica di Schoenberg funge da incipit per articolare una danza viscerale) alla letteratura classica (tra i tanti, ricordiamo i rimandi a Ovidio in Metamorphosis di Virgilio Sieni, o al De rerum natura di Lucrezio nell’omonimo spettacolo di Nicola Galli) ai codici recitativi del Cinque-Seicento.

Harleking di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi

È quest’ultimo il caso di Harleking di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi, duo artistico nato nel 2008 che da oltre dieci anni porta avanti la propria ricerca tra l’Italia e l’estero nell’ambito della danza, della performance e dell’arte visiva. Lo spettacolo – tra i più riusciti e apprezzati per qualità estetica e ingenza di significati – testimonia un lungo e approfondito lavoro di ricerca sul corpo a partire dall’arte grottesca e dalla tradizione teatrale della commedia dell’arte. Due figure stagliate nella luce ridono convulsamente, di un riso soffocato ed esasperato che si confonde con il pianto. Sembrano annaspare alla ricerca di aria, mentre i loro corpi si modellano sull’espressività buffonesca degli Zanni della commedia dell’arte. Disegnano con gesti precisi linee ispirate ai motivi ornamentali della grottesca, contraggono i volti in maschere, compongono un loop visivo e sonoro ipnotico nel quale i movimenti si ripetono sempre più lentamente, dando vita a un Arlecchino famelico e insaziabile. Su un tappeto sonoro (a cura di Demetrio Castellucci) che alterna basse frequenze a risate sinistre e rumori di folla, questo Harleking, Arlecchino-re, si rivela per ciò che è realmente: un demone dall’identità ambigua e multipla, gettando luce sulle contraddizioni di una società fondata sulla violenza e sull’imposizione della forza, animata da una sotterranea simbologia del potere.

A conclusione della rassegna, un primo bilancio racconta di un successo di pubblico specialistico e di partecipazione, restituendo l’immagine di un settore, quello della danza, vitale e operoso, seguito con curiosità anche all’estero. Sicuramente senza voler essere esaustiva la NID Platform guarda al panorama della danza in Italia cercando di non essere settaria, invitando artisti indipendenti, coinvolgendo centri di produzione e intrecciando la programmazione canonica con momenti di osservazione su progettualità ancora aperte. La finalità dell’evento, pur andando nella direzione di una maggiore complessità delle forme e del punto di vista, appare essere ancora fortemente legata al campo della promozione delle realtà di punta della danza e del sistema nel complesso, rivolgendosi in maniera predominante a un pubblico selezionato legato professionalmente alla danza. Diverse sono le occasioni divenute col tempo istituzionali in cui la danza ha trovato possibilità di sviluppo, specialmente per quanto riguarda il circuito parallelo dei festival; e forse è bene che una piattaforma si situi su questo piano intermedio, assumendo un ruolo di mediazione rivolto ai momenti della produzione e della circuitazione – prima del pubblico, per così dire. La sfida della diffusione della danza italiana passa così nuovamente nelle mani di operatori e direttori artistici delle molteplici realtà italiane e internazionali. Se la nuova danza italiana in mostra arriverà al pubblico e saprà attrarne di nuovo, la NID potrà scacciare il fantasma dell’expo autoreferenziale.

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