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“Tragédie” di Olivier Dubois, l’essere umano tra il tragico e il sublime

di Altre Velocità

Nello scarto tra umano e umanità si incarna la tragedia della nostra esistenza. Così Olivier Dubois, direttore del Ballet du Nord dal 2014, riassume la nuda essenza di Tragédie, lo spettacolo presentato al Festival d’Avignon 2012 e il 2 settembre 2016 alla sua centesima messa in scena a Carriage Works di Sydney.
Dubois, nella doppia veste di coreografo e danzatore, chiama in causa il Nietszche de La nascita della tragedia a fare da ossatura intellettuale allo spettacolo: “Attraverso il canto e la danza l’uomo manifesta la sua appartenenza a una comunità superiore. Egli ha disappreso il marciare e il parlare e, danzando, è sul punto di sollevarsi in aria. I suoi gesti parlano del suo stato di incanto”. Eppure il prologo di Tragédie si apre con un passo di marcia, piuttosto che di danza, reiterato ossessivamente dal primo corpo nudo entrato in scena che, sul suono martellante di rintocchi funerei, traghetta lo spettatore nella dimensione rituale del tragico. Al primo corpo originario se ne aggiungono presto altri che condividono lo stesso percorso, la stessa ampiezza del passo, la stessa impassibilità espressiva. Il meccanismo di ripetizione e di impercettibile variazione esclude ogni possibilità di intimità; siamo di fronte a un corpo esposto, spogliato da ogni sovrastruttura culturale, presente solo alla sua originaria animalità. Possiamo ammirare la sua bellezza naturale, le imperfezioni, le differenze sorprendenti nel tono muscolare e nella disposizione delle masse grasse, le variazioni cromatiche e di costituzione, l’incarnato, la peluria, la complementarietà dei sessi. Osservando l’altro riflettiamo sul nostro esistere animale, ed è proprio la capacità di relazionarci a costruire la collettività, sia essa branco o società. Sulla scena i corpi dei danzatori sfruttano questa possibilità e si legano in una simbiosi di movimenti condivisi, non singoli, dunque, ma parti di un insieme ipnotico.
Forse, nell’economia dello spettacolo, questa marcia invariata si protrae troppo a lungo e di certo è costata a Tragédie l’accusa di essere uno spettacolo essenzialmente noioso. Eppure non è tragica la noia leopardiana? La costrizione all’umana routine, il giorno in cui nulla accadrà? Bloccati negli stessi movimenti i danzatori, estenuati, iniziano una lenta e costante ribellione, prima l’incertezza di un passo, poi uno sguardo verso il pubblico, incrinano l’ordine prestabilito. Cambia la musica, ha inizio una discesa irreversibile nella sfrenatezza dell’inconscio; ogni danzatore declina il proprio disagio rispetto all’ordine dato manifestando una gestualità convulsa, tra spasmo muscolare e tic nervoso, lasciando così intravedere un accenno di singola identità. Il rintocco funereo si trasforma in un crescendo di ritmature elettroniche (composte da François Caffenne) che determina un gravitare sfrenato di corpi in corsa sulla scena, in bilico tra terrore ed esplosione vitalistica.

Se la tragedia greca è, secondo Nietzsche, costruita in un equilibrio dialettico tra spirito apollineo e dionisiaco, in questa fase ci troviamo prepotentemente immersi nel dionisiaco e osserviamo l’esagerazione dei movimenti degli arti, le contrazioni dei volti che abbandonano la precedente inespressività e si lasciano trascinare in atone fonazioni, brevi gridi o esclamazioni disarticolate. Come insetti impazziti i danzatori corrono, cadono, si scontrano sul proscenio per poi gettarsi violentemente a terra; quasi per un fenomeno di attrazione implacabile i corpi strisciano l’uno sopra l’altro, si ammassano in un mucchio che visivamente richiama quello ritratto nella Zattera della Medusa di Géricault e che denuncia un’umanità bestiale, eppure maestosa. Forse questo il momento più alto, l’epifania che sa svelare, e la catarsi condivisa con il pubblico a cui segue, dopo un’improvvisa interruzione di musica e luce, il ritorno trionfale della collettiva marcia inziale. Non si tratta di una regressione alla fase precedente: tra apollineo e dionisiaco si è compiuta finalmente una sintesi; i ritmi sono quelli elettronici, ora elaborati in musica rave, i danzatori lasciano la marcia per lanciarsi in un ballo convulso da discoteca, i corpi si seducono, si scambiano, uomo e donna si attraggono pur rimanendo due gruppi distinti. È in scena tutta la complessità dell’essere umano, dell’esistere umanamente. Dubois non giudica, si limita a rappresentare facendo crollare ogni tabù e, se è vero che di tragedia pur sempre si tratta, è vero anche che un occhio compassionevole (cioè ‘che soffre insieme’) può cogliere nella frenesia sregolata una fragile e tuttavia profondamente autentica bellezza.

di Elena Carletti

foto di François Stemmer

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