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Volevo essere un tuffatore. Il teatro visuale di UnterWasser
di Damiano Pellegrino pubblicato in Approfondimenti il 6 Dicembre 2020 0 commenti 9 minuti di lettura
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Sotto l’acqua è il fondale, con le sue meraviglie nascoste che creano stupore.
Sott’acqua è anche oscuro, profondo, denso.
Sott’acqua la voce non ha lingua, le parole diventano suono e i significati si colgono con gli occhi.
Sott’acqua è l’onirico, il mondo del simbolo, il mito, l’utopia.
Per attingervi occorre infrangere lo specchio della superficie e immergersi.

– UnterWasser

Che cosa combinino i bambini nella loro camera durante la notte, non è dato sapere. Capita però che il direttore di un piccolo teatro svedese di provincia, padre di due bambini, faccia irruzione nella stanza per il gran chiasso, scopra i figli svegli e decida di raccontare loro la storia fantastica della sedia che tiene tra le mani. Potrebbe sembrare parte dell’arredo comune della camera, ma in realtà è un’illusione: costruita 3000 anni prima per il compleanno dell’imperatrice cinese, è la sedia più costosa al mondo ed emana una luce misteriosa, che cresce dall’interno. Brilla nell’oscurità. Accade allora che i bambini si tuffino in quella visione e, dando retta a quell’invenzione, contemplino una meraviglia muta, a tal punto da difenderla con le unghie e con i denti.

Il lavoro del gruppo di ricerca UnterWasser (Roma), costituito da Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti e Giulia De Canio, sembra rievocare questa piccola scena familiare raccontata da Bergman nel film Fanny e Alexander. Assistendo ai loro spettacoli la vista dello spettatore deve abituarsi al buio, affinarsi e infine immergersi nel fondale della sala per scorgere il luccichio delle storie che la compagnia riporta propriamente alla luce. La proiezione sullo schermo restituisce allo sguardo le forme riesumate e silenti delle sagome degli oggetti che la compagnia porta sul palco e stimola con l’ausilio di torce elettriche.

Suggestionato da queste immagini incontro Valeria, Aurora e Giulia sulla piattaforma Zoom per farmi raccontare il loro lavoro. Durante la conversazione, le tre mi rivelano che la loro volontà a teatro è quella di perlustrare le cavità più profonde di ciò che circonda l’uomo, imparando a non avere paura e a osservare tutti quegli elementi che generalmente sono inabissati, come celati agli occhi e coperti dall’acqua. Se i bambini sono più facilitati a credere a quelle visioni e sanno addomesticare questo tipo di linguaggio sulla scena, catturati dal gioco tra il corpo luminoso, la sagoma tridimensionale e l’immagine video, l’adulto, forse, fa più fatica. Negli spettacoli di UnterWasser, sul palco, si dipana così un universo di oggetti e marionette da tavolo, strumenti musicali pronti a eseguire un arrangiamento dal vivo e attraverso i quali le tre animatrici danno vita a un vero e proprio cinema a occhi aperti. Le forme tridimensionali degli oggetti in movimento vengono catturate dalla luce e restituite sugli schermi sotto forma di silhouette. Una pratica profondamente materica come quella del teatro di figura cambia pelle, restituendoci l’immagine in negativo di oggetti ridotti a magici simulacri o ombre fatue, profondamente eloquenti nelle immagini finali da osservare e dalle quali lasciarsi trascinare.

Quello di UnterWasser è in effetti un “teatro visuale”, ribattezzato così dalla stessa compagnia anche per aggirare il pregiudizio che esiste sul teatro di figura, quasi mai presente nelle stagioni degli spazi istituzionali e rivolto unicamente a una fascia d’età precisa e a un settore specifico, quello del teatro ragazzi. Una definizione che si dimostra anche un’opportunità per allargare il bacino di spettatori e partecipare, con degli spettacoli che appunto ricorrono a tecniche del teatro di figura, a programmazioni e rassegne eterogenee per adulti. Una bella vittoria per UnterWasser, contraddistinta da tanti riconoscimenti e dall’ottima ricezione da parte del pubblico adulto, in un paese come l’Italia, in cui chi lavora con marionette da tavolo e oggetti da manovrare, riducendo all’osso l’uso della parola in scena, paga uno scotto irragionevole o rischia di restare emarginato. Pure la scarsità di percorsi di formazione legati al teatro di figura e accessibili ai più giovani – ammettono Valeria, Aurora e Giulia – contribuisce a un’aridità di campo, determinando un numero ristretto di lavori riconducibili a queste tecniche. Nel corso della conversazione aggiungono tuttavia che la nascita di un corso annuale come Animateria, curato da Teatro Gioco Vita, Teatro delle Briciole, Teatro del Drago, e la presenza tra i finalisti dell’ultima edizione del premio Scenario Infanzia 2020 di ben cinque spettacoli che ruotano intorno alle tecniche del teatro d’ombre o di burattini, ma anche di teatro su nero o di oggetti, può fare ben sperare.

UnterWasser diventa forse il testimone di un piccolo cambiamento in seno a questo tipo di teatro, stimolando un rinnovato interesse verso le straordinarie possibilità di sperimentazione scenica e drammaturgica che la combinazione di media diversi permette. Due tappe significative di questo processo sono sicuramente la conquista del secondo posto a In-Box 2019, con lo spettacolo Maze, e l’invito da parte di Antonio Latella a partecipare all’ultima edizione della Biennale Teatro con una nuova produzione.

Prima di addentrarsi nel racconto di questi ultimi lavori, le ragazze mi rivelano come nasce l’avventura di UnterWasser. Valeria, Giulia e Aurora si conoscono nel 2012, lavorando insieme alla produzione dello spettacolo EHI!, con la regia di Ivan Franek. Il gruppo si costituisce poi nel 2014 per una reale esigenza: lasciarsi alle spalle i percorsi che fino a quel momento ognuna di loro ha portato avanti per sviluppare un immaginario comune, sconfiggendo così una solitudine, in certi casi asfissiante e frustrante, e impadronendosi pian piano di un’identità artistica sempre più forte e vivace. La volontà di unirsi fissa anche alcune particolarità del collettivo: la mancanza di un leader, il rifiuto di compiti e ruoli specifici, curando in totale accordo la genesi degli spettacoli e la costruzione degli elementi scenici, e infine l’incanto di salire tutte e tre sul palco. Un carattere autarchico e prismatico della loro pratica di lavoro, che si risolve persino nella decisione di trascinarsi in scena l’intero impianto tecnico per controllarlo dal vivo.

Con il loro primo spettacolo Out, tra i finalisti di Scenario Infanzia 2014 e vincitore del premio Eolo 2016 come “Miglior spettacolo di teatro di figura”, Valeria, Aurora e Giulia attraversano in lungo e in largo l’intera penisola, esibendosi anche in Cina, Croazia, Germania e Spagna. Per raccontare questa fiaba di formazione, viaggio iniziatico di un bambino in cerca di un uccellino che tiene chiuso nella sua gabbia-petto, quasi un suo doppio o un prolungamento del suo corpo, UnterWasser si avvale di materiali poveri come cartapesta, polistirolo, legno, acciaio, fil di ferro e stoffa riciclata. L’intento è di realizzare uno spettacolo capace di parlare al mondo infantile e da poter rappresentare anche all’estero, impiegando soltanto suoni sulla scena.

Se in Out e in Amarbarì, un’installazione di luci e suoni costruita all’interno di una camera e concepita per il Roma Europa Festival, l’estetica è più “dolce”, in Maze il lavoro sulle ombre dona un sapore quasi di abbozzo alle sagome, come emerse da uno sketchbook. Le ombre di sculture in fil di ferro a terra o sospese, illuminate dal vivo e proiettate su un grande schermo, sono le protagoniste di una narrazione frammentaria e profondamente poetica, che procede per quadri isolati con una visione in soggettiva. Lo spettacolo, che segna il passaggio a un teatro di figura realizzato appositamente per gli adulti, debutta alla fine del 2018, dopo una lavorazione di circa e la realizzazione di maschere, poi abbandonate per prediligere la ricerca sulle ombre. Sullo schermo irrompono quindi sagome filiformi, fragili, metalliche, leggere e aggrovigliate, frutto dell’interesse di Aurora Buzzetti per la produzione dei ritratti di Alexander Calder.

L’ultimo lavoro Untold, che ha debuttato lo scorso settembre a Venezia, amplia lo spettro delle possibilità poetiche ed espressive della sperimentazione del collettivo. La tecnica adoperata e ancora approfondita è sempre quella delle ombre proiettate di corpi modellati in ferro e altri oggetti, ma tra la fonte luminosa delle lampade mosse e gli schermi, questa volta si insinua la figura umana. Le visioni in Untold sono costruite attraverso degli zoom in avanti e all’indietro che inquadrano gli elementi in fil di ferro sul palco, con i quali questa volta interagiscono anche i dettagli dei corpi di Valeria, Aurora e Giulia. Una maggiore attenzione è data alla scena, sgombrandola di volta in volta degli oggetti e riducendo il numero di lampade per illuminare. Le mani, i volti, le labbra sono risucchiati anch’essi dalla luce, attraversano lo schermo per essere restituiti come ingannevoli simulacri agli occhi dello spettatore. Il macchinista che regge, guida, tira, fissa e governa gli oggetti di fronte al pubblico, svelando le sue azioni e i suoi artifici e rafforzando l’invito a giocare e il patto con lo spettatore, finisce per essere immortalato dall’inquadratura e i suoi movimenti vengono riproposti per ben due volte, sul palco e in video. Assistendo ai lavori di UnterWasser l’incantamento può scaturire, allora, anche dai movimenti delle tre animatrici: nella penombra distinguiamo una coreografia caratterizzata da piccoli passi, scatti, curve, incastri di braccia e mani, torsioni e pose statuarie.

Oggi forse è sempre più raro incontrare interpreti, autori, registi e performer che decidono di assembrarsi, dare vita a un gruppo di lavoro stabile. La scelta di farlo paga Giulia, Valeria e Aurora e incoraggia la loro testardaggine. Mi rivelano di ritenersi fortunate per la scelta di fare squadra, indirizzando le ricerche che ognuna di loro continua a portare avanti in un percorso artistico comune. «Siamo fortunate per ciò che noi abbiamo messo in piedi da sole e per le regole che abbiamo trovato», conclude Aurora. Abbandono il fondale e riemergo dall’acqua. Ho gli occhi arrossati. Non vedo niente.

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