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Il teatro che anima la laguna
Difficoltà e prospettive di un festival dal respiro europeo: una conversazione con gli organizzatori del Venice Open Stage
di Ilaria Cecchinato pubblicato in Interviste il 7 Novembre 2018 0 commenti 12 minuti di lettura
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Immaginate una sera d’estate, una leggera brezza. Un gabbiano stride volando sopra le nostre teste. Si sente in lontananza il fruscio dell’acqua, mossa da qualche piccola imbarcazione. Il campanile di una chiesa sovrasta il Campazzo, quello di San Sebastiano, entro il quale sono allestiti un piccolo palco e delle gradinate. Siamo a Venezia e il teatro è quello del Venice Open Stage, festival delle università e delle accademie, giunto alla sua sesta edizione. Un piccolo chiosco accoglie il pubblico e chiunque passi da quelle parti: si può prendere uno spritz e scambiarsi due chiacchiere seduti nelle colorate panche o nella comoda sedia in vimini, prima e dopo lo spettacolo. È una Venezia nuova, in dialogo con l’esterno non a fini turistici ma artistici: Venice Open Stage vuole essere vetrina per scuole e accademie di tutta Europa, con l’obiettivo di far conoscere le diverse pedagogie, linguaggi e culture mentre il campo si fa agorà, spazio di riflessione e discussione sull’arte del teatro.

Non è certo facile portare avanti un progetto simile in una città come Venezia (sede di offerte e istituzioni teatrali molto forti, come il Gran Teatro La Fenice e la Biennale), tantomeno se a farlo è un’associazione culturale come Cantieri Teatrali Veneziani, gruppo di ragazzi tra i venti e i trent’anni che organizzano il festival. Per conoscere meglio questa realtà abbiamo incontrato Francesco Gerardi e Leonia Quarta, fondatori dell’associazione e principali organizzatori di VOS, che ci hanno raccontato nascita e sviluppi del festival, difficoltà e obiettivi raggiunti, prospettive e utopie future.

Venice Open Stage nasce come progetto universitario dello IUAV, per poi proseguire autonomamente. Dal 2013 ad oggi, siamo alla sesta edizione: quali sono stati gli sviluppi, i cambiamenti e i punti di continuità con gli inizi?

Il festival ha origine dal laboratorio di Gigi Dall’Aglio, regista fondatore del Collettivo di Parma e del Teatro Due, di cui eravamo assistenti alla didattica. Il laboratorio è nato come possibilità, per chi studia per il backstage, di mettere in pratica le conoscenze acquisite e di confrontarsi con chi si occupa del lavoro sul palco (attori, drammaturghi, registi). Partendo dunque da un semplice laboratorio aperto al pubblico, il nucleo originario si è evoluto grazie a una serie di collaborazioni importanti: da un lato con scuole italiane ed europee, alcune anche del medio ed estremo oriente; dall’altro con istituzioni del territorio e il Ministero dei beni e delle attività culturali.
Inoltre, inizialmente eravamo un gruppo eterogeneo di assistenti alla didattica e studenti, poi pian piano, con le varie collaborazioni europee, abbiamo ampliato il nostro network. Questo ci ha permesso di affiancare al solito programma di spettacoli accademici anche workshop, laboratori e una sezione off riservata alle giovani compagnie indipendenti italiane.

Venice Open Stage ha sede in Campazzo San Sebastiano. Questo spazio è stato sin da subito una scelta, oppure è arrivato in seguito?

Durante il periodo di laboratorio abbiamo allestito questo teatro all’aperto un po’ in tutti i campi che stanno qui intorno, Campazzo San Sebastiano compreso. Perciò l’anno in cui abbiamo deciso di continuare, chiamando amici da tutta Europa per questo festival, abbiamo pensato che Campazzo potesse essere lo spazio più comodo e agevole per far convivere la città e noi. Quindi possiamo dire che ce lo siamo ritrovato, perché l’università è molto vicina ed è uno dei campi più grandi della zona. E non possiamo aspirare a niente di meglio: innanzitutto perché il campo è perfetto da un punto di vista logistico: abbiamo una strada che ci permette il carico-scarico e posti auto fornitici dalla capitaneria di porto, potendo così evitare l’uso di barche, i cui costi sono molto alti. E questo non sarebbe possibile in altri luoghi di Venezia. Inoltre il campo ha una buona acustica, essendo circondato da case, e si trova in una zona di poco passaggio, senza bar, pub, attività; il che è ideale poiché, per un evento come questo, avere il silenzio è fondamentale.
Per chi viene dalla terraferma, Campazzo San Sebastiano è a pochi minuti da Piazzale Roma e dalla stazione, ci sono anche degli imbarcaderi qui vicino per i veneziani. Insomma, la posizione è decisamente strategica.

A proposito invece di istituzioni e sostegni: com’è il rapporto con gli enti pubblici?

Partner fondamentale del progetto è da sempre l’università IUAV, da cui siamo nati. Un altro sostegno importante ci viene fornito dal Comune di Venezia, che attraverso servizi e permessi ci permette di godere di una serie di comodità essenziali in una città complicata come questa. Inoltre, nella difficoltà di fare dodici giorni di spettacolo dal vivo in mezzo alle case, tutto il quartiere ci vuole bene, ci supporta e ci sopporta.
Possiamo dire che, di fatto, proponiamo un evento che Università e Comune possono permettersi, e forse in qualche modo si potrebbero permettere dando un aiuto ancora maggiore. Noi siamo riusciti a ridurre i costi al minimo, sia per l’ospitalità degli attori sia per tutto ciò che riguarda l’allestimento e la parte tecnica. Comune e Università, da una parte fornendoci un budget minimo ma sufficiente, e dall’altra con l’abbattimento di ulteriori costi attraverso convenzioni competitive, come per esempio il vitto e alloggio per gli artisti o la concessione di suolo pubblico e affissioni gratuiti, ci danno un grande aiuto. Chiaramente un possibile sviluppo del festival in futuro avrebbe bisogno di un’induzione di risorse maggiori che aspettiamo e speriamo.

Quali sono le maggiori difficoltà a cui va incontro un festival come questo, in una città come Venezia, in termini di finanziamenti e aiuti, ma anche per quanto riguarda le questioni logistiche?

Una delle difficoltà che incontriamo nel nostro percorso è la complessa trafila burocratica che ci rallenta molto. Questo festival, comportando confusione e rumorosità, necessita di molti permessi e di una serie di carte la cui mole è davvero enorme. Il lavoro di preparazione, infatti, dura tutto l’anno: si comincia a settembre per arrivare qui con tutto in regola.
Dal punto di vista della sopravvivenza ci aiuta molto il nostro pubblico, che è un grande punto di forza in quanto fin da subito abbiamo avuto una grande risposta. In questa edizione, per esempio, abbiamo avuto quasi tutti sold out, con molta gente seduta a terra.
Ma ciò sicuramente non basta: abbiamo bisogno di uno sponsor importante che ci permetta di crescere e che i partner attuali proseguano il loro sostegno e prendano saldamente in mano il nostro progetto. Su questo discorso, Venezia è un po’ la nostra croce e delizia. Delizia perché Venezia, in estate, è una grande vetrina per le scuole che desiderano partecipare al festival. Croce perché le aziende che qui sponsorizzano tendono a puntare sul grande evento, quello più remunerativo e commerciale, con maggiore appeal turistico. Molto più facile per uno sponsor è sostenere due settimane di mostra di Klimt, piuttosto che un evento teatrale come il VOS. È dunque difficile rapportarci con aziende e istituzioni private, farsi riconoscere come evento rilevante sia per la comunità sia a livello culturale. Il nostro è un format nato quasi per caso, grazie ad alcune intuizioni, ma di fatto siamo andati a coprire un vuoto. VOS è qualcosa di unico in Europa.

E forse anche a Venezia…

Sì, senz’altro anche a Venezia e per Venezia. VOS è d’altronde l’unico evento, tolto il cinema di due anni fa, di spettacolo all’aperto in questa città. Aggiungiamo anche che si tratta dell’unico evento gratuito per il pubblico. Tuttavia non c’è sensibilità a promuovere una cosa del genere.

Il fatto che Venice Open Stage sia totalmente gratuito è una scelta dettata dalla vostra natura di associazione culturale no profit, oppure deriva da altri fattori?

Spesso ci siamo chiesti se sia opportuno mettere o meno un biglietto minimo. In realtà l’idea dell’ingresso gratuito nasce dal fatto che in scena ci sono scuole e sul palco allievi-attori. Secondo noi è sbagliato da una parte mettere la pressione di un pubblico pagante a chi non è ancora professionista, dall’altra far pagare il pubblico per lavori notevoli certamente, ma comunque esiti di studio accademico, non certo produzioni per un pubblico pagante. Ci sembra dunque corretto, sia per chi guarda sia per chi sta sul palco, avere la rilassatezza della gratuità.
Inoltre una cosa che ci fa onore, e di cui le varie scuole in scena si sorprendono, è avere un pubblico davvero attento. Il pubblico gratuito solitamente è difficile da gestire, si muove, va via prima della fine, si alza, chiacchiera. A VOS invece questo succede molto raramente. Chi viene al nostro teatro è desideroso di partecipare, di guardare, di rimanere a vedere spettacoli e performance diverse dai normali circuiti.

A proposito del pubblico: il progetto nasce con un target preciso? E nel tempo questo target è cambiato, così come l’affluenza?

Sì, all’inizio VOS era dedicato a un pubblico esclusivamente di giovani, in particolare studenti universitari, dal momento che nasce come progetto universitario. Ora invece, e in particolare quest’anno, abbiamo un pubblico diversificato: ci sono molti residenti, gente che viene addirittura da Padova, over 50… Per alcuni spettacoli anche le suore del convento qui in campo scendono e partecipano. È successo con l’opera, che quest’anno non siamo riusciti a portare, a differenza dell’anno scorso e due anni fa, grazie a un accordo con il conservatorio di Vicenza.

Le diverse edizioni di VOS hanno un tema, un filo conduttore?

No, non abbiamo mai richiesto un tema perché, lavorando con le scuole, raccogliamo i loro lavori finali. Ci stiamo però pensando per tutto quello che riguarda l’extra palco, quindi conferenze, laboratori e la sezione off. Ci piace, inoltre, che VOS sia una vetrina delle diverse pedagogie delle scuole e accademie europee, rendendo così il programma molto variegato.
È curioso però notare come il detto “tutto il mondo è paese” sia vero: succede spesso che più scuole lavorino su uno stesso tema. Ma forse quella è la società che si muove, la “globalizzazione” dei problemi e delle esigenze contemporanee. Quest’anno per esempio in tre o quattro spettacoli si è raccontata l’arte come forma salvifica, quasi una via di risoluzione a problemi, una psicologa. Due anni fa, invece, molto forte è stato il tema della migrazione, non sempre legato ai discorsi dei migranti nel nostro Paese, ma anche il semplice rapporto che si crea dovendo abitare una terra, una città, un luogo non propri.

Guardando oltre la sesta edizione: dove vorrebbe arrivare VOS?

Il nostro sogno è quello della produzione, intesa come un lavoro di più paesi, scuole e università mirate a un laboratorio lungo tutto il festival, che infine si concluda con una messa in scena totalmente auto-prodotta. Insomma, un laboratorio europeo realizzato per la produzione di uno spettacolo per il Venice Open Stage. E questo sogno potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo, l’obiettivo è di raggiungerlo entro due anni. Abbiamo già collaborazioni con istituti di cultura e con una serie di partner, in primis l’Università di recitazione e scenografia di Salonicco, intorno al tema “viaggi e guerra”.
Nei prossimi anni vorremmo inoltre allungare il cartellone e alzare le gradinate. Le idee sarebbero tante da elencare, ma qualcuna la stiamo già portando avanti, come permettere l’incontro di operatori dello spettacolo, attori diplomati, giovani compagnie con case di produzione, distribuzione o agenzie di casting, in modo tale da dar loro, oltre alla visibilità dello spettacolo, un contatto diretto con chi gli attori li fa lavorare e gli spettacoli girare. Abbiamo appena cominciato, ma abbiamo già avuto i primi risultati.
L’altro obiettivo primario è incrementare il nostro network e avere un rapporto sempre più forte con l’Europa. Già da quest’anno c’è stato un passo avanti verso questa direzione con la collaborazione di PAV Produzioni, una casa di produzione di Roma che per due anni di fila ha vinto il progetto europeo Fabulamundi. Sono dunque i primi passi verso l’Europa, un’Europa che ci può aiutare.

Vorreste quindi uscire da Venezia?

Sì, ma sempre tenendo un piede qui. Venice Open Stage nasce per essere un evento per la cittadinanza e da essa riconosciuto. Noi portiamo a Venezia scuole teatrali europee per mostrare ai veneziani, agli studenti e a chiunque passi per il nostro teatro cosa sta succedendo fuori da qui, perché pensiamo che il dialogo e l’essere una piazza dove è possibile lo scambio di idee e di visioni arricchisca tutti.

Si può quindi dire che, oltre a una vetrina e a un’offerta culturale e teatrale originale, Venice Open Stage, con la sua apertura all’Europa, sia un atto politico?

Il teatro, di fatto, è sempre un atto politico, nel senso più autentico e civico del termine: è un lavoro per la polis e nella polis, che però amplia il suo discorso anche all’Europa, di cui Venezia e l’Italia fanno parte. Un orizzonte comune, seppur nelle diversità di linguaggi e culture.

 

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