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Suoni e tempeste. I trent'anni della Compagnia della Fortezza

di Altre Velocità

Bologna Teatri ha avuto il piacere di incontrare Armando Punzo e Andrea Salvadori, regista e musicista della Compagnia della Fortezza, durante una delle riunioni settimanali di redazione. I due artisti hanno parlato della volontà alla base del concerto-spettacolo Il figlio della tempesta: «nasce dall’idea, fondamentalmente di Andrea, di riunire tutte le musiche che ha composto in questi anni per la Compagnia della Fortezza, inframmezzate dalla lettura di alcuni testi. Dal punto di vista visivo è uno spettacolo molto onirico, che dovrebbe creare un tempo di sospensione in chi osserva». Il titolo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non proviene da Shakespeare ma è stato scelto a seguito di una libera associazione di Salvadori con la vicenda biografica di Nikola Tesla. Si racconta che la notte della sua nascita infuriava una terribile tempesta e che l’ostetrica, che assisteva la madre durante il parto, disse: «questo bambino è destinato a essere il figlio della tempesta». Partendo da questa fascinazione, il lavoro si articola intorno ai concetti di vibrazione ed energia – studiati dallo scienziato serbo, sperimentatore della comunicazione senza fili – messi in relazione alle modalità artistiche della Fortezza.

Il processo di creazione di musica e regia è sincretico. Salvadori è presente sia durante i ragionamenti e le letture preliminari ai lavori, sia durante i momenti di pratica più avanzati. È dalle suggestioni che avvengono in presenza che l’aspetto musicale prende vita.

Il proposito creativo è ricollegabile alla natura stessa del carcere che dà la possibilità agli artisti di vivere in uno spazio indipendente dall’andamento della vita fuori. Il sistema di detenzione, eliminando la logica tutta moderna del perdere tempo, permette di lavorare alla realizzazione per periodi lunghi, riscoprendo il significato profondo di concentrazione.

Francesca Lombardi

«Dalla finestra diletta, così belante ad aprirsi con i fragili vetri gialli fermati tra losanghe di piombo, Amleto personaggio bizzarro poteva, quando gli cantava, fare dei cerchi nell’acqua, come dire nel cielo». Con questa visione laforguiana di un Amleto artista prima che principe si apre il concerto-perfomance Il figlio della tempesta, andato in scena al DAMSLab di Bologna il 22 febbraio nell’ambito del progetto #TRENTANNIDIFORTEZZA/BOLOGNA. Sul palco il regista Armando Punzo e il compositore Andrea Salvadori: la musica e la poesia. Due facce dello stesso Amleto.

Non un semplice concerto ma un progetto performativo che ripercorre la storia della Compagnia della Fortezza. Senza alcun tentativo didascalico di introdurre i lavori della compagnia agli spettatori, il viaggio si risolve nell’evocazione di colori, immagini, suoni e rielaborazioni drammaturgiche di spettacoli diversi, in una voluta e volontaria sospensione temporale. Così, senza soluzione di continuità, si succedono brani da Amleto, Hamlice. Saggio sulla fine di una civiltà, Mercuzio non vuole morire, Santo Genet commediante e martire e altri lavori che hanno fatto la storia della compagnia.

La scena è essenziale ma carica di significati simbolici. Da un lato del palco, la musica “nata prigioniera” e liberata da Andrea Salvadori e i suoi strumenti, dall’altro Armando Punzo seduto su una sedia legge, di volta in volta, brani degli spettacoli da fogli appoggiati a terra. Sul fondale grandi palloni d’aria, di dimensioni e ad altezze diverse, fluttuano in modo quasi impercettibile: su di essi vengono proiettate foto di scena, immagini e colori che concorrono ad arricchire di significato i brani suonati e recitati.

Se pensiamo ai lavori della Compagnia della Fortezza ci siamo abituati a spettacoli popolati di figure e di corpi umani, di voci diverse, di dialetti, di caratteri contrastanti e ambivalenti. L’umanità nelle sue molteplici sfaccettature è al centro di tutti i lavori di Punzo, delle riscritture registiche e drammaturgiche portate in scena nel carcere di Volterra – e non solo – negli ultimi trent’anni. Eppure la presenza di quell’universo antropologico che è la Compagnia della Fortezza riesce a manifestarsi anche in questo concerto a due: nella musica, nelle parole e soprattutto negli oggetti di scena e nelle immagini proiettate. Punzo e Salvadori si fanno portavoce dell’intero lavoro della compagnia, di una pluralità complessa e – allo stesso tempo – di un’umanità intera che cerca, attraverso l’arte, di essere liberata dal carcere della quotidianità.

Questo “gioco” di specchi molteplici è quanto di più lontano da una sterile autobiografia encomiastica. Ma il rischio dell’ermetismo, o ancora peggio di annoiare gli spettatori meno a conoscenza dei lavori passati della compagnia, è inevitabile. La “sospensione temporale” ricercata dai due artisti per questa messinscena funziona solo in parte. Sottratti al loro contesto originario, i brani presentati perdono quella potenza e quell’indiscutibile forza artistica che ha emozionato e commosso il pubblico dei singoli spettacoli. Se per alcuni spettatori del DAMSLab questo “contesto originario” può essere sostituito dalla memoria di esso, per altri – soprattutto i più giovani – il concerto-performance si risolve in una serie di monologhi e brani musicali slegati l’uno dall’altro, dal significato sì universale ma incompleto.

Valeria Venturelli

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