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Storie in radio e in podcast. I suoni di Lucia Festival 2021
di Ilaria Cecchinato Giuseppe Di Lorenzo pubblicato in Approfondimenti il 28 Febbraio 2022 0 commenti 15 minuti di lettura
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Nell’epoca del predominio dell’immagine, l’audio torna a essere una prospera e vivace modalità di racconto e trasmissione di storie, siano esse vere o di pura finzione. Lo sa bene Radio Papesse, realtà fiorentina composta da Ilaria Gadenz e Carola Haupt, le quali ormai da diversi anni tendono le orecchie per intercettare alcune delle produzioni audio italiane e internazionali per loro più significative. Da qui nasce Festival Lucia, unica kermesse in Italia dedicata all’ascolto di opere radiofoniche e di podcast provenienti da tutto il mondo, fruibili in lingua originale grazie alla sottotitolazione in italiano. Dopo l’edizione radiofonica del 2020 e la prima ospitata negli spazi della Manifattura Tabacchi, la terza edizione di Festival Lucia (10-12 dicembre 2021) si è fatta diffusa, proponendo sessioni d’ascolto, live performances e incontri in diversi luoghi della città di Firenze: Villa Galileo, la Fototeca del Kunsthistorisches Institut in Florenz, l’Orto botanico, The Stellar e The Recovery Plan.

Nel tentativo di guardare al di là delle creazioni audio anglofone – il cui mercato e la diffusione capillare paiono operare, secondo Radio Papesse, un’omologazione stilistica – le scelte di programmazione ricadono perlopiù su produzioni sperimentali e di nicchia, al fine di dare spazio e prestare ascolto a modalità di racconto diverse da quelle di cui si è soliti fruire. Ci si trova infatti immersi in contesti sonori e narrativi inaspettati, in creazioni ibride tra fiction e non-fiction ma sempre ancorate al presente, dagli intenti politici e testimoniali. In particolare quest’anno, le proposte mostrano un filo conduttore tematico (il corpo – specie femminile – e l’interazione uomo-ambiente) e una comune estetica incentrata soprattutto sul testo, tendenzialmente declamato da una sola voce e/o da una sua distorsione, e pochissimo tappeto sonoro. Ogni luogo è stato inoltre cornice contestuale delle creazioni ospitate, contribuendo a rendere la pratica d’ascolto – solitamente solitaria – un’esperienza totale, immersiva e collettiva.

Nelle ignote profondità del cosmo – Giorno uno

Night: Così è stato fin dalla prima serata a Villa Galileo dove sono state ospitate creazioni sonore che hanno condotto gli ascoltatori in un viaggio intergalattico, tra stelle, pianeti e satelliti. Prima dell’ufficiale lancio verso le ignote profondità del cosmo, però, il professore e astrofisico Emanuele Pace ci ha preparato proponendoci una lecture, Corpi celesti, corpi in relazione, per svelare che, in fondo, fra noi e una meteora non c’è poi molta differenza: siamo solo parte di un tutto che ci comprende e viceversa. Una lecture scientifica dalle tinte poetiche che ha accompagnato verso il lavoro di Kate Donovan, Meteor Bodies, in cui voci femminili dialogano disordinatamente intrecciando la vicenda di Ann Elizabeth Hodges, colpita da una meteorite di quasi 4 chili, con riflessioni sul senso della cura, del desiderio di protezione, dei corpi in trasformazione e del peso aereo dei sogni che ci fanno assomigliare così tanto a rocce spaziali. Prodotto nell’ambito “You Are So Sound!”, un programma di mentorship europea ideato da Radio Papesse con il sostegno della European Cultural Foundation, il lavoro della Donovan confonde e attrae, sottraendoci dalla contingenza e trasportandoci altrove grazie a sonorità basse e parole che parlano attraverso la metafora. In un attimo, però, eccoci sui crateri lunari con Riccardo Fazi di Muta Imago, che ha performato dal vivo Fly Me to the Moon, uno degli episodi di Sparizioni, la serie podcast ideata dallo stesso Fazi con Claudia Sorace, e prodotta da Radio India /Teatro India nei mesi del primo lockdown. Un tavolo, un microfono, un mappamondo luminoso e una tastiera d’effettistica è tutto quanto serve a Riccardo Fazi per leggere con voce ferma e calma, coinvolgendoci in una vera e propria evasione dai confini terrestri. Non si è però trattato di un semplice reading, bensì di una vera e propria trasposizione teatrale in cui il podcast non scompare affatto, divenendo invece elemento centrale di una performance composta da oggetti simbolici, semplici gesti, ritmi distesi e sguardi alla platea.
Torniamo infine sulla terra, un po’ storditi dal flusso immersivo di questi ascolti, ma una volta fuori Villa Galileo viene quasi spontaneo lanciare uno sguardo al cielo, lasciandoci avvolgere dal blu intenso di una notte senza stelle.

Archeologie sonore – Giorno due

Morning: La pioggia si calma, un nuovo giorno comincia e il festival prosegue con la seconda giornata nella suggestiva cornice della Fototeca del Kunsthistorisches Institut. Qui si è iniziato a entrare completamente all’interno delle due principali direttive tematiche proposte da Lucia: il femminismo e l’emergenza ambientale, spesso in dialogo tra loro come in Vagues de Chaleur di Charo Calvo, l’audio-fiction finalista di Phonurgia Nova (2021). Ambientato in un lontano futuro dove la vita già sterile è divenuta anche sotterranea, una creatura, Phalena, scopre un documentario sonoro del 2020 in cui si parla di ecofemminismo e cambiamento climatico e decide di lasciare un messaggio per “la superficie”. Come per gli altri lavori presentati in Fototeca, anche quello di Charo Calvo esprime l’immaginario post-umano e apocalittico attraverso un’estetica basata sulla centralità del racconto narrato in prima persona, sempre prevalente rispetto all’elemento sonoro/rumoristico, e un registro declamativo moderato in stile documentario. Un approccio similare vale perfino per Life Chronicles of Dorothea Ïesj S.P.U, il brillante lavoro di collettivo Almare, in cui il suono ha un ruolo centrale dal punto di vista narrativo. Il racconto prende infatti avvio dall’invenzione di un dispositivo in grado di estrarre suoni da qualsiasi oggetto, potendo così risalire a una memoria sonora di esso, il tutto attraverso dei solchi sulla materia, che ricordano il funzionamento dei vinili. Questo affascinante nucleo narrativo potenzialmente ricco di suoni e rumori, lascia invece alla parola prendere il sopravvento, relegando l’ambiente sonoro solo a sfondo, a una sorta di tappeto musicale. Se da una parte dunque, l’ascoltatore è costretto a stare ancorato a un testo che descrive, commenta e concettualizza, finendo così per sfuggire all’attenzione dell’orecchio, dall’altra i sottotitoli proiettati aiutano a seguire la narrazione, dato che il linguaggio del “futuro” è semplificato in modo orwelliano. Tuttavia, è evidente che ascoltare non è leggere, e trovarsi a praticare entrambe le attività può risultare ostico al punto da perdere a tratti il senso del racconto. Il rischio è contribuire alla concezione che l’ascolto sia una pratica “manchevole”, dipendente in questo caso dalla lettura.

Afternoon: Ritornando alla luce del sole e spostandoci all’Orto Botanico in centro città, diventa ancora più chiara l’esigenza da parte di Lucia Festival di mettere in relazione il connubio natura-essere umano. Se la memoria della femminilità e dei suoni intesa come archiviazione di una vita ancora possibile è stato il filo conduttore della mattinata, il pomeriggio passa al tema della testimonianza. In diversi ambienti al chiuso dell’Orto Botanico, sono state posizionate ad esempio delle casse e degli schermi, principalmente con lo scopo di amplificare il dato naturale con quello sonoro (A walk through my Cũcũ’s farm di Nyokabi Kariũki, The difference between a bird and a plane di Laura Malacart, Drip Drop, di Simina Oprescu). Ma veniamo resi partecipi di testimonianze in particolare con Het bos heeft ons niet nodig (La foresta non ha bisogno di noi) di Joyce de Badts e Tom Loois, importante collaborazione con Oorzaken Festival di Amsterdam, dedicato alla vita con e nella natura, alla cura delle piante e alla presa di coscienza che senza l’essere umano la vita terrestre continuerebbe ad esistere, forse anche più diversificata e sana di quanto non lo sia oggi. Un vero e proprio documentario sonoro in cui la narrazione è lasciata alle parole degli intervistati montate in un flusso significante. Molto curiosi i tentativi di coinvolgimento partecipativo degli ascoltatori ai quali, muniti di coperte di pile per proteggersi dal freddo e provvisti di un mandarino ciascuno, viene consegnato un piccolo ramoscello. Sebbene si tratti di interazioni sensoriali molto semplici (le prime fra l’altro non legate all’ascolto in quanto tale ma alle condizioni ambientali e fisiche: ci si trovava in un luogo non riscaldato e affamati per la vicinanza al pranzo), questi piccoli input dimostrano il potenziale performativo che l’ascolto collettivo potrebbe avere, dando così un valore aggiunto all’esperienza, in particolare in un festival come Lucia.

Night: Uscendo dall’ostensio, ci si è goduti la bella e fredda giornata di sole, per poi prepararci alla volta degli ascolti serali presso le sale del The Stellar. Anche questa terza sessione della giornata si è sviluppata sulle direttive principali del festival, raccogliendo quindi questioni di genere e di salute delle donne. Si palesa in modo molto affascinante la centralità dello sguardo femminile lungo l’intera kermesse, in quanto non si è trattato solo di un tema ma anche, se non soprattutto, di un’urgenza programmatica che ha definito l’intera esperienza. Lungi dal presentarci una visione univoca del femminismo, il festival prova infatti ad intercettare ogni frammento all’interno del movimento complessivo, mettendo in relazione le istanze contemporanee nella sua formula contenitore. Questo dunque vale anche per gli ascolti della serata, che ha avuto inizio con il lavoro di Jasmina Al-Qaisi, A stork story, non di immediato accesso, in quanto mescola una sorta di ricerca sonora tratta dal canto delle cicogne, l’immagine di queste come metafora della femminilità ed elementi finzionali il cui intreccio non è lineare e si intervalla a una raccolta di testimonianze reali che snocciolano questioni sulla donna e il femminile. Si è proseguito con Il était un père di Leslie Menahem, un documentario narrato in prima persona incentrato sulla questione dell’identità come un fatto da interrogare e mettere costantemente in discussione. L’intensa sessione d’ascolto si è conclusa infine con Iolanda mi nant de nòmini del duo multidisciplinare STUDIOLANDA, un lavoro che riprende il tema dell’audio come strumento per conservare e fare memoria, ritrovandoci ad ascoltare alcune delle registrazioni che la poetessa ed ecologista sarda Orlanda Sassu (1924-2015) ha raccolto nel suo paese e nella sua lingua nell’arco della sua vita, nel desiderio di archiviarle e mantenere vivo il ricordo dei suoi luoghi.
Assuefatti dall’intensità degli ascolti che hanno richiesto molta attenzione e pensiero critico, la serata termina e siamo già pronti per la terza giornata di festival.

Testimonianze e vive memorie – Giorno tre 

Morning: I tre giorni di Lucia Festival si chiudono al The Recovery Plan, luogo di formazione e incontro fiorentino sulla diaspora africana (ma anche piccolo museo per artisti africani, spazio per lo studio, conferenze ecc). Prezioso in questa cornice, il lavoro di Maartje Duin in collaborazione con Peggy Bouva, De plantage van onze voorouders (Le piantagione dei nostri avi). Il podcast  riflette sul nostro rapporto con la stagione della schiavitù, ragionando su questioni come il colonialismo e il razzismo attraverso un linguaggio quotidiano e auto-riflessivo, sempre mediante un’estetica in cui il testo e la parola hanno la meglio sul tappeto sonoro, comunque pertinente e complessivamente coinvolgente. 

Focus: Prima di tale ascolto però abbiamo avuto occasione di prendere parte alla Tavola Rotonda (o meglio al Talk Radio Live) Un cuscino in testa non basta. Genova, vent’anni dopo, con ospiti Andrea Borgnino, Annalisa Camilli, Daria Corrias, Giacomo Locci, Mauro Pescio e Tiziano Bonini a moderare il dialogo. Si è trattato di un importante momento di incontro e confronto in merito al G8 di Genova, che ha visto Bonini coinvolto così come anche alcuni degli ospiti, presenti al talk non soltanto per la vicinanza alla vicenda e come testimoni di una generazione segnata, ma anche in quanto produttori e/o autori di tre differenti serie podcast dedicate ai terribili eventi di Genova 2001: Limoni (Annalisa Camilli – Internazionale); Genova Per Tutti (Daria Corrias, Mauro Pescio – Radio 3); Vent’anni… (Giacomo Locci – produzione indipendente, Web Radio Giardino). Il focus del talk è stato da un lato capire come la vicenda è stata narrata, tenendo conto di quali punti di vista e quali testimonianze sono state raccolte; dall’altro ragionare sui motivi della scelta di un medium come il podcast per tornare a parlare (o meglio, finalmente parlare) di Genova 2001. Ne sono uscite questioni interessanti riguardo al mezzo scelto, che rimandano sia a un desiderio di ritornare a una dimensione radiofonica – o pseudo-tale – per ridare vita a una sorta di nuova “radio libera”; sia al riconoscimento dell’audio e dell’ascolto come un medium e una pratica capaci di raccogliere e ricevere memoria viva, le cui immagini sono sottratte alla vista ma ricreate nella mente, sicuramente già presenti nella memoria collettiva delle generazioni che possono ricordare, facilmente trovabili dalle nuove in quanto ampiamente diffuse. Le questioni emerse si sono poi spostate proprio sul tema della memoria e della testimonianza, della delicatezza di una simile vicenda che ha messo in ginocchio un’intera generazione, ancora in difficoltà a parlare e a elaborare l’accaduto. Se il tempo non fosse scaduto, il dialogo stava sfociando in un acceso dibattito tra generazioni, ovvero fra gli autori dei podcast che hanno vissuto Genova, “accusati” di aver taciuto e non tramandato; e la nuova generazione (quella dei venti-trentenni di oggi) che si sono ritrovati a dover mettere insieme i pezzi di un fatto che li ha segnati loro malgrado ma di cui non possono realmente avere accesso, specie – hanno rivelato – attraverso alcuni modi di narrare che si sono stati definiti eccessivamente autoreferenziali. 

Afternoon: Con un po’ di amaro in bocca e un forte desiderio di proseguire la discussione, si ascolta Le piantagione dei nostri avi (vedi sopra) e si arriva a chiusura del festival, durante il quale sono stati proposti i due progetti vincitori del “premio Lucia” dello scorso anno, dimostrando che la chiave di lettura del fenomeno audio contemporaneo da parte di Lucia Festival non sia semplicemente estetica bensì, come già detto, programmatica. Difatti sia Un estremo atto d’amore (Viso Collettivo) che Diario di una fenice irrequieta (Francesca Berardi) rappresentano due modelli di narrazione molto similari a quanto ascoltato nei tre giorni del festival: la centralità della voce narrante che si esprime tramite un registro neutro, o comunque simil-giornalistico, e l’assoluta secondarietà delle sonorizzazioni nella spettacolarizzazione del processo narrativo. Ma questo modello, che forse non sempre dimostra una certa duttilità, ha anche trovato una sua brillante espressione proprio in Diario di una fenice irrequieta, in cui il dialogo stretto tra le due protagoniste sul tema dell’anoressia, ha ottenuto un respiro autentico e rigoroso in questa cornice stilistica così marcata.

Come suona Lucia

Nel desiderio di prestare orecchio a produzioni audio contemporanee “nascoste”, sperimentali e dalla forte impronta politica, Lucia Festival si pone sulla scena internazionale in diretta continuità con un trend di ricerca su percorsi formali molto diversi dalle grandi produzioni anglofone in stile BBC o HBO. Nella programmazione di Lucia abbiamo infatti trovato materiale audio che dimostra un profondo studio delle tematiche e una ricerca delle motivazioni che spingono a parlarne. Una simile consapevolezza del peso e del valore politico delle narrazioni audio proposte, sembra comportare una preferenza verso un utilizzo del suono non tanto in termini significanti e drammaturgici, quanto come semplice sfondo, lasciando così molto spazio e centralità al testo. Trovandosi a che fare con l’ascolto e non con la lettura, si tratta di una modalità molto interessante e su cui porre attenzione, forse da intendersi anche come sintomo di un filone di ricerca sulla parola che vuole tornare a essere incisiva, a pesare e a significare; una parola che si allontana dalla carta stampata e torna alla sua natura orale per ri-trovarsi. Trattandosi di produzioni non sempre di immediato accesso e che richiedono all’orecchio un grande sforzo di attenzione nel lungo periodo, a volte si può sentire la mancanza di una modalità narrativa più “calda”, ovvero di una drammaturgia che mediante l’intreccio dei vari elementi propri dell’audio, non solo dica ma anche stimoli l’immaginazione dell’ascoltatore mediante il solo suono, una sorta di intrattenimento e invito alla creazione di mondi senza la necessità di nominarli. A questo proposito, le occasioni di incontro e confronto con gli autori e produttori, sebbene poche, hanno aiutato non soltanto ad avvicinare gli ascoltatori ai temi e alle motivazioni sottese alle narrazioni, ma anche a rendere il pubblico preparato e disponibile a un tipo di ascolto al quale non è abituato e verso cui si presta a fare pratica.

Lucia Festival si dimostra essere dunque un prezioso spazio di incontro e di riflessione, in cui il pensiero è costantemente richiamato e stimolato dalla stessa natura della kermesse, che pone il suo pubblico nelle condizioni di un ascolto attento e critico, grazie a una frontalità sempre smorzata dalla natura immersiva della narrazione sonora.

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