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Speciale Messina / Ritratto di Pippo Venuto

di Lorenzo Donati

In occasione di Crescere nell’assurdo – Uno sguardo dallo stretto, proponiamo alcuni approfondimenti dedicati alla scena teatrale messinese, partendo da un breve “ritratto” di Pippo Venuto attraverso alcune sue dichiarazioni che abbiamo raccolto.
Venuto è attore messinese con alle spalle un percorso di lavoro con la Compagnia della Fortezza, protagonista di 
In veste di rosa, spettacolo con la regia di Domenico Cucinotta del Teatro dei Naviganti.

Il teatro, la Fortezza e i Naviganti
Sono cinque anni che pratico teatro senza prima averlo studiato. Ho conosciuto Armando Punzo alla Compagnia della Fortezza, dove ho iniziato senza avere delle basi che mi si sono create studiando gli autori affrontati in scena secondo la poetica particolare di Armando. Insieme alla compagnia ho realizzato HamliceSanto GenetMercuzio non vuole morire e questo ultimo spettacolo Dopo la tempesta. L’opera segreta di Shakespeare. Con Domenico Cucinotta mi sono trovato a operare in una direzione simile, il lavoro consiste nella libertà di improvvisare in una struttura rigida, anche se sembra un paradosso.
L’incontro con Domenico e Mariapia Rizzo è stato il caso, il caso è la firma che Dio vuole con le sue opere, come diceva Voltaire. Sono tornato a Messina da Volterra, un giorno al bar qualcuno mi ha detto: guarda quel ragazzo, fa teatro nel quartiere. Quel ragazzo era Domenico. Io sono cresciuto qui così ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a progettare, da lì è nato lo spettacolo In veste di rosa [domani pubblicheremo una lunga intervista al Teatro dei Naviganti anche su questo lavoro, NdR]. Mi preme portare le persone verso il teatro, credo che il teatro possa fare tanto, possa aiutare a capire. Il teatro può fare dei “miracoli”.

Essere attore
Essere attore per me, oggi, è starsene sul filo. Genet consiglia al funambolo di starsene sul filo, di estraniarsi, di non interessarsi a tutto quello che lo circonda. Essere attore è vedersi come in un sogno, essere spettatori di noi stessi, vedersi da fuori mentre si fa, distaccarsi da sé. Con Armando dicevamo “morire a se stessi”, essere altro in scena.
Essere attori per me oggi è “morire a se stessi”, essere altro in scena. Mi sono molto ritrovato in questo concetto: sono in qualche modo “risorto” attraverso il teatro, dunque cerco sempre di allontanarmi dal reale il più possibile per restare ancorato a una dimensione profonda. La realtà la vediamo tutti i giorni, la realtà è tremenda, tutti ce la raccontano, credo che noi a teatro dobbiamo fare altro per non essere banali.

Il sud
Il sud mi dà la sensazione di Far West, una sensazione da territori inesplorati. La Sicilia è una terra ricchissima di culture. Penso che siamo riusciti a orientarci in tale ricchezza con le nostre iniziative ma queste ultime spesso restano confinate in dinamiche che non ti consentono di procedere oltre. La sensazione è che qui ci sia una guerra che si combatte con altri sistemi, e altre regole. Qui è tutto confuso: non si capisce bene cosa sia realtà e cosa finzione.

L'autore

  • Lorenzo Donati

    Tra i fondatori di Altre Velocità, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento delle Arti all'Università di Bologna, dove insegna Discipline dello spettacolo nell'intreccio fra arte e cura (Corso di Educazione professionale) e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettacolo al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Immagina e conduce percorsi di educazione allo sguardo e laboratori di giornalismo critico presso scuole secondarie, università e teatri. Progettista culturale, è tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Comitato scientifico dei Premi Ubu. Usa solo Linux.

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