Testo esito di un percorso formativo in collaborazione con l’Università di Parma
Da alcuni anni siamo felici di collaborare con la docente prof.ssa Roberta Gandolfi della cattedra di Teatro e informazione, nel contesto del corso di laurea in Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale dell’Università di Parma. Grazie alla collaborazione con riviste come Altre Velocità, Stratagemmi e Teatro e Critica, studenti e studentesse, sotto la guida della docente prendono parte a festival e rassegne sul territorio, sperimentando l’osservazione partecipante durante gli eventi e in seguito mettendo a punto long form di racconto e analisi.
Lungo il corso dell’anno accademico 2025/2026 e prima della stesura dei testi, il nostro Lorenzo Donati è stato presente in aula per una lezione di due ore sui fondamenti della critica e del reportage. Di seguito il primo dei due esiti del lavoro svolto. Puoi leggere il secondo qui.
Siamo Laura, Martina e Greta, studentesse al primo anno della magistrale di Giornalismo e Comunicazione Multimediale dell’Università di Parma. Arrivate da poco nella città abbiamo accolto la proposta della Professoressa Gandolfi per il corso di Teatro e Informazione: seguire alcuni festival con lo scopo di scriverne un reportage. Abbiamo deciso di seguire una piccola, originale e qualificata rassegna: Parma Moving Festival/Solo cose belle, con direzione artistica di Daniele Albanese. Il festival, col patrocinio del Comune di Parma, della Fondazione Cariparma e con la promozione di Europa Teatri, ha svolto in settembre la sua terza edizione. Per l’occasione le piazze e le strade della città ducale sono state sede di performance “site-specific”, mentre gli spettacoli al chiuso si sono tenuti al Teatro Europa. Una caratteristica che noi tre non avevamo trovato in altri festival, è stata proporre un’esperienza artistica concettualmente diversa in cui la danza non aspetta il pubblico solo a teatro, ma lo insegue e si radica anche nello spazio urbano.
Abbiamo vissuto una settimana differente, in uno spazio autentico e libero, che ci ha permesso di esplorare nuove modalità per comprendere la danza contemporanea.
La direzione artistica: a tu per tu con Daniele Albanese
Daniele Albanese, danzatore e coreografo quarantenne, parmense ma abituato a muoversi per l’Europa, è la mente che si trova dietro alla progettazione e all’identità di Solo cose belle. Dopo gli anni di formazione in Olanda e di lavoro prevalentemente a Berlino, con Parma Moving Festival, realizzato grazie ad una fitta collaborazione con Teatro Europa, ha deciso tre anni fa di donare alla città un piccolo festival di danza contemporanea, genere molto trascurato dai pur ricchi palinsesti dei teatri cittadini. Daniele è passato dalla nostra aula per una masterclass e ci ha spiegato la sua visione artistica:
Cosa l’ha spinta a tornare nella sua città natale, e quali sensazioni ha portato con sé?
Daniele Albanese:Questo cambiamento è stato accompagnato da una certa diffidenza verso gli spazi tradizionali dedicati all’arte che io considero troppo conservatori e distanti dagli studi e dalle ricerche internazionali. Proprio per questo volevo provare a creare un progetto nuovo, che fosse condiviso, aperto e inclusivo.
In queste tre edizioni, come ha organizzato il lavoro di direzione artistica per il festival?
Daniele Albanese: Nel corso delle edizioni ho deciso di mantenere volutamente invariato il titolo, perché si è rivelata una scelta provocatoria ma efficace, che resta facilmente impressa e piace al pubblico. Nella selezione degli artisti prediligo la coerenza e la conoscenza diretta, chiamando spesso a collaborare performers con cui ho già condiviso percorsi e idee. Non decido tanto per affinità di gusto, quanto per la visione unica degli artisti che invito e per il loro linguaggio espressivo. Il mio interesse per la danza nasce da uno studio del movimento come linguaggio fisico, ricerca che si riflette nella programmazione del festival, nel quale cerco di alternare spettacoli molto vari e diversi, per offrire agli spettatori una panoramica totale sulla scena della danza contemporanea.
Qual è per lei il focus di questo progetto?
Daniele Albanese: L’obiettivo per me è chiaro: utilizzare la danza per rigenerare lo spazio urbano e favorire una riflessione collettiva sul valore dell’esperienza condivisa. Questa idea nasce da una profonda esigenza che risale al periodo postpandemico. La mia missione come direttore artistico, infatti, è quella di rinnovare il concetto di danza per renderla un’esperienza fruibile per tutti, in spazi nuovi e riqualificati. La mia visione artistica era condivisa da EUROPA TEATRI e questo ha portato a un punto di incontro cruciale sulla necessità di “riaprire gli spazi” non solo materialmente, ma anche fisicamente attraverso il movimento. Solo cose belle è la risposta a un periodo storico che ha imposto una forte riflessione sui rapporti tra spazi aperti e spazi chiusi. L’intento primario è stato inglobare la danza in quanti più luoghi diversi e all’apparenza divergenti possibili, per consentire una fruizione diversa e una maggiore accessibilità all’idea di performance. Tale necessità si traduce quindi in una progettualità consapevole, incentrata sulla vicinanza tra il pubblico e gli artisti, che non si limita solamente a domandare cosa avviene o cosa si racconta, bensì sposta il suo focus sul come avviene e come si racconta.

Gli spazi, le performance e gli incontri del festival
Le prime due performance del festival, entrambe della coreografa Elisabetta Consonni, sono Plutone e Il secondo paradosso di Zenone, viste in due spazi aperti del centro storico: Piazza Garibaldi, sede del Comune e cuore di Parma, e Strada Farini, zona pedonale. Chiunque ha la possibilità di fermarsi a guardare, e questo permette di osservare come la danza si possa immergere fluidamente nel contesto urbano, risemantizzandone i luoghi in maniera imprevista.
Altri spazi urbani diventati sedi di performance sono Piazzale Borri, nel centro storico, Piazza Ghiaia e Piazzale Picelli, situati in Oltretorrente. Luoghi adibiti a danze brevi di improvvisazione nel Laboratory_Urban Strategy di Chiara Montalbani, Danilo Smedile e Diego Spiga.
Ma Solo cose belle coinvolge anche posti al chiuso, due in particolare. Innanzitutto, il Teatro Europa, che si trova in una zona più periferica della città. Martedì è palcoscenico di Horizon Koiné Bolero di Masako Matsushita con Vittoria Caneva e Dove cresce ciò che si salva di e con Francesca Foscarini, mentre giovedì in successione, dello studio No caption needed di Giulia Cannas e You are not an island,un primo studio di Fabio Pronesti. Si torna al Teatro il sabato, con la performance finale del festival, Warp Renderings di Sergiu Matis. Il secondo luogo chiuso è un museo davvero affascinante e non molto conosciuto in città, il Museo d’Arte Cinese ed Etnografico, che da alcuni anni sta accogliendo al suo interno i linguaggi performativi secondo quell’interessante linea di sperimentazione europea che va sotto la formula di “performing museums”: la danza si muove nelle sue sale attraverso le performance di Stefania Tansini Studi per M e con Mother della compagnia internazionale Perypezye Urbane.
Il festival propone anche un momento di approfondimento culturale negli spazi comunali della città, coinvolgendo studiosi, filosofi ed esperti di danza quali Alessandro Pontremoli, Chiara Allegri, Maurizio Zanardi e Roberta Gandolfi. Programmato per la giornata di giovedì, si tratta di un seminario a più voci sui linguaggi della danza contemporanea nell’Oratorio Novo dell’Ospedale Vecchio di Parma.
A tu per tu con i performers
Durante i giorni di Solo cose belle abbiamo conosciuto da vicino gli artisti del festival e siamo riuscite a intervistare alcuni di loro, i quali ci hanno spiegato la loro concezione personale di performance e di movimento, l’importanza dell’espressività e di come affrontano i vari processi creativi.
Intervista a Vittoria Caneva, interprete di Horizon Koiné Bolero
Horizon Koiné Bolero è una performance basata sulla sintonia e la fluidità dei movimenti della danzatrice, in grado di accomunare diversi stili: dal classico al contemporaneo fino a giungere al floorwork e al twerking, tutto accompagnato dalla musica incalzante del Bolero di Ravel. Stili così diversi fra loro da risultare, al contempo, sincroni e accoppiati nella giusta maniera.
Il giorno seguente la visione della performance, abbiamo inaspettatamente trovato tra i banchi universitari l’interprete Vittoria Caneva ed è stata per noi l’occasione perfetta per porle qualche domanda:
Ci racconta il processo creativo di Horizon Koiné Bolero?
Vittoria Caneva: La coreografa e fino a questo momento interprete è stata Masako Matsushita, che affidandomi l’esecuzione della performance mi ha raccontato ciò che è stato fonte di ispirazione, in modo da rendermi partecipe. Il lavoro è stato creato da lei a Pesaro in una sala affrescata con riferimenti astrologici e astronomici, disegni che sono entrati in dialogo con gli studi che accompagnano Masako da anni riguardo lo spostamento dei corpi nello spazio.
Quale messaggio porta con sé questa particolare interpretazione del Bolero?
Vittoria Caneva: Si tratta di una danza che mira ad unire ciò che è basso e terreno con ciò che è nobile e raffinato, attraverso l’uso di un vocabolario plurimo e sincretico. Il bolero è un vortice che ti prende, in cui tradizionalmente una performer balla su un tavolo e gli altri la osservano attorno: al centro dell’attenzione di tutti vi è la figura della gitana sensuale che si fa trascinare dalla musica. L’idea di trasportare tale concetto, visceralmente legato all’idea della piazza, all’interno di uno spazio chiuso e solitamente dedicato alle arti performative secondo me è geniale.

Intervista a Maia Joseph, interprete di Mother
La performance di Mother si basa sull’uso dell’intelligenza artificiale e su come quest’ultima possa influenzare l’improvvisazione, creando un dialogo tra corpo e tecnologia: la perfomer si muove davanti a una telecamera che, collegata ad un software IA, crea immagini e video in tempo reale sui suoi movimenti. Dietro di lei, un telo su cui sono proiettati i filmati, guidati dagli altri ragazzi del collettivo.
Finita la performance, siamo riuscite ad intercettare brevemente la ballerina canadese Maia Joseph di Perypezye Urbane cimentandoci in una chiacchierata in inglese, che qui traduciamo in italiano:
Come si prepara prima di ogni esibizione? La scelta della musica aiuta a improvvisare?
MaiaJoseph: Dipende dove mi esibisco. Posti come questo (Museo d’Arte Cinese ed Etnografico, ndr) che sono circondati dall’arte, mi aiutano davvero a sentire più emozioni. Cerco di non giudicare ciò che sto facendo o perché lo sto facendo mentre improvviso, lascio semplicemente che accada ciò che deve accadere. A volte sono troppo musicale quindi devo andare contro tale impulso e creare un contrasto con il corpo, facendo cose diverse senza pensare troppo. Mi lascio semplicemente andare.
L’uso di uno specchio potrebbe aiutare nella sua performance?
MaiaJoseph: Beh, no, immagino che giudicherei troppo me stessa se ne usassi uno. È meglio vivere il flusso musicale con tutto il corpo, perché se ti concentri sul tuo riflesso non sei davvero connesso con ciò che stai improvvisando.

Intervista a Sergiu Matis, interprete di Warp Renderings
Warp Renderings è una performance che porta gli spettatori a interrogarsi sull’esistenza di una cornice creata da Matis con l’uso di oggetti riciclati (assi in legno), all’interno della quale, tramite un proiettore, vengono mostrate delle immagini utopiche ma distorte di quadri di paesaggio appartenenti al Romanticismo e altre immagini di spazi aperti create dall’IA. Sulla scena, intanto, il performer utilizza altri materiali riciclati: tappeti, plastica e vernici reinterpretano il ruolo dei quattro elementi naturali per comprendere al meglio come la natura reale si differenzi da quella dell’IA. Matis termina lo spettacolo con una scena parlata: un monologo che permette di capire come la visione del mondo sia resa ideale dalle immagini estetiche. Con il suo muoversi nello spazio ridotto del palcoscenico il performer rende bene l’idea di questa realtà distorta.
Com’è riuscito a interpretare e a ricreare l’idea di una cornice in grado di proiettarci verso una visione esteticamente perfetta e non naturale?
Sergiu Matis: Sicuramente mi è stato d’aiuto percepire in modo differente i passi per interpretare al meglio le varie differenze. Il mio focus è stato un movimento interrotto, distorto, come poi sono le immagini che scorrono sulla parete, dato che ritengo che la nostra visione del mondo sia distorta e resa ideale dalle immagini estetiche rese dall’IA e dai quadri dell’epoca del Romanticismo.
Vi è un gioco di parole pronunciato durante la performance nell’attimo parlato: “let’s escape” usato vicino al termine “landscape”. Che significato ha?
Sergiu Matis: Il significato è in realtà molto intuitivo: tutti noi scappiamo da un paesaggio esteticamente perfetto per arrivare alla ricerca della realtà.
Durante la performance si è visto il quadro Viandante sul mare di nebbia. Come mai ha scelto Friedrich per far comprendere meglio la sua idea?
Sergiu Matis: Ho voluto mantenere il medesimo significato che viene dato a questo capolavoro: l’evocazione del sublime. Tuttavia, vi è qui un ulteriore significato nascosto. Oltre al Viandante sul mare di nebbia, si sono susseguite immagini simili tra loro e tratte dal mondo reale: lo scoppio di una bomba in un paese in guerra, una nube di smog in una città inquinata dal traffico, la nebbia in un paesaggio di campagna. Questo è un modo di interpretare la realtà: immagini simili o praticamente uguali possono assumere significati diversi a seconda della nostra visione e idea.

Le nostre impressioni finali
Il valore aggiunto di questo festival è facilmente comprensibile da chi lo vive, ma proveremo a spiegarlo a parole per chi non ha questa opportunità. Le sue piccole dimensioni permettono di intrattenere un rapporto diretto con i performer e gli organizzatori. Si tratta di relazioni molto arricchenti per chi, come noi, non era a conoscenza di molti aspetti della danza contemporanea. L’ambiente informale, inclusivo e privo di gerarchie rende meno nervosi e fa sentire accolti, dando la sensazione di entrare in un luogo vivo e senza pregiudizi, in cui la danza smette di essere qualcosa da osservare a distanza e diventa un dialogo aperto. Abbiamo poi concluso la settimana con un vivace aperitivo, insieme ai vari protagonisti del festival, al Teatro Europa.
In questo festival abbiamo scoperto che il movimento può farsi racconto, ascolto e persino comunità: un’esperienza che ci ha ricordato quanto l’arte sia capace di avvicinare le persone e far emergere nuove riflessioni.


