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(foto di Jennifer Stipa)
(foto di Jennifer Stipa)

Attraverso Festival Aperto, un reportage da Reggio Emilia

di Paulina Kedzierska, Leonardo Levoni

Testo esito di un percorso formativo in collaborazione con l’Università di Parma

Da alcuni anni siamo felici di collaborare con la docente prof.ssa Roberta Gandolfi della cattedra di Teatro e informazione, nel contesto del corso di laurea in Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale dell’Università di Parma. Grazie alla collaborazione con riviste come Altre Velocità, Stratagemmi e Teatro e Critica, studenti e studentesse, sotto la guida della docente prendono parte a festival e rassegne sul territorio, sperimentando l’osservazione partecipante durante gli eventi e in seguito mettendo a punto long form di racconto e analisi.

Lungo il corso dell’anno accademico 2025/2026 e prima della stesura dei testi, il nostro Lorenzo Donati è stato presente in aula per una lezione di due ore sui fondamenti della critica e del reportage. Di seguito il secondo dei due esiti del lavoro svolto. Puoi leggere il primo qui.

Come ogni anno, anche lo scorso autunno, dal 19 settembre al 22 novembre 2025, Festival Aperto ha trasformato i Teatri di Reggio Emilia in un centro pulsante delle arti performative contemporanee. La XVII edizione del Festival Aperto ha proposto 31 spettacoli per 60 repliche, tra musica, danza e performance ibride, confermando una vocazione multidisciplinare e internazionale: ha ospitato numerosi artisti e compagnie internazionali (tra cui Peeping Tom dal Belgio, Botis Seva dal Regno Unito, Christos Papadopoulos dalla Grecia, Angelin Preljocaj dalla Francia, Crystal Pite dal Canada, Manuel Roque dal Canada/Argentina e altri da vari paesi), senza un conteggio ufficiale preciso di quanti dei 31 spettacoli fossero esclusivamente “internazionali”, ma con una presenza significativa di voci estere nella sezione danza e musica, descritta come una “costellazione di artisti internazionali e italiani”. Di questi, almeno 4-5 spettacoli internazionali erano in coproduzione con il festival (tra le 16 produzioni e coproduzioni totali indicate nei dati ufficiali), come Chroniques di Peeping Tom (coproduzione Festival Aperto/Fondazione I Teatri con partner europei quali Festival d’Avignon, KVS Bruxelles e altri), My fierce ignorant step di Christos Papadopoulos (nuova coproduzione con il festival), Bang Bang di Manuel Roque (coproduzione FestivalTransAmériques) e altre collaborazioni internazionali.

Festival Aperto non si diffonde nella città, ma abita stabilmente i tre teatri della Fondazione I Teatri — Valli, Ariosto e Cavallerizza — affacciati sulla stessa piazza, creando un polo unico, compatto e simbolico per Reggio Emilia. Come ha raccontato il direttore in un’intervista, il festival affonda le radici nella tradizione reggiana di musica e danza contemporanea, valorizzando il lavoro collettivo e il teatro come servizio pubblico: un luogo che dialoga con la comunità intercetta le tensioni del presente ed evolve, fedele alla missione di leggere il contemporaneo attraverso linguaggi sempre più ibridi. Il sottotitolo di questa edizione, La Marea Montante dell’Osceno, ha assunto un chiaro posizionamento critico sul nostro tempo. L’osceno non come scandalo, ma come ciò che resta fuori scena (ob-skené) e tuttavia invade lo spazio pubblico sotto forma di violenza, sopraffazione ed esposizione continua e indifferenza. A questa tossicità del reale, Festival Aperto ha opposto un luogo di complessità, ascolto e pensiero.

Il cartellone si è dispiegato come una costellazione in cui musica e danza contemporanea hanno interrogato il presente intrecciando sperimentazione, memoria e visioni. Dall’oratorio “pagano” Without Blood There Is No Cause sulle musiche di Julius Eastman, che ha omaggiato la radicalità afroamericana, al concerto militante di NNEKA; dalle esplorazioni sonore di YARN/WIRE e Notes on the Memory of Notes fino alla forza visionaria delle compagnie Peeping Tom, Dresden Frankfurt Dance Company, Hofesh Shechter, Jan Martens, Oona Doherty, Aterballetto. Parallelamente la performance sonora ha attraversato forme ibride e politiche: Irreversible Entanglements, Rob Mazurek, Massimo Zamboni, insieme a progetti di elettronica, improvvisazione, opera da camera e scrittura sperimentale. Inoltre, Festival Aperto ha accolto le proposte immersive e partecipative delle nuove generazioni artistiche, ospitando lavori che hanno interrogato il corpo, la disabilità, il linguaggio e la memoria.

C’è stato poi un progetto speciale: la collaborazione con l’Istituto Alcide Cervi e il Museo Cervi di Gattatico, importante realtà del territorio legata alla memoria della Resistenza. Grazie a questa sinergia, Festival Aperto ha riaffermato il valore politico e civile dell’arte come pratica di resistenza dello sguardo, unendo memoria storica e impegno contemporaneo. Il congedo, il 22 novembre, è avvenuto con la Maratona Musicale Multicentica Maivista, una festa-labirinto di sei ore che salutato questa edizione come esperienza collettiva e imprevedibile.

Per avvicinare i giovani al Festival, la Fondazione I Teatri promuove da alcuni anni il progetto Ambasciatori: ragazzi e ragazze under 26 diventano mediatori attivi tra la scena contemporanea e il pubblico, attraverso la comunicazione sui social.Il percorso offre ingresso gratuito agli spettacoli, incontri con artisti, curatori e tecnici, oltre alla possibilità di raccontare il festival con uno sguardo critico, capace di interrogare ciò che emerge, inquieta o sfugge.

Il progetto si è concluso simbolicamente alla Collezione Maramotti, dove abbiamo compreso che essere Ambasciatori significa connettere forme, idee e colori, cogliere risonanze e traiettorie tra le opere, abitare le soglie tra visione e riflessione. A questo percorso abbiamo partecipato anche noi, Paulina Kędzierska e Leonardo Levoni, studenti della Laurea Magistrale in Giornalismo dell’Università di Parma, con un obiettivo specifico legato al corso di didattica applicata ai festival: realizzare un reportage finale che offriamo in queste pagine. Riflettendo sull’esperienza, abbiamo scelto di raccontare i cinque spettacoli che più ci hanno toccato, arricchiti dagli incontri che ne hanno svelato valenze e significati. Li abbiamo elaborati non come recensioni tradizionali, ma come attraversamenti personali: sguardi riavvicinati su opere che hanno lasciato tracce, domande e immagini persistenti nel nostro sguardo.

Peeping Tom, Chroniques

Reggio Emilia, Teatro Valli, 28 settembre 2025, ore 16:00

Il pubblico prende posto e le luci si spengono; la platea è inghiottita dal buio. Chroniques di Peeping Tom, compagnia belga diretta da Gabriela Carrizo di nuovo ospite di Festival Aperto con la sua ultima creazione, in prima nazionale qui a Reggio Emilia, ha trascinato fin dall’inizio noi spettatori in un incubo collettivo, trasformandoci in voyeurs consapevoli. Sul palco, Simon Bus, Seungwoo Park, Balder Hansen, Boston Gallacher e Charlie Skuy si muovono come creature intrappolate in un tempo sospeso. Creano, distruggono, si deformano, si reinventano: i loro corpi sembrano rispondere a leggi fisiche, biologiche e persino cosmiche.

Compare in scena una mano, una mano mozzata con la quale i performer iniziano a giocare, a calciarla, a spostarla, come fosse un oggetto qualsiasi, dimenticato. È solo un gioco, poi però la mano diventa pistola, l’arma diventa potere di uccidere, e lo spettacolo ci colpisce come un pugno allo stomaco. Si ride, si imita, si spara per finta, ma il gioco si trasforma presto in eliminazione reciproca: uno dopo l’altro i performers cadono, si cancellano, si disfano a vicenda, come se la violenza fosse l’unico linguaggio possibile. Alla fine, resta solo uno, guarda la pistola, la rivolge verso di sé: il gioco si conclude con il suicidio. Silenzio. Il rimando a Kubrick e al celebre osso di 2001: Odissea nello Spazio (1968) è inevitabile, la creazione diventa annientamento.

Lo spettacolo si chiude con un cadavere disposto come Buddha, sacro e inquietante allo stesso tempo, dal quale comincia a sgorgare dell’acqua: il cadavere si trasforma in una specie di fontana, simbolo ambiguo di purificazione e morte, di rinascita e decomposizione. Gli oggetti scenici sono essenziali: masso, pietre sparse, tavolo-altare e un successivo soppalco di metallo che introduce un richiamo freddo e industriale, modificando la precedente evocazione di uno spazio/tempo primordiale. La musica ambientale si fonde con i movimenti, creando un teatro fisico e viscerale, dove il corpo parla più delle parole. Chroniques accende lati oscuri del nostro immaginario, un’esperienza dove guardare significa già partecipare alla tragedia.

(foto di Camille Leprince)

Dresden Frankfurt Dance Company, Entertainment – Lisa

Teatro Municipale Valli, 4 ottobre 2025

La Dresden Frankfurt Dance Company è un corpo di ballo con sede tedesca conosciuto a livello internazionale per la capacità di unire la tradizione a visioni più contemporanee. Lo spettacolo, è suddiviso in due parti, che risultano collegate tra di loro grazie a un passaggio di testimone: la prima sezione è firmata da uno dei coreografi più influenti del nostro tempo, William Forsythe, fondatore e direttore della compagnia dal 2005 al 2015, che per l’occasione torna a collaborarvi dopo quasi dieci anni; la seconda sezione invece è guidata da Ioannis Mandafounis, che è subentrato a dirigere la compagnia nel 2023.

Il titolo della prima parte, Undertainment, unisce in inglese le parole under e entertainment, comunicando fin da subito lo scopo dell’esibizione, che si concentra sull’improvvisazione ed esplorazione del movimento, coi danzatori che seguono schemi ricorrenti e tecnicismi precisi, donando allo spettacolo l’inconfondibile ritmo e stile autoriale di Forsythe. I performer utilizzano sia corpo che voce per indagare sui dualismi collettività – individualità, pluralità – singolarità, collaborazione – separazione.

Nella seconda parte, intitolata Lisa, ho notato subito alcune differenze rispetto alla sezione precedente: una forte presenza della musica, grazie alle note del compositore Gabriel Fauré, e della parola, con i versi dello scrittore russo Osip Mandelstam. Ma vi sono anche analogie, i danzatori entrano ed escono di nuovo dalla scena in un susseguirsi quasi frenetico. Poi, a un certo punto, la musica si ferma, i danzatori avanzano uno a uno verso il centro del palco, discutendo animatamente fra di loro, ognuno in una lingua diversa, e noi spettatori siamo impossibilitati a comprendere questo dialogo acceso. Ciò che permette di entrare nel vivo della scena è la lingua della danza, che riesce ad unire persone apparentemente lontane e che sembra essere una delle poche vie di fuga in un mondo pervaso dalla violenza. L’ultima scena mette ancora più in confusione il pubblico: i performer corrono e urlano, la musica si fa più veloce, sembra di assistere a un terremoto. Dall’alto comincia a piovere, ma forse non è pioggia, è neve, o cenere, quasi fosse una scena di Schindler’s List. Il climax continua fino a quando non rimane più nessuno sul palco e cala il sipario. Dopo una tempesta di emozioni, si tira quasi un sospiro di sollievo, e si rimane con tanti punti di domanda che deliberatamente non trovano risposta.

(foto di Dominique Mentzos)

Hofesh Shechter Company, Theatre of Dreams

Teatro Municipale Valli, 10 ottobre 2025

Hofesh Shechter è un coreografo contemporaneo israeliano, considerato uno dei più apprezzati a livello mondiale. In questo spettacolo, insieme al suo corpo di ballo omonimo, indaga la sfera del subconscio e il mondo dei sogni, con l’obiettivo di stimolare in noi spettatori un’interpretazione del tutto personale.

Theatre of Dreams è caratterizzato da un gioco di luci, colori e ombre, e da una musica frastornante, con una partitura sonora che segue linee hip-hop e vibrazioni da discoteca, con un volume eccezionalmente alto. Una scena mi ha particolarmente colpito, quando alla musica si sono contrapposti altri rumori, il battito del cuore o forse degli spari, e, in una straordinaria armonia, i corpi dei performer sono caduti a terra, uno dopo l’altro. Sembrava quasi un’evocazione dell’attacco terroristico compiuto da Hamas, il 7 ottobre 2023, durante il festival musicale Supernova in Israele. Ma i corpi si sono subito rialzati e hanno continuato a ballare. La coreografia alterna scene in cui è presente tutto l’ensemble, ad altre in cui i performer danzano singolarmente, accompagnati dal movimento delle grandi tende del sipario, disposte a due livelli, che si aprono e si chiudono, talvolta lasciando scoperta solo una piccola fetta di palco, dove i ballerini si infilano, a volte addirittura costretti a scavalcarle. A un certo punto, a sipario calato, esce un uomo completamente nudo, che rompe la quarta parete fissando gli spettatori uno a uno, come a dire “la violenza quotidiana non vi disturba, e invece un uomo nudo sì?”.

Ma a rompere il muro immaginario che divide il pubblico dal palco non è solo questa scena: prima del finale le luci si accendono e i ballerini scendono in platea, prendendo per mano gli spettatori e facendoli ballare tutti. Lo spettacolo nella sua interezza è nella sua disarmante complessità mi ha assolutamente ipnotizzato.

(foto di Todd McDonald)

REDRUM – Gruppo Nanou all’Overlook Hotel

Reggio Emilia, Teatro Valli, sala degli specchi, 12 ottobre 2025, ore 17.30

REDRUM, premio UBU 2024 come miglior spettacolo di danza, fa parte del più ampio progetto Overlook Hotel del collettivo emiliano Nanou. Il titolo è il riflesso della parola “Murder” (omicidio), che richiama apertamente Shining, omaggiando sia il romanzo di Stephen King che la famosa trasposizione cinematografica di Stanley Kubrickopere che mi appassionano da sempre, come grande amante del cinema. Shining racconta il dramma della famiglia Torrance, costretta a vivere in totale isolamento in un hotel di alta montagna, teatro di eventi inquietanti e soprannaturali che conducono il padre Jack alla follia, spingendolo a manifestare istinti omicidi. Il figlio, il piccolo Danny, possiede una straordinaria facoltà extrasensoriale, chiamata luccicanza (shining) che gli permette di percepire l’oscuro passato del luogo e di intuire eventi futuri.

Redrum è un’installazione coreografica che coinvolge vari spazi del teatro e si fruisce in dimensione itinerante. All’ingresso riceviamo un invito cartaceo con poche istruzioni essenziali: come muoversi e comportarsi tra le stanze, come sostare tra le ombre, come lasciarsi attraversare dall’esperienza. Se lo spettatore deciderà di bere, ad esempio, potrà farlo al banco allestito nella prima sala, imitando il gesto ipnotico ed inquietante di Jack Torrance al bar dell’Overlook Hotel.

Cinque danzatori e un performer abitano tre stanze comunicanti, con il pubblico che ne attraversa liberamente i passaggi, proprio come fa il piccolo Danny nei corridoi dell’Overlook Hotel. I partecipanti si osservano, si seguono, si perdono. Un performer indossa i panni del cameriere/barista; un altro ripete il gesto di Jack Torrance che beve, in un rituale circolare e disperato. Redrum invita ad esplorare fisicamente un mondo in cui il confine tra vero e falso si dissolve, permettendo all’immagine scenica di comporsi davanti ad ogni sguardo in modo unico e irripetibile.

Due performers incarnano le gemelle, quali immobili e speculari apparizioni silenziose che sembrano emergere direttamente dalla memoria dell’Hotel; una di loro si muove sopra al tavolo di una stanza, un’altra cela il volto dietro una cortina di capelli, evocando il ricordo del fantasma della Stanza 237 (o 217 nel libro), dove giovinezza e decadenza, bellezza e putrescenza, desiderio e terrore si sovrappongono in un’unica immagine disturbante. A tratti i cinque corpi assumono la posa dei cadaveri che popolano le visioni di Danny: spettri fermi, frammenti di un passato sospeso. Le luci tagliano lo spazio e proiettano ombre che sembrano presenze autonome, fuse dal ritmo della musica. Le ombre amplificano i gesti, li moltiplicano, trasformando ogni corpo in un insieme di visioni inquietanti.

REDRUM non si guarda: lo si attraversa. Come Alice che oltrepassa lo specchio per entrare in un mondo capovolto, anche noi ci siamo ritrovati immersi in un territorio dove le percezioni slittano, le identità si rinfrangono e il margine tra chi osserva e ciò che viene osservato si annulla.

(foto di Lorenzo Pasini)

Marco D’Agostin, Asteroide

Sabato 18 ottobre 2025, ore 19.00, Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia

La geologia e il romanticismo hanno qualcosa in comune: entrambi raccontano che le cose durano, che la materia e i sentimenti si trasformano ma non scompaiono mai davvero. Poi arriva un asteroide – o un amore che finisce – e tutto cambia di colpo. Negli anni Ottanta l’ipotesi che un meteorite avesse causato l’estinzione dei dinosauri sconvolse la comunità scientifica: era una teoria troppo affascinante, ma anche troppo brutale. Come accettare che la vita possa cambiare direzione in un’istante? Nel suo ultimo spettacolo, che ha ricevuto lo scorso dicembre il Premio Ubu 2025 per la danza e una nomination al miglior progetto sonoro, Marco D’Agostin parte proprio da quella vertigine.

C’è solo lui in scena, immerso in uno spazio quasi vuoto, minimale, che sembra un laboratorio o un deserto lunare. È un paleontologo, forse, o soltanto un uomo che tenta di dare un senso al vuoto che ha intorno. Parla di ossa, fossili, polveri cosmiche. Ma lentamente la sua voce si incrina, un braccio comincia a muoversi come per caso, poi il corpo intero si lascia prendere da un ritmo imprevisto. La scienza si fa canto, la conferenza si trasforma in coreografia.

Una forza invisibile fa il suo ingresso: il musical, inteso come febbre, contagio, invasione dello spettacolo nella carne. Asteroide diventa allora una decostruzione del musical di Broadway, riletto con comicità meta-teatrale e dissacrante che ricorda quella del film Per favore, non toccate le vecchiette (The Producers, 1977) di Mel Brooks. Come il regista americano, D’Agostin costruisce una parodia del musical che rende omaggio al modello, ma allo stesso tempo possiede una sua autonomia, senza ridursi mai a semplice copia. Mentre procede, mette in mostra l’ossatura del musical di Broadway, i suoi meccanismi, i suoi cliché. Eppure, sotto l’ironia si cela una malinconia profonda: quella di Dancer in the Dark film del 2000 diretto da Lars von Trier, come svela lo stesso D’Agostin nell’ incontro con il pubblico al termine dello spettacolo: la voce che canta per non crollare, la danza che resiste alla distruzione tentando di trattenere la vita mentre tutto intorno implode…

E poi, arriva davvero l’asteroide. Una luce, un suono lontano, un bagliore che cresce fino a divorare lo spazio. Il nostro protagonista prima resta immobile per poi scomparire lentamente come una figura fossile. Dal cratere della scena, quando il silenzio sembra definitivo, entra una strana creatura dal pelo dorato e con sei zampe: ambigua, luminosa, quasi celestiale. Non è chiaro se sia un animale, una divinità. Forse è ciò che resterà dopo l’estinzione dell’umanità, forse è ciò che farà ricominciare la vita. Asteroide finisce così: con una fine che diventa un nuovo inizio, l’eterno ritorno di un’apparizione che smentisce la scomparsa. In quel momento, la scena non racconta più la catastrofe, ma la sua eredità: la prova che la vita come l’arte, trova e troverà sempre un modo per ripresentarsi, in un’altra forma, con un altro corpo, in un altro tempo e con nuovi colori. Quando si riaccendono le luci, capiamo che quell’asteroide non è caduto solo sulla Terra, ma dentro di noi.

(foto di Alice Brazzit)

Conclusioni

La nostra presenza al festival, che può essere descritta come un’oscillazione tra partecipazione e distanza critica, tra immersione e traduzione. Testimoni e interpreti di un’esperienza che non si chiude, ma continua a generare pensieri, domande e possibilità di visione. Questi spettacoli ci hanno mossi e smossi, sono opere capaci di trasformare lo spettatore. In Chroniques la violenza e la bellezza disturbante ci hanno costretto all’osservazione attiva; in REDRUM, il labirinto percettivo ha dissolto le nostre certezze coinvolgendolo lo spettatore e trasformandolo in materia dell’azione scenica; Asteroide ha deposto l’asteroide sulla nostra pelle, come polvere cosmica che altera il respiro e lo sguardo.

Anche Theatre of Dreams ed Entertainment – Lisa hanno prodotto in noi slittamento, con scene che non si limitano a mostrarsi, ma interrogano, espongo e coinvolgono. Non c’è catarsi risolutiva, ma una trasformazione lenta e persistente: si esce dal teatro con una domanda aperta, una traccia invisibile che continua a far riflettere anche dopo il calare del sipario.

Il Festival Aperto 2025 conferma così la propria forza: quando teatro e danza riescono ad attivare livelli così profondi di coinvolgimento, intrecciando sogno, memoria e materia, l’esperienza estetica smette di essere contemplazione e diventa attraversamento.

Coda – e se a parlare fossero loro?

Loro chi? Beh, i protagonisti che abitano nei vari poster del Festival.

Il dialogo tra queste figure, a metà tra ironia celebrale e istinto animale, intende accompagnare il reportage come un controcanto: uno sguardo laterale che non sostituisce la critica ma ne amplia i margini, ricordando che l’oscenità non riguarda ciò che è mostrato, ma ciò che potremmo vedere e scegliere di ignorare.

Signor Casuarius (voce bassa, tagliente come una lama arrugginita): Siamo qui per parlare di ciò che tutti fingono di non vedere. L’osceno. L’indicibile. Quello che la storia cerca di seppellire, ma che torna sempre a galla, putrido e vivo. Reggio Emilia, in questi mesi, ha aperto la fossa e ha lasciato che respirasse.

Signor Volpe (con un sorriso obliquo, quasi divertito): Ma per andare dove? Il progresso è solo uno stratagemma per ingannare la massa. Il Festival non ha mostrato nulla di nuovo. Ha soltanto fatto riaffiorare ciò che è sempre stato dentro l’essere umano. Un ritorno, non un avanzamento.

Signorina Scarafaggio (ali metalliche che fremono nell’ombra): Esatto. L’osceno non esiste in natura. È un’invenzione umana. Mi guardano con ribrezzo, schiacciandomi sotto la scarpa, ma dovrebbero guardarsi allo specchio. Io sono solo lo specchio.

Signora Coccodrillo (lenta, con la voce che gorgoglia come acqua stagnante): Per secoli ci hanno dipinti come mostri. Ora protestiamo. Perché le vere bestie siete voi, umani, con le vostre lacrime finte e i vostri denti nascosti.

Signor Volpe: La realtà non migliora. Ritorna. Sempre.

Signor Casuarius: La marea non sale.

Signor Volpe (sottovoce, quasi un sussurro): …Ritorna.

Signor Casuarius: E porta sempre la stessa cosa: il degrado. Abbiamo arredato l’illusione della vita con maschere più curate dei volti. Abbiamo lucidato le bugie fino a farle brillare.

Signor Volpe: La paura ci ha accompagnati per tutto il tempo. Paura di perdere, di affrontare, di guardare davvero. E alla fine il mondo si rivela com’è: consumato, sfaldato, senza progresso. Come la marea.

Signora Coccodrillo (avvicinandosi, la voce che si fa più profonda): La marea trascina tutto. Anche chi crede di nuotarci contro. Voi umani costruite dighe fragili, barriere di parole, di leggi, di buone intenzioni. Pensate di contenere l’inevitabile. Ma la corrente non perdona: erode, scardina, rivela.

Signorina Scarafaggio (con un battito d’ali secco, metallico, che riecheggia nel silenzio): E sotto ciò che resta trovi sempre lo stesso fondo melmoso: il rimosso, il rifiutato, l’osceno che nessuno vuole guardare. Noi insetti lo sappiamo bene. Camminiamo dentro ciò che voi fingete di non vedere. Siamo i custodi del vostro non-detto.

Signora Coccodrillo (fredda, definitiva): Il mondo non cambia. Cambiano solo le scuse.

Signor Casuarius (pausa lunga, poi un sospiro rauco): E allora? Scegli la vita. Non perché ci sia redenzione in arrivo. Non perché il fondo sia meno nero. Ma perché è l’unica carta che puoi giocare senza mentire a te stesso.

Signor Volpe (come un’eco lontana): La marea ritorna. Sempre.

Signor Casuarius (alzando lo sguardo, quasi sfidando l’oscurità): Ma puoi decidere come affrontarla.

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