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(foto di Veronique Vial)
(foto di Veronique Vial)

Sognando “Slava’s Snowshow”. Parole per raccontare una storia onirica

di Ilaria Cecchinato, Emanuele Regi

Londra, 1993: del fumo rosaceo invade lo spazio per poi diradarsi, lasciando apparire una buffa figura vestita di giallo. Siamo a teatro e stiamo assistendo al debutto di Slava’s Snowshow, spettacolo ideato dal mimo russo Slava Polunin, considerato il migliore clown del mondo, vincitore, negli anni, di numerosi riconoscimenti tra i quali l’Oliver e il Time Out Award di Londra, il Drama Desk di New York, lo Stanislavskij di Mosca e il Festival Critics Award di Edimburgo.

Non potendo tornare indietro nel tempo (e nemmeno con la memoria, dal momento che nel 1993 non eravamo ancora nati!) ci immergiamo nelle trame magiche di questa performance soltanto trent’anni dopo, il 19 marzo 2023 al Teatro Duse di Bologna.

Quando il fumo svanisce del tutto, si rivela un fondale blu ricoperto di stelle e una mezza luna sulla sinistra. Protagonista dello spettacolo è la buffa figura apparsa nella nebbia, il clown con la casacca gialla, originariamente interpretato da Slava e oggi dal suo erede, personaggio comico, lirico e poetico al tempo stesso, costruito ispirandosi a grandi maestri come il Marcel Marceau, Leonid Engibarov, Charlie Chaplin e Totò: è lui a condurre gli spettatori in un viaggio verso un altrove onirico. Lungo il cammino incontra insieme al pubblico molti altri clown, tutti simili tra loro: vestono di verde, sono più alti di lui, indossano cappelli ad ampia falda. Un susseguirsi di esilaranti sketch, intervallati da momenti di sospensione e meraviglia, invadono la platea rendendola parte integrante di quel magico universo, fra pioggia d’acqua proveniente da bottigliette capovolte su ombrelli che i performer muovono lungo tutta la sala, e ingenti cascate di coriandoli bianchi.

Spettacolo

Spesso capita di sentir dire che l’intrattenimento non può generare qualità e che non abbia nulla a che fare con l’opera d’arte. In ambito performativo, si tende per esempio a differenziare il teatro dallo spettacolo, riconoscendo al primo un alto valore artistico e connotando il secondo come un divertimento fine a se stesso. Eppure, l’uno sembra non escludere l’altro: parafrasando Bertolt Brecht, il teatro può divertire e al tempo stesso condividere con il pubblico questioni importanti e stimolare al pensiero critico.

Gli ingredienti per il successo di uno spettacolo sono inoltre apparentemente troppo semplici: un linguaggio immediato, figure che fanno parte dell’immaginario comune, scenografie magnifiche ed effetti che tengono il pubblico sempre attivo, partecipe. Farli funzionare davvero, però, non è affatto facile. Bisogna saper costruire un gioco in grado di rimanere in equilibrio e non rompersi, capace di esondare senza esagerare e di coinvolgere lo spettatore in modo graduale, conducendolo all’interno del proprio discorso che non può essere soltanto il mero divertimento. Slava’s Snowshow, dall’alto dei suoi trent’anni, mostra come è possibile realizzare uno spettacolo di qualità attraverso il linguaggio semplice dello sketch – in cui il comico si tinge di umoristico – che non banalizza le emozioni, bensì le rende vive.

In questo senso, ci suggerisce che dalle cose semplici possono nascere elementi in grado di portarci fuori dall’ordinario (vedi Meraviglia/Stupore) e al tempo stesso ricondurci con i piedi per terra. Come quando il clown giallo si impiglia su una ragnatela, non riesce a disfarsene e questa si continua a impigliare. Il pubblico ride, apprezza rumorosamente la scenetta ottimamente ritmata dalla sua coreografia. All’inizio sembra una cosa piccola, percettibile e godibile solo grazie al perfetto dosaggio tra una gestualità comica e ottima tecnica. Questa ragnatela, però, cresce sempre più in volume, pian piano cala dall’alto e invade la platea, mentre un enorme ragno percorre lo spazio scenico, irrompendo dalla sinistra del palco. Intontiti dal riso e al contempo spaventati dalla ragnatela, siamo in trappola. Tiriamo un sospiro di sollievo: è solo l’inizio dell’intervallo. Era tutto un sogno. O almeno ne aveva l’atmosfera.

(foto di Andrea Lopez)

Atmosfera

A fare di Slava’s Snowshow un’opera d’arte spettacolare sono dunque anche gli “effetti speciali”, così come l’incanto dato dall’apparato scenografico, le cui linee, colori e figure paiono rimandare alle camerette dei bambini. Fin da subito lo spettatore è immerso in uno spazio che ha il sentore rarefatto del sogno, rappresentato da un fondale blu ricoperto di stelle e una mezzaluna, accompagnato da luci dai toni freddi. Il suolo si ricopre presto di bianco: è neve, un simbolo che per Slava rimanda a «una fantastica bellezza e pulizia, ma anche il terrore, perché la neve rappresenta il freddo, che è parte della morte». Il piano atmosferico si fa portatore di una presenza a sé stante, in cui si innesta una narrazione sempre sul crinale tra commedia e dramma, tra riso e amarezza, tutte ambiguità proprie della vita stessa.

L’azione si snocciola per continui accadimenti, che si verificano attraverso giochi di trasformazione dello spazio scenico, solitamente repentini, come quando la scena si riempie di fumo bianco e improvvisamente appare una nave, costruita con mezzi di fortuna e con i due clown a bordo, fieri. Sembra proprio galleggiare nel mare, o forse chissà, tra le nuvole di un sogno perché, sempre quasi senza che il pubblico se ne accorga, la nave si trasforma in un letto e tutto diventa più cupo: siamo precipitati in un incubo. Ma tutto poi torna di nuovo a mutare, in un incessante processo di alti e bassi, tristezza e sorrisi.

L’apparato musicale contribuisce in modo determinante nella costruzione dell’atmosfera e della sua narrazione tragicomica: oltre a pattern sonori differenti a seconda dei momenti – cupi o allegri – lo spettacolo si compone di brani pop/mainstream immediatamente riconoscibili alle nostre orecchie, seppur a distanza di anni. Si torna di nuovo alla connotazione di questa pièce come uno “spettacolo”, in quanto il pubblico viene intrattenuto e coinvolto attraverso espedienti che, a una prima impressione, potrebbero apparire facili, ma a ben guardare non sono nient’altro che trucchi per porre lo spettatore in una situazione di comfort: sentendosi a proprio agio, è pronto per lasciarsi accompagnare verso l’ignoto. Si tratta, in altre parole, di una sorta di anestesia, che rilassa la ragione e libera i freni, proprio come quando ci si addormenta profondamente. La platea finisce per ricoprirsi di fiocchi di neve, che cadono delicati o in tempesta, ma anche di clown che si arrampicano sulle sedie, di ragnatele, di fumo colorato… siamo altrove.

Poesia

In questo spazio-tempo altro, logiche e linguaggi cambiano: siamo nell’universo della comunicazione a-verbale, in cui a parlare sono i gesti, gli oggetti e i colori. Una modalità che potrebbe apparire criptica – se non addirittura inaccessibile – ma che invece si rivela immediata e inclusiva, perché in grado di attivare nel singolo una capacità di comprensione che spesso si tende a lasciare sopita, ovvero un modo d’intendere più intuitivo, “di pancia”, “di cuore”.

Se tutto l’apparato spettacolare si avvale delle grandi possibilità sceniche che il teatro può possedere – in questo caso non certamente povero – è nell’azione dei performer che troviamo l’anima del lavoro. Una commistione di tecnica, originalità e bravura, che rende gli attori vicini ad artigiani, in grado di far abitare il corpo di una genialità poetica. Rivediamo il rigore di una scuola russa per l’arte del movimento con la biomeccanica di Mejerchol’d e tutta la tradizione di clownerie rivista dal circo contemporaneo, dove l’acrobazia non è fine a se stessa, ma diventa verso poetico di una drammaturgia.

In questo senso, rimane impressa per abilità e melanconia la scena della partenza del clown giallo. Dopo aver preparato le valige si avvicina a un cappotto e un cappello poggiati su un appendiabiti e li indossa per metà. I vestiti apparentemente inanimati si trasformano in un personaggio mosso dal performer che si è sdoppiato in due figure; come quando vediamo il marionettista e il pupazzo in scena interpretare due entità diverse. In questo caso, però, rimangono sullo stesso piano innescando un dialogo totalmente paritario in cui, pur cogliendo il trucco, gli spettatori, grazie ai movimenti asciutti e precisi, sospendono immediatamente l’incredulità e accettano questo gioco poetico. Il risultato è una scena struggente in cui l’abbandono viene dotato di una sua dignità poetico-drammaturgica che sentiamo aumentare gesto dopo gesto, per poi sciogliersi in un finale che ci ha fatto venire un sorrisetto amaro con il sapore di un ricordo.

Un esempio tra i tanti temi universali raccontati nello spettacolo, dal sogno all’incubo, dalla solitudine alla perdita, dalla tristezza alla felicità. Le questioni si susseguono come in un flusso e vengono restituite sempre attraverso la poesia, unica arte che – insieme alla musica – può cogliere l’invisibile e rende concreta e accessibile anche l’astrazione, rivelandola come parte integrante dell’essere umano.

(foto di Pascal Ito)

Stupore/Meraviglia

Il termine greco théatron (teatro) ha come radice théa che afferisce al mondo etimologico del visivo in molteplici modi: una visione esterna legata alla vista, oppure interna, di matrice astratta e riferibile all’udito.

Théa si ritrova anche in theasthai, guardare (o ascoltare) con stupore o meraviglia, sentimenti che fin dalle origini rimandano al senso rituale e misterico del teatro e che si sono mantenuti e rinnovati nei millenni. Oggi quel senso si traduce in molteplici attestati di presenza e relazione tra il pubblico e quell’insieme alchemico di elementi che compongono il fatto scenico. Un elisir visivo e sonoro, appunto, in grado di generare ancora quell’ancestrale sensazione nello spettatore, diversa e uguale di volta in volta.

Diversa in Slava’s Snowshow lo è nel dosare in modo sapiente meraviglia e stupore, che spesso erroneamente vengono usati come sinonimi. La meraviglia, infatti, ci pone in uno stato di contemplazione e coinvolgimento, è uno stare con il fiato sospeso, le orecchie tese e gli occhi incollati a qualcosa che ci incanta per la sua eccezionalità e bellezza. Accade anche per situazioni molto semplici, come quando il clown giallo palleggia con la luna, facendola fluttuare dolcemente con un bastone. Se il Grande Dittatore di Chaplin faceva volteggiare il mondo con la volontà di dominio, il clown di Slava genera un’immagine di distensione e irrealtà più vicina alle avventure sulla luna di Méliès. In questo senso di sospensione onirica, lo spettatore viaggia nella meraviglia generata dallo spettacolo.

Ma quando improvvisamente ci troviamo travolti da una bufera di neve – scatenata da ventole sistemate dietro il palco in grado di smuovere tutta la neve (striscioline di carta) investendo la platea di un temporale glaciale – eccoci colpiti da stupore. Se la meraviglia ha a che fare con una sospensione al limite dell’onirico, lo stupore è un sentimento più turbolento e ambiguo, confuso, che coglie la bellezza di un momento, ma anche il suo connaturato pericolo. Sommersi di fiocchi di neve e avvolti da un rumore bianco che ci riconduce al vento, non sappiamo infatti se gioire o spaventarci: rimaniamo semplicemente immobili in quel vortice, colpiti da un mix alchemico che profondamente ci attiva.

La sensazione di cui sopra che si rinnova uguale anche in Slava’s Snowshow è quella di rendere la platea parte integrante di un discorso, di una situazione, di un processo comune, in cui platea e palco non sono distinti ma un tutt’uno. Si genera così un entusiasmo collettivo che in certi momenti esonda dallo spettacolo e diventa altro, come nei rituali antichi del teatro delle origini.

Festa

È la festa, dunque, quello a cui Slava’s Snowshow ci conduce: enormi palloni coloratissimi appaiono quasi d’improvviso e volano sopra le teste degli spettatori. Paiono leggeri, ma a ben guardare, sono attratti dalla forza di gravità. Eccoci allora di nuovo affetti dal connubio tra meraviglia contemplativa e stupore operoso: restiamo estasiati da quella sorta di magia, ma più si avvicinano più sembrano minacciosi e corriamo ai ripari, spingendoli su, sempre più in alto. Farlo insieme, immersi nei mille colori e in una dolce musica, sembra un rituale di esorcizzazione del pericolo e della paura. I bambini, che sono stati semi-controllati dai genitori durante lo spettacolo con le raccomandazioni di rito, finalmente si possono liberare, mentre per gli adulti il ruolo si è quasi ribaltato: ora sono loro a guardare i bambini per ritrovare, in quella gioia incontrollata, il fanciullo nascosto. Polunin, in fondo, lo dichiara: «nello spettacolo c’è la risposta a come raggiungere la felicità: tornare indietro ai propri sogni di bambino e inseguirli».

Slava’s Snowshow, con la sua poesia, non si limita a donare e raccontare la bellezza dei sogni e del gioco, ma accompagna gli spettatori ad attraversare la vita nelle sue ambiguità, invitando ad accogliere le zone di luce come quelle d’ombra, rivelando come esse siano semplicemente parte della vita stessa, comuni a ognuno di noi.

Gli autori

  • Ilaria Cecchinato

    Laureata in Dams e in Italianistica, si occupa di giornalismo e cura progetti di studio sul rapporto tra audio, radio e teatro. Ha collaborato con Radio Città Fujiko ed è audio editor per radio e associazioni. Nel 2018 ha vinto il bando di ricerca Biennale ASAC e nel 2020 ha co-curato il radio-documentario "La scena invisibile - Franco Visioli" per RSI.

  • Emanuele Regi

    Dottorando in studi teatrali presso il Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna, il suo campo d'indagine è la relazione tra arti performative e gli spazi naturali. Frequenta convegni internazionali (EASTAP) e nazionali. Ha partecipato ai College di critica e archivio presso la Biennale di Venezia (Teatro). Si occupa di critica teatrale per varie riviste online.

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