Il pianto di un bambino e la scena buia, così si apre Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza. Teatri di Vita ci propone una produzione necessaria, una litania asfissiante che mira a denunciare il conflitto ottantennale, ancora oggi in corso in Palestina. Andrea Adriatico, alla regia, restituisce vita e urgenza al testo di Caryl Churchill del 2009, affidando la scena ad Anas Arqawi, Nicolò Collivignarelli, Olga Durano e Liliana Benini.
Un passeggino nero domina il palcoscenico. L’intera vicenda teatrale ruota attorno alla bambina fantasma a cui madre, padre e nonna raccomandano le proprie parole, “Dille che è un gioco- Dille che è serio- Ma non spaventarla”. Seguiamo la parabola di una famiglia che, dal fioco bagliore di una torcia nella notte, si accaparra i fari di scena a luce piena, occupando l’intero palco, mentre in disparte, Arqawi – unico attore palestinese – osserva, testimone silenzioso, la storia da cui è escluso.
Le sette scene di Churchill ripercorrono la storia di Israele: dalla fuga del popolo ebraico dall’Europa a seguito dello sterminio nazifascista all’arrivo in terra palestinese, dall’insediamento e la costruzione del muro in Cisgiordania sino all’ Operazione piombo fuso del 2009. È la violenza spiegata ai bambini, piena di contraddizioni e semplificazioni: in tal senso si misura il testo originale, dove la ripetizione continua tra il dire e non dire genera una filastrocca martellante, ciò che di più lontano da una ninna nanna ci sia.
Churchill, d’altronde, regala al testo una libertà illimitata, invitando la regia a ridefinire spazi, voci e gerarchie attraverso la redistribuzione delle battute agli indefiniti attori/personaggi: talvolta, qui, il processo distributivo ha prodotto, a nostro avviso, una disarmonia fra chi con decisione presentava uno specifico carattere scenico e chi, invece, ha scelto una recitazione più rarefatta, quasi impersonale.
La regia trova, invece, piena realizzazione nella disposizione spaziale: la colonizzazione sionista del territorio palestinese è teatralmente rappresentata tramite la presa progressiva della scena da parte dei tre attori italiani. Una striscia di terra è sparsa sul palco, nel lato sinistro, vi si recita sopra un kaddish; a lato si stendono in fila tre grandi valigie, e la famiglia, in abiti vacanzieri, piazza delle sdraio in quella “ terra che gli ha dato Dio” e dove “c’è sempre il sole”.
Arqawi entra in scena con una scopa nel tentativo di rassettare: vorrebbe mettere ordine alla confusione, alla terra, ai sassi e i vestiti sparsi qua e là; messo in un angolo, deve lasciare spazio agli altri e, in silenzio, osservare la loro villeggiatura che avanza. Dalle valigie emergono abiti militari e bulldozer giocattolo: i tre iniziano a manipolare il mucchietto di sabbia sparso con escavatori telecomandati; il padre, in particolare, si diverte a punzecchiare i piedi del palestinese, seduto su uno sgabello. Petardi festosi sono lanciati all’indietro, come il sale per scaramanzia: simulano l’eco di bombe lontane, a cui si danno noncurantemente le spalle e che segnano la vittoria della famiglia armata.
Non contenti i tre espandono il proprio lido e sul lato destro del palco viene riempita una piscinetta di plastica, per bambini: canzoni gioiose accompagnano questa continua espansione mentre la vasca succhia, negligentemente, l’acqua di un popolo assetato. “Dille che è la nostra acqua, che ne abbiamo il diritto. Dille che non è l’acqua per i loro campi. Non dirle niente dell’acqua.”

Nell’ultima scena calano dall’alto tre microfoni ad amplificare le voci che parlano di Hamas, di Friends, bambini morti e remittenti alla leva: siamo approdati nella contemporaneità e finalmente, dopo un lungo silenzio, sentiamo anche la voce di Arqawi, a lui spetta l’ultimo delirante monologo, cantilena che, dalla sua bocca, assume sfumature e prospettive diametralmente opposte. Il ronzio incessante di un drone giocattolo, proveniente dal retro platea, ne soffoca le parole, il ronzio che oggi a Gaza funge da nenia a bambini sfollati. Infine, la nonna gli strappa il microfono di mano, “Non dirglielo. Dille che la amiamo. Non spaventarla”. Rimasto solo in scena, Arqawi spazza quel cumulo di terra che ancora resiste, posa una barchetta in piscina, una Flottila di carta, e lascia una bandiera palestinese a mollo nelle acque che gli sono state sottratte.
Churchill per quest’opera aveva immaginato un testamento generazionale affinchè quella storia non progredisse e le sparute speranze di pace che seminava nel testo valessero a qualcosa: la messa in scena di Adriatico ne raccoglie l’eredità e riflette l’urgenza di riportare le arti a parlare del conflitto, riducendo il territorio di guerra a una scena a misura di bambino. Una filastrocca materica, sotto forma di giocattolo, che svela la violenza che scorre in terra palestinese.
La marginalità assegnata ad Arqawi si traduce in un silenzio che interroga lo spettatore più di quanto non chiuda il discorso: può risultare dissonante l’interdizione alle sue ultime battute, dal momento che per 45 minuti la platea ha atteso di sentirne la voce, ha atteso un suo moto di rabbia, di protesta, di ribellione. Le sue parole sono mozzate e forse è proprio questo il sentimento che Adriatico ha voluto suscitare: l’ indignazione, la frustrazione di noi, comodi sulle poltrone, per una voce negata, una voce a cui non è concesso di autodeterminarsi, di vivere, di esistere come popolo e come Stato.
Sette bambine ebree è dunque uno spettacolo che disorienta: tanto per le pluralità interpetative, quanto per la rinuncia della compagnia agli applausi finali. Attoniti, rimaniamo fermi sulle poltrone ad attendere qualcosa che non avverrà mai: l’ultima provocazione alla platea è posta sotto forma di sospensione, diventiamo personaggi beckettiani in cerca di una risposta, risposta che dovremo autonomamente trovare, tornati al sicuro delle nostre case.
Sul punto di uscire, alla chetichella, di nuovo, risuona il pianto di un bambino e una farfalla invade il palco, attrice non pagata.
L'autore
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Laureata in Lettere Classiche all' università di Bologna, ritrova la sua passione per il teatro dall' altro lato del sipario. Attualmente studentessa di Italianistica con all'attivo una tesi sulla drammaturgia italiana riletta secondo la critica transfemminista.


