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Service Station for Contemporary Dance. Danzare a Belgrado

di Francesco Brusa

Questo articolo fa parte di Speciale Est. Voci da un’altra Europa.

Per quanto non sia l’unico modo per definirla, il termine “indipendente” ben descrive la Service Station for Contemporary Dance di Belgrado. Sotto questo nome, si riuniscono infatti dal 2006 danzatori, coreografi, teorici, critici e operatori teatrali, che condividono l’interesse per la danza contemporanea e la consapevolezza di un vuoto istituzionale nella società serba che è necessario riempire. Alloggiata in un vecchio deposito ai piedi della collina su cui si estende il centro cittadino, la SSCD rappresenta l’unico punto di riferimento per la danza contemporanea, da un punto di vista fisico e non solo: dallo spazio in cui le compagnie possono provare alla ricerca di fondi, dalla produzione di materiali teorici (qui opera anche il collettivo critico “Walking Theory”) all’organizzazione di festival (Kondenz festival) e percorsi formativi (Nomadic Dance Academy).
Marijana Cvetkovic, una delle fondatrici e animatrici del centro, ci racconta la propria storia e ci parla dello “stato generale” della danza contemporanea in Serbia e in tutta la regione balcanica.

In quale contesto e con quali obiettivi è stata fondata la Service Station for Contemporary Dance?

Nel 2006 – anno in cui si sono poste le basi per la nascita di SSCD – in Serbia non esisteva alcuna realtà istituzionale che si occupasse di danza contemporanea: non c’erano spazi, politiche culturali, fondi o programmi educativi… esistevano semplicemente artisti e compagnie indipendenti che hanno deciso di unirsi per migliorare le proprie condizioni di lavoro e, in generale, tutto il contesto relativo alla danza.
Lo spazio in cui SSCD venne istituito – Magacin – era un vecchio deposito di libri in disuso da anni. Nel 2007, la Città di Belgrado acconsentì a lasciarlo in gestione agli artisti provenienti dalla scena indipendente, mantenendo però lo spazio sotto la responsabilità ufficiale di un’istituzione pubblica già esistente (si trattava di un centro culturale giovanile). In altre parole, a noi veniva concesso un semplice “uso” dell’edificio e delle sue stanze, mentre l’istituzione pubblica aveva il compito di amministrarlo e mantenerlo in funzione. Possiamo dunque dire che fosse stato raggiunto un accordo vantaggioso con le istituzioni, che però non ha mai veramente funzionato. Infatti, il centro culturale non hai mai avviato alcun lavoro di recupero o manutenzione e, nel caso avessimo voluto occuparci da soli della gestione dello spazio, non avremmo avuto l’autorizzazione. Una volta concesso l’uso di Magacin, le istituzioni si sono semplicemente lavate le mani degli sviluppi del percorso. Questa è dunque la situazione in cui ci troviamo ora e, come primo passo verso il futuro, stiamo cercando di chiudere un contratto e una collaborazione che si sono rivelati totalmente infruttuosi.     
Detto questo, avere uno spazio come Magacin nel 2007 ha rappresentato un punto di svolta importante per la scena indipendente serba, dal momento che si trattava del primo e unico centro operativo nel campo della danza contemporanea sotto molteplici aspetti. La SSCD, concepita due anni prima, è stata infatti pensata come un “servizio” vero e proprio per gli artisti: cerchiamo di fornire percorsi educativi, visibilità attraverso festival (Kondenz) e una dimensione di scambio internazionale, sia portando figure internazionali a Belgrado sia presentando artisti locali all’estero. In più, cerchiamo di coprire anche gli aspetti relativi alla produzione, dalla ricerca dei finanziamenti all’organizzazione degli spettacoli, nonché facciamo il possibile perché la danza acquisisca un peso maggiore nelle politiche culturali del Paese. Per dare un’idea, Magacin è ad oggi ancora l’unico posto in cui coreografi e compagnie possono provare prima del debutto: persino nel caso in cui siano co-prodotti e co-finanziati da un teatro istituzionale, nel quale metteranno in scena lo spettacolo, nessuno spazio di lavoro viene concesso per il periodo di creazione e affinamento dell’opera. Ecco perché ora il nostro obiettivo principale è quello di avere in completa gestione un luogo adeguato da dedicare alla danza contemporanea, dalle prove alla performance pubblica.

La vostra attività si estende anche al di fuori della Serbia?

Sì, siamo attualmente operativi in tutta la regione balcanica. Nello stesso momento in cui abbiamo fondato la SSCD, ci siamo imbattuti in una miriade di piccole organizzazioni spontanee nell’area, che condividevano la nostra stessa situazione e i nostri stessi problemi. A questo proposito, abbiamo creato la Nomadic Dance Academy, una sorta di rete per lo sviluppo della danza contemporanea nella regione, partendo dalla semplice constatazione che fosse più efficace lavorare insieme piuttosto che promuovere individualmente le stesse identiche cose, ciascuno nel suo piccolo Paese per la propria piccola scena di danza. Il primo progetto nato da questa unione, il Nomad Dance Academy Education Programme (2008/2010), era un programma formativo aperto non solo a danzatori e coreografi ma a chiunque fosse interessato al corpo e al movimento da molteplici prospettive, dalla teoria al business. Ogni anno, un gruppo composto da una quindicina di “studenti”, si sposta attraverso l’intera regione balcanica per quattro mesi – da Skopje a Sofia, da Sarajevo a Belgrado, da Zagrabria a Lubiana – e in ciascuno di questi luoghi dà vita a workshop, conferenze, discussioni e performance collettive. Dopo tale programma itinerante i partecipanti restano in contatto e continuano a collaborare su temi e domande scaturiti dalla loro esperienza comune.
Fra i risultati più importanti del progetto, c’è sicuramente quello di aver compreso in modo profondo le diverse realtà e situazioni dell’area; abbiamo capito come si possono sviluppare percorsi in ambito culturale, quali “attori” e istituzioni siano presenti e quali fra questi realmente contano, quali e quanti residenze e spazi esistano, la loro storia etc. Perciò è stato possibile creare una rete di collegamento forte, che si sviluppasse in maniera genuina e “organica”: in ciascun Paese o regione siamo riusciti a stabilire piccoli centri e organizzazioni che sono un mezzo per rafforzare le scene locali.
Inoltre, è interessante notare come la nostra realtà abbia iniziato ad acquisire riconoscimento in Serbia solo al termine – e come conseguenza – di questo processo. È solo dopo che ci siamo attivati anche a livello internazionale e in tutta l’area balcanica che abbiamo potuto ottenere considerazione nel nostro Paese.

Ti sembra dunque che, anche grazie al vostro lavoro, la considerazione per la danza contemporanea sia aumentata in Serbia e, più in generale, nei Balcani?

Penso di sì. Non abbiamo ancora raggounto livello che ci piacerebbe vedere ma ci sono stati significativi miglioramenti. Quando è partito il nostro progetto, chi avesse voluto proseguire il proprio percorso formativo nel campo della danza contemporanea si trovava costretto a emigrare (Berlino, Bruxelles, Amsterdam e così via): una fuga di cervelli (e di corpi!) di grosse proporzioni. Tutto ciò è cambiato: abbiamo ora una seconda generazione di artisti che, dopo aver comunque passato un periodo all’estero e dopo l’esperienza con la Nomadic, decide di tornare e continuare a lavorare in Serbia. Questo perché siamo riusciti a creare infrastrutture e servizi per chi si occupa di danza nonché una diversa e più stimolante atmosfera culturale. In più, il fatto di portare e presentare un sempre crescente numero di artisti internazionali, fa sì che le istituzioni locali non possa più ignorarci come in passato. Ma occorre lottare e crescere ancora, anche perché le condizioni sociali e politiche della Serbia sono molto instabili. Si tratta di un incessante lavoro sempre sullo stesso punto.

Quali sono le peculiarità della scena balcanica? Inoltre, esiste un’attitudine condivisa degli artisti contemporanei verso le forme di danza tradizionali, come il ballet o le danze folkloriche?

Forse, una delle cifre caratteristiche della scena balcanica consiste nel mostrare quasi sempre una forte connessione col contesto sociale in cui opera. Questo perché l’ambiente e il contesto in cui crescono gli artisti influenzano profondamente attitudini artistiche e performance individuali: si parte spesso da ciò che succede e si osserva nella società. Come conseguenza, i lavori di danza contemporanea della regione sono opere “politiche”. Non nel senso stretto del termine, bensì nella misura in cui sono radicate nel contesto di appartenenza e non prescindono mai da tutto quello che in esso è avvenuto. In più, a costituire una questione “politica” è la posizione e il ruolo che l’artista intende assumere nella società tramite il suo lavoro, il modo in cui si relaziona con le istituzioni, col pubblico, con la “cultura dominante” e come interpreta il suo essere artista “contemporaneo”.
Per quanto riguarda la tradizione, invece, è forse troppo presto per fornire definizioni precise e comprensive. Dal mio punto di vista, direi che non si può parlare di una vera e propria “tradizione” contemporanea nei Balcani. Esistono piuttosto diverse “pratiche” ereditate dalla danza moderna, dal teatro fisico e altre correnti. E, naturalmente, ci sono forti influenze provenienti dall’Ovest. Ad ogni modo, si tratta di un tema scottante e continuamente dibattuto, che riusciremo a delineare meglio in futuro.          

Can you tell us how and why Service Station for Contemporary Dance was born?

Back in 2006 there were no institutions in Serbia dealing with contemporary dance at all: No spaces, no cultural policy, no funds, no education…  There were artists and self-organized companies working in the field that decided to get together and start working on improving working conditions in the dance field.
The place where SSCD was settled – Magacin – used to be a books warehouse and remained empty for many years. The City of Belgrade agreed to give it to the independent arts scene of Belgrade in 2007, but it kept it under the roof of an existing public institution (a youth culture center). That means we are supposed to simply ‘use’ it while the institution has to administrate the space. Let’s say it was a sort of ‘happy deal’ with the City but, needless to say, never worked. In fact the youth culture center never really managed the place properly, even though we would like to repair it, we are not allowed to. In a word, they just don’t give a damn! So, this is the situation right now and we are trying to get rid of this useless collaboration.
But in 2007 having Magacin was an important step for Serbian dance scene, since this became the first space dealing with contemporary dance at multiple levels.  The Station, which was established in 2005, was conceived as a service for the artists: we provided education, visibility through our Kondenz festival, we brought international artists and we presented local artists here and abroad. In addition, we offered services for project development, administration, fund raising, and we also worked a lot in cultural policies, advocating for dance and for artists.  And, even now, Magacin is the only place where a company can have its rehearsals: even if they are produced or co-produced by public institutions and if they can perform in an institutional structure, they don’t have a space for production period. What we now lack – and what is our goal for next years – is a proper space for performing which can be the first one specifically dedicated to contemporary dance in Belgrade.

Do you work also outside of Serbia?

Yes, we are now working almost across the entire Balkan area. In the same time when we wanted to found Station, we came across other small organizations around the Balkans sharing the same situation as ours, facing the same problems as ours. That’s why we created the Nomadic Dance Academy, a sort of network for dance development in the region: it was definitely more effective to work together instead of doing the same things individually and in our small countries for our small dance scenes.  Its first project, Nomad Dance Academy Education Programme was (2008/2010) an educational program open not only for dancers and choreographers, but also for other people who are interested in dance, body and movement from different perspectives, from theory to business.  Every year, a group of some 15 students traveled all around the region for 4 months – from Skopje to Sofia, Sarajevo to Belgrade to Zagreb to Ljubljana – and had in each one of these places workshops, lectures, discussions and performances. After this, ‘traveling school’ participants keep on working about the topics they discovered together.
One of the most important outcomes of this experience was that they were able to get to understand deeply the local situation all around the region, to really understand how things develop, who is there, who are the people that matter, what are the venues, what is the history of the places, etc. So it was possible to create a strong network growing and developing in a very ‘organic’ and genuine way: we managed to settle small organizations in the countries we visited so that Nomadic Dance Academy was also a tool to strengthen local scenes.
Also, it might be interesting to notice that we started to be recognized in Serbia only after all this process. We had to play first at a regional and international level and, only after a while when we gained recognition abroad, we started to gain some consideration in Serbia.

So, would you say that recognition of contemporary dance have raised in the country?

I would say yes. It’s not the level we would like to see but there have been very significant improvements. When we started our project people who wanted to continue their education or personal development in contemporary dance fled to the West (Berlin, Brussels or Amsterdam, and so on): a huge brain drain (or body drain!). This has changed, we have now the second generation of artists that, after Nomad and after studying abroad, decided to come back and work in Serbia or across the region. That is because we managed to get infrastructure and public for contemporary dance and a different cultural atmosphere. The more foreign artists come to Serbia thank to the international networks we have created, the less institutions will keep on ignoring us. Much struggle and work is still needed, also because we have very unstable social, political and economic conditions. It is a constant work always on the same issue.

What are, in your opinion, the peculiarities of the Balkan scene? Also, what is the general attitude of contemporary artists towards ‘dance tradition’ such as ballet or classic dance?

Generally speaking, Balkan contemporary dance shows a strong connection with the social context it operates in. That is because an artist’s personal environment deeply shapes their art and performance: they work with what is around them, with their society. As a consequence, works are often political. Not in a narrow sense, it means they are rooted in these realities and in everything that has been happening in the region.  Plus, it’s not only about artistic works but it’s also about political positions of the artists and how they deal with their own status as artists, as contemporary artists, independent artists, how they deal with working conditions, with dominant cultural and social policies and so on.
As far as tradition is concerned, I would say that there is not a proper contemporary dance tradition in the region but there are some practices from modern dance, physical theater or some other kind of experiences that were inherited by the current scene. Of course, western contemporary dance practices and artists deeply influenced post-Yugoslavian as well. But it is maybe early to have a clear definition: there are debates all the time about what is the relation between eastern and western European dance. It’s a vivid question and we need more time to get a clear answer to it.

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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