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(foto di Stefania Pucci)
(foto di Stefania Pucci)

“Senza”. La perseveranza del secolo breve

di Giuseppe Di Lorenzo

Non so come cominciare questa recensione se non dicendovi che Senza, di e con Matteo Pecorini, per me è uno spettacolo che parla di come nel raccogliere i cocci del secolo breve stiamo rischiando di diventare più cinici e bastardi di quanto già siamo. E sento il bisogno di dirvelo adesso perché nel descrivervi lo spettacolo probabilmente vi sembrerà tutt’altro. Avevo più o meno un’idea di cosa sarei andato a vedere, ma non posso nascondervi un certo scetticismo verso una selva di riferimenti come Beckett, Joyce e Gadda, che evocavano in me, un sottotesto nostalgico del teatro che fu, fatto da un ragazzo piuttosto giovane, di 32 anni, in una città protetta da una sottile sfera di cristallo come Firenze, adatta giusto a stare sopra un caminetto mentre annega in un mix di acqua distillata, glicerina e glitter.

Arriviamo alla piccola chiesa di San Bartolomeo al Gignoro con 5 minuti di ritardo e trovo Pecorini ancora a chiacchierare all’entrata, ci sta aspettando con un sorriso sprezzante in abito da scena e apparentemente impermeabile al freddo. Presentato di venerdì 17 in questo surreale luogo dell’hinterland fiorentino, Senza – prodotto da Kanterstrasse – è, fra le altre cose, un monologo apparentemente sconclusionato, in cui le parole paiono assolvere più a una funzione ritmica che di senso, ma che nel suo delicato crescendo disvela significanti profondi come ferite. L’autore da diversi anni si occupa di fare teatro nelle RSA del territorio toscano, dando vita anche a una associazione (Verso Oklahoma) che si produce in un festival omonimo e perfino serate cinematografiche a tema, come quelle organizzate di recente alla Casa di Riposo e Centro Diurno per anziani Il Gignoro (col sostegno di Laura Biagioli e della direttrice Marta Casalone Rinaldi), proprio accanto alla chiesa. Gli incassi della serata, ci viene detto prima dell’inizio dello spettacolo, saranno interamente devoluti alla riparazione dei danni causati dall’alluvione a Campi Bisenzio.

Il protagonista della pièce, interpretato da Pecorini, è un idiot savant senza nome, saltimbanco irriverente e sognante, un sempiterno Charlot. Si brontola addosso, sputa, sbuffa, alla costante ricerca di un nuovo stimolo che ne smuova il corpo da marionetta. In questo suo monologo personale Pecorini dice giusto tre o quattro parole, perlopiù con infantile stizza, mentre dalle casse un’altra voce (un personaggio anonimo, probabilmente affetto da qualche tipo di demenza) fa precipitare una neve di concetti dal vezzo gaddiano, creando un buffissimo gioco situazionista in cui attraverso una prosa forbita viene detto di tutto ma mai davvero niente. Il ritmo di Senza è quello dell’antologia di poesia che hai trovato casualmente nel banchino dell’usato, l’autore è sconosciuto eppure ti sembra di averlo già letto miriadi di volte. Il testo per quanto delirante è fortemente politico, e lo diventa grazie alle rime che Pecorini incastra attraverso la sua mimica, le azioni in scena, le luci e i meccanismi scenografici. Di nuovo: Debord, il cut-up di Burroughs, Chtcheglov, un’altra selva di riferimenti che posso elencarvi senza colpo ferire, ma che non rendono giustizia al presente imperfetto al quale Pecorini fa davvero riferimento.

Dentro la chiesetta faceva un freddo cane, tutto il pubblico era stipato nella navata più piccola che chiunque di noi penso avesse mai visto, praticamente un corridoio, incorniciato da antichi conci di pietra e sovrastato da un soffitto in legno. C’era giusto un gradino a dividere il microscopico presbiterio dall’angusta navata. Ecco, in quei pochi metri di pulpito ci stava tutta la scenografia: un’enorme scatola poggiata su un tavolo coperto da un telo nero, un nastro magnetico messo su una cassetta a lato del tavolo, e altre due scatole dello stesso pallido legno ai lati della scena, posizionati proprio sotto l’unico gradino della chiesa, a pochi centimetri dai nostri piedi. A pilotare il nostro sguardo un essenziale quanto preciso sistema di illuminotecnica (curato da Martino Lega), limitato non tanto dalle possibilità ingegneristiche quanto dall’effettivo rapporto kilowatt/ora dell’impianto, che non ne permetteva ulteriori carichi senza il rischio di restare tutti al buio. Sì, questo è uno spettacolo che avrebbe bisogno di ben altri spazi, Pecorini effettivamente lo aveva già messo in scena al Teatro Cantiere Florida di Firenze e a Napoli, eppure eccolo qua, con un cinico entusiasmo, a misurarsi con il palcoscenico più freddo, duro e piccolo al mondo.

(foto di Stefania Pucci)

Lo spettacolo comincia davvero con l’apertura della scatola centrale. I lati cadono uno dietro l’altro svelando altri cubi e parallelepipedi disposti come a disegnare il profilo di una piccola cittadina italiana degli anni ’50. Pecorini ha lo sguardo allucinato, siede dietro questa composizione comparendo in mezzobusto con le braccia bloccate sui fianchi e gioca con le scatolette soffiando e cercando di morderle, eppure queste magicamente corrono sul tavolo fuggendo dalle sue bizze ingorde. Per cui al posto dell’altare la macchina scenica messa in atto da Eliana Martinelli ed Eva Sgrò, una scatola da alchimista come quelli dei Medicine Show, un tavolo in legno chiaro pieno di meraviglie: schermi deformanti, suoni da altre epoche, luci, antenne e bandiere. Sembra quasi uno spettacolo di clownerie surrealista, all’inizio il nostro anonimo savant non riesce nemmeno a muovere le braccia, ma poi si slega da se stesso semplicemente con un pigro atto di volontà. Oltre al monologo registrato sul nastro magnetico che ogni tanto viene acceso e spento, sempre annotandolo di commenti perlopiù mugugnati e sbruffoni, le voci dello spettacolo si moltiplicano di volta in volta. Infatti, sotto ognuna delle piccole scatole sul tavolo, c’è una luce che illumina il volto dell’attore e lo inebria di voci da altri tempi. In una scatolina c’è il 1968 (particolarmente detestato dal nostro savant) da cui sentiamo gracchiare la notizia dell’invasione ai danni della Cecoslovacchia da parte degli stati membri del Patto di Varsavia. Nel 1982 invece la telecronaca dei Mondiali, con Scirea e Rossi che animano di entusiasmo la voce incredula di Nando Martellini. C’è anche il ’91, la caduta del muro di Berlino, i fatti del G8, i decreti di emergenza durante la pandemia, la storia d’Italia e del mondo attraversano la scena e il protagonista reagisce di volta in volta in modo diverso, ma sempre estemporaneo, nulla gli rimane addosso veramente.

A bucare questa solitudine ci prova anche la tecnologia. Una scatola a terra prende vita, si muove con quattro piccole ruote motrici e segue il povero savant come un fedele cagnolino. Questo delizioso WALL•E post-industriale però non riesce a intenerire il protagonista, che lo scaccia in malo modo, cocciuto e inflessibile. Eppure questo storto personaggio fuori dal mondo non è un carattere detestabile, tutt’altro. È ancora capace di sognare e di sperare. Più e più volte cerca di uscire dalla sua scatola, dalla sua realtà, dalla cupola di cristallo del novecento. C’è persino un momento in cui prende la valigia e cerca una porta, ma continua a venir respinto, saltando e rotolando come un Buster Keaton intrappolato in una incisione di Escher. Il peso che infatti si porta dietro non è da poco, lo si evince da una rima col monologo che appare ancora di sottofondo: «La perseveranza del secolo breve». La solitudine rappresentata in Senza è quella del contemporaneo e perfino, qua lo dico forse con uno slancio provocatorio, del teatro contemporaneo, incagliato da una nostalgia novecentesca in una falsa realtà, custodito come una preziosa città in miniatura dentro una sfera di cristallo, con la neve che scende imperitura sui suoi tetti. Non a caso quindi riecheggiano le celebri parole di Jules Laforgue: «Un Amleto di meno, ma la razza di certo non si è estinta!».

Senza è un prodotto pop in quanto compressione di un processo di smaltimento rifiuti di un secolo che continua a durare troppo e non vuole saperne di finire. Si ride, si cade, ci si emoziona, perché si viene trascinati dalla costruzione di un immaginario che inizialmente sembra frammentato ma che pian piano prende le sembianze di un presente che conosciamo fin troppo bene. Delle poche iniziali sparute casette sul tavolo a fine dello spettacolo ce ne sono decine d’altre, con le finestrelle illuminate come un caldo presepe urbano. Le luci della città vigilano sui sogni che l’ombra lunga del novecento vorrebbe rapire, un ultimo sguardo prima di decidere se il buio le inghiotta oppure semplicemente che lo spettacolo di oggi è finito, si replica un altro giorno, in un’altra scatola.

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