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(foto dalle pagine social di TSGualtieri)
(foto dalle pagine social di TSGualtieri)

Seguendo il vento di Gualtieri. Un racconto da Direction Under 30

di Irene Ringozzi

Gualtieri è fresca. Un lieve venticello ci accoglie sotto i portici di Palazzo Bentivoglio: un rifugio climatico, mi pare, dall’afa di città.

Cartelline, cartoline e origami, l’equipaggiamento per affrontare la tredicesima edizione di Direction Under 30 è pronto. Un calice al volo e siamo dentro. Conoscevo già la storia del teatro: sapevo che la cavea, ricostruita nel 2009, era stata ricavata dal vecchio palco del 1905; sapevo che di fronte a me si sarebbero stagliati tre ordini di palchetti in stile liberty, al posto dell’usuale fondale scuro. Eppure ne rimango sbalordita. Il ribaltamento di prospettiva mi strega prima ancora che gli spettacoli abbiano inizio e penso che, forse, è giusto così, è totalmente coerente a ciò che sto vivendo: un capovolgimento delle posizioni tradizionali. Giovani a recitare, giovani a osservare, giovani a criticare, giovani che occupano tutti gli spazi, come raramente accade altrove.

La tre giorni si apre nel segno di partenze e di galline:  Aujourd’hui est le meilleur jour de ma vie (Ex Anima) è, come dichiara la compagnia, dedicato ai giovani che emigrano, a chi cerca una casa dopo essersela lasciata alle spalle e scappa incessantemente dal recinto, proprio come le galline. Sulla scena si sovrappongono, non senza qualche dose di caoticità, tre piani narrativi: l’amico di Darwin ossessionato dallo studio dei pennuti a scapito della serenità coniugale; una coppia del secolo scorso fuggita dall’Est in cerca di fortuna; e due giovani d’oggi, nomadi per necessità, segnati dalla fatica di chi non riesce più a mettere radici. A fare da raccordo è proprio lo spazio domestico, la casa in cui noi spettatori siamo chiamati a entrare: tra caffè, fiammiferi introvabili, danze balcaniche e piogge di cornflakes/mangime, veniamo investiti da quel groviglio di euforia, vergogna e spaesamento che accompagna chiunque cerchi un futuro altrove. Aujourd’hui è un’esperienza multisensoriale: sorseggiamo caffè, mentre l’odore dei fiammiferi invade lo spazio, li accendiamo e veniamo assordati da colpi di pistola. È una stimolazione dei sensi pensata per restituirci la memoria fisica dell’abitare, qui inteso come luogo ostile e familiare al contempo. Nel disordine visivo che domina il palcoscenico si riflette chiaramente il limbo sospeso tra il fare e il disfare degli scatoloni, il perenne trasloco dove nulla ha più una collocazione stabile, a partire dallo spettacolo stesso, che, forse, non sempre trova forma compiuta per le proprie intenzioni. 

Le tonalità comico-grottesche di Francesco Giordano e Ivana Xhani (Ex Anima) cedono il passo a sfumature decisamente più ombrose e malinconiche nel monologo di Filippo Maria Macchiusi. M. informato dei fatti si distingue come l’unica proposta solista tra le sei finaliste, un lavoro che sceglie di affidarsi interamente alla forza della parola, mettendo in secondo piano la ricerca espressiva del corpo, elemento centrale per il resto della rassegna. Macchiusi si presenta come testimone di un reato, imbastendo una confessione rivolta tanto a un’autorità invisibile quanto a noi spettatori, costantemente chiamati a offrire complicità o, meglio, pietà. Il suo M. incarna l’archetipo del “bravo ragazzo”, una figura fin troppo ossequiosa verso le regole e schiacciata da un’ansia patologica, frutto di un legame materno soffocante. Una rettitudine così estrema che finisce per sgretolarsi, facendogli smarrire il senno nel nome di un amore totalizzante. La sua rabbia, la frustrazione del “giovane perbene” di fronte alla malattia improvvisa della sua amata, trova sfogo nell’attentato a una gelateria, assurta a capro espiatorio di un destino crudele. Il lamento di M. si sviluppa come un elaboratissima macchina drammaturgica, erudita e magniloquente, cui corrisponde un allestimento scenico modulare (firmato da Alessandra Ricci) fatto di incastri e nascondigli. A emergere su tutto è l’energica prova attoriale di Macchiusi, in grado di sostenere in solitaria il peso di 90 minuti di spettacolo. Tuttavia, la drammaturgia scivola a tratti nella macchietta e in una comicità distante dalla sensibilità contemporanea: in particolare, il verace e malavitoso Tonino, ingabbiato in uno stereotipo che mescola svariati clichè mafiosi; e Milena, la giovane opportunista, portata in scena tramite lo svilente espediente della bambola gonfiabile.

A Gualtieri fa fresco, anche sotto il sole del mattino. Costeggio la casa di Ligabue nel tragitto tra il b&b e il teatro. Quasi me ne dimenticavo: sculture, calamite e quadri a lui dedicati passano inosservati, tanto siamo immersi nel clima del festival. Il suo spirito inquieto pare starsene in disparte, ancora carico della solitudine che lo caratterizzava; non ci disturba nei nostri affari di teatro. E tra uno spritz papavero e l’ennesimo circolo di discussione, la mattina scivola via veloce, catturati da quel continuo analizzare e rivedere a mente lucida ciò che è andato in scena la sera prima.

(foto di Silvia Luise)

Giungiamo così al terzo spettacolo in programma, nonché vincitore del Premio della Critica: Massimo Sentimento di Etu Ensemble. Entriamo avvolti da una coltre di fumo, come camminando sulle nuvole che di lì a poco saranno proiettate sul fondale. In questo spazio sospeso sono gli elementi tecnici a farsi protagonisti: luci, strumenti musicali, regia sonora, pannello proiettore restano sfacciatamente a vista e lo stesso varrà per i cambi di scena. Questi, coreograficamente studiati, e lungi dall’essere semplici pause, sono pensati al fine di regalare un sospiro, di lasciar decantare le suggestioni appena vissute e offrire allo spettatore un istante di decompressione. Nudi gli ingranaggi di scena, come noi dovremmo renderci per lasciarci scuotere da questo spettacolo. 

Rage è il primo dei quattro quadri in cui è diviso il lavoro: Daniele Boccardi si muove convulsamente sul palco, in una lotta vana con l’aria che lo circonda, mentre il suo corpo pare farsi cassa di risonanza per le percussioni di Gabriele Marchioni. Le grida soffocate del danzatore deflagrano sui piatti della batteria, mentre un gioco di luci stroboscopiche svela a intermittenza la sua sagoma in nero, sino al collasso conclusivo sul proscenio, sigillato da un urlo lancinante al microfono. Dal nero della rabbia ai colori pastello di un infanzia lontana: nel secondo quadro, Solastalgia, Stella Cappelli veste i panni di una sé bambina, davanti a lei una tenda gioco e attorno i colori dell’alba. La solastalgia è una forma di nostalgia nei confronti di qualcosa che ancora esiste, ma è irrimediabilmente trasformato rispetto alla memoria che se ne aveva: è il dolore che scaturisce dalla perdita del senso di conforto legato al proprio spazio. Il termine, nato in seno all’ecologia, è qui declinato in una dimensione intima, familiare: sulle registrazioni di vecchi dialoghi con il padre, la performer insegue un vano tentativo di contatto, anelando a quell’asta microfonica che ne fa le veci, per poi incepparsi in movimenti mozzati, scattosi, dettati dai glitch di tracce audio di un passato, impossibile da rianimare. “Com’è che si fa a lasciar andare?” In questa battuta finale Cappelli riassume l’ansia dello scorrere del tempo, quell’ansia squisitamente giovanile di dover salire su una carrozza nuova, senza riuscire a mollare i bagagli di ieri.

Un nuovo mutamento cromatico ci conduce nel terzo quadro, dove l’estetica pinterest-core di una stanzetta lilla e piumata fa da sfondo a Hentai: indagine sulla percezione del sé, sul corpo e sull’erotismo nella Generazione Z. Come ipnotizzata, Cappelli esegue in serie dei balletti di TikTok, in una trance straniante dove il suo lip-sync restituisce le parole di una tesi di laurea firmata dalla set designer Anna Brussi. Una bambola meccanica, quasi posseduta, che dà voce a riflessioni sulla manipolazione esercitata dai consumi digitali, per poi abbandonarsi ad un vorticoso, ossessivo movimento di bacino che mima il suo prestarsi all’erotismo online. L’ultimo quadro è Blue: Boccardi ricompare accanto al violoncello di Gabriele Tai, il quale, fermo al centro del palco, fa da perno ad una scena tinta di tenerezza e speranza. Il corpo di Boccardi si dissolve in una danza morbida e ariosa assecondando la magistrale improvvisazione di Tai sulle corde dello strumento; poi la danza cede il passo alla parola, al verso, per l’esattezza, a Hold Your Own di Kae Tempest, tradotta per l’occasione in italiano. 

Massimo Sentimento è un’opera multidisciplinare dove danza, canto, visual art, musica e teatro si fondono per navigare i sentimenti dell’umano, in particolare quelli di una generazione, la z, a cui il pubblico di Direction Under 30 appartiene.

La seconda giornata si chiude con Settembre non arriverà mai di Noemi Piva. Restando nell’ambito della danza, l’indagine si sposta sulla genesi del linguaggio e del senso: un’esplorazione dei meccanismi con cui decodifichiamo il mondo e di come l’impronta adulta modelli, fin dall’infanzia, le nostre strutture espressive. Piva veste scarpette da scoglio blu, il volto sornione di Dewey (Malcolm in the Middle) sulla maglia bianca e una costellazione di mollettine tra i capelli. È un tuffo nell’infanzia: le movenze si fanno lente, guardinghe attraversate dal timore tipico di un bambino alla scoperta del mondo. Rifiutando di rinchiudere il reale nelle maglie strette del linguaggio, Piva si diverte a destrutturare le parole per cedere il passo al corpo: una presenza più onesta e concreta, dove la materia organica e i liquidi restano tangibili, e non ammettono fughe o simulazioni. L’esplorazione materica si traduce in un gioco con del pongo blu, accoltellato, reimpastato e infilzato da tazzine da caffè. Ad accompagnare questi movimenti è la composizione sonora curata da Lorenzo Minozzi: il sound designer, fisicamente presente sul palco, tesse una trama musicale estemporanea proprio a partire dal tintinnio di quelle stesse tazzine. Quel “settembre non arriverà mai” è il tempo del dovere, del ritorno a scuola, della perdita dell’innocenza e dell’abbandono del gioco: una scadenza a cui Piva si oppone, confidando nell’utopia di potersi riscoprire bambina anche da adulta. E il corpo, emblema della sincerità, sigilla lo spettacolo con il battito cardiaco della danzatrice amplificato al microfono.

É il terzo giorno, giorno di valigie e premiazioni: iniziamo a fare previsioni, a scrutare nelle parole dell’altro un indizio sul suo favorito, a decidere il nostro vincitore, ma ancora due spettacoli devono andare scena, due spettacoli che potrebbero confermare o ribaltare il risultato: Tre di Annalisa Limardi e Konpira Fune Fune di Anna Pesetti. 

A differenza delle altre proposte di danza, Konpira Fune Fune esclude categoricamente lo strumento vocale e prende il titolo dal tradizionale gioco di riflessi e coordinazione con cui le geishe intrattenevano gli ospiti. In scena, Giacomo Di Rienzo e Riccardo Zoppi giocano con i loro corpi dando vita inconsapevolmente a una tensione omoerotica che sboccia da un semplice contatto: una stretta di mano, in grado di sgretolare stereotipi machisti ed aprire a un dialogo fatto di vulnerabilità, curiosità e fugace passione. Costruita prevalentemente su sequenze di partnering e su una spiccata musicalità, la performance culmina con i bassi di una cassa techno in un tripudio di farina e ombre, i cui contrasti esaltano la plasticità dei corpi seminudi, infine ricongiunti in un’ultima stretta di mano. 

(foto di Giulia Lenzi)

A sovvertire ogni pronostico è giunto infine Tre di Annalisa Limardi, opera che si è aggiudicata il primo premio della rassegna. La scena è buia e vediamo solo tre blocchi di legno che fungeranno da unico supporto scenografico, spostati, ribaltati e abitati a seconda delle necessità. Limardi entra, e subito si confessa: il racconto del processo artistico è elemento costitutivo dello spettacolo, mentre questo va avanti se ne descrive il farsi, sabotando, anche, a tratti, l’autorevolezza della stessa voce narrante. Limardi ci spiega che l’intento iniziale era raccontare il legame con le sue sorelle, la complessità dell’essere in tre e il peso delle loro differenze. Per farlo ha scelto di coinvolgerle direttamente e, se Benedetta ha preferito contribuire rimanendo dietro le quinte, Paola ha posto una condizione chiara: se Annalisa vuole parlare di lei, lei deve essere lì, fisicamente in scena. 

“Com’è difficile restare in tre e trovare il mio posto accanto a te”: così suona il ritornello della canzone che apre lo spettacolo, dove la messa in scena del rapporto sororale si affiancherà al racconto di Paola e della sua disabilità neuropsichica. Benedetta, come appena detto, resta invisibile agli occhi del pubblico, ma la sua voce proviene da un altoparlante sospeso in alto, acceso a intermittenza da un faretto che pulsa a ogni sua parola. Quasi fosse un capocomico severo, i suoi interventi non solo ne delineano il temperamento, ma creano un solido contraltare narrativo: svuotano la messa in scena da ogni retorica e rimettono in riga le sorelle più esuberanti. Sul piano verbale i desideri, i limiti e le aspirazioni delle tre si riflettono per contrasto – spaziando dal sesso, al lavoro, alla sfera familiare, per smontare i pregiudizi abilisti con cui convivono da sempre – mentre sul piano coreografico, queste tensioni trovano sfogo in un delicato gioco di rincorse e rotolamenti, con cui Annalisa e Paola intessono la complessa trama di fiducia, pesi, responsabilità e reciproci spazi vitali che le lega. A chiudere è un monologo registrato di Paola, la quale, seduta a centro palco, isolata in un cono di luce, reagisce alle proprie parole: rivendica sogni, rivendica il diritto al futuro e ad una piena complessità umana, rifiutando con rabbia ogni narrazione edulcorata o pietistica della disabilità. Tre ha conquistato la giuria, e lo ha fatto grazie ad una scrittura diretta e sincera, affiancata da un prezioso lavoro sui corpi delle performer, capace di valorizzare le potenzialità espressive di ciascuna.

A giudicare dal microcosmo di questo festival, appare evidente come la teatralità under 30 passi anzitutto attraverso l’indagine corporea e un profondo radicamento nell’immaginario pop: che la parola sia presente o meno, le proposte viste in queste giornate mostrano una tendenza a ibridare codici e rubare da più discipline per riversare tutto in scena, raccogliendo un’eredità che affonda ancora le radici nelle sperimentazioni di inizio millennio. Al tempo stesso, trattandosi di una rassegna curata da una direzione artistica altrettanto giovane, questa selezione riflette il desiderio della nostra generazione di riconoscersi e nutrirsi di forme sceniche di questo tipo. Tale affermazione imponente e incisiva della corporeità sul palco pare riflettere l’esigenza fondamentale della comunità generazionale che a Gualtieri si riunisce: l’urgenza di conquistare e abitare i propri spazi. In un festival interamente gestito e vissuto da giovani, la frenesia di condividere le proprie opinioni e mettere in luce la propria arte innerva ogni cosa; d’altra parte, tale fame è sintomo di una realtà teatrale che spesso tende a negare questo tipo di opportunità. 

Gualtieri è fresca, dicevo. Lo è anche sotto il sole del mattino, mentre, valigie alla mano, percorriamo per l’ultima volta la strada verso il teatro. Ce ne andiamo a malincuore, consapevoli di ritrovare domani il consueto assedio dell’afa e della routine. Resta addosso la sensazione di una parentesi necessaria, della deviazione rivoluzionaria che Direction Under 30 sa imprimere e della speranza che il miraggio della sua oasi si ripresenti il più presto possibile.

L'autore

  • Irene Ringozzi

    Laureata in Lettere Classiche all' università di Bologna, ritrova la sua passione per il teatro dall' altro lato del sipario. Attualmente studentessa di Italianistica con all'attivo una tesi sulla drammaturgia italiana riletta secondo la critica transfemminista.

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